La favolosa voragine del Monte Tiscali

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L'Europeo - 1957 - di Giuseppe Trevisani

L'uomo aveva le mani legate dietro la schiena con un pezzo di quelle corde di cuoio, dette loros, che servono per aggiogare i buoi al carro. Camminava piano, sollevando un piede dopo aver ben posato l'altro avanti. perché era bendato. Stavano camminando da molte ore. Forse era già l'alba, il prigioniero sentiva il vento e sapeva di trovarsi nella valle di Lanaitto. Il sentiero saliva; gli uomini che seguivano l'uomo bendato non dicevano una parola. Ogni tanto qualcuno lo toccava con la canna del fucile per indicargli di piegare a destra, o a sinistra. Il prigioniero si sentì toccare, con la canna, sul braccio sinistro. Fece un passo a destra e non sentì più terra, picchiò con la faccia contro i rami di un albero mentre continuava a cadere, e gridò. L'urlo durò parecchi secondi prima che l'uomo giungesse al fondo della voragine del Monte Tiscali, che è profonda novantanove metri.


Qualche anno dopo, sulla stessa montagna, gli uomini bendati erano due, uno anziano e uno più giovane. Anche loro camminavano in silenzio. Ognuno dei due badava all'altro, era in attesa. Se uno gridava, voleva dire che un attimo dopo era finita anche per l'altro. Erano saliti in alto, la strada era stata faticosa. All'improvviso i due prigionieri si sentirono colpiti da un calcio; e insieme, a faccia in giù, caddero nell'abisso.

La stessa scena, nello stesso luogo, si ripeté ancora. Quattro cadaveri sono stati estratti, pochi giorni fa, dalla voragine di Tiscali. Ma quante persone siano state fatte sparire là dentro. nei tempi andati. perché se ne perdesse ogni traccia, è per ora impossibile saperlo.

Sos battor mortos. i quattro morti, della voragine di Tiscali sono tornati alla luce del sole, e adesso i quattro mucchietti di ossa si trovano in cassette di zinco a Cagliari e attendono, probabilmente invano, di riavere i loro quattro nomi. Erano quattro abitanti di Oliena o delle montagne vicine. Ma i nomi di coloro che in queste montagne sono scomparsi senza che se ne sapesse più nulla sono molto più di quattro.

È questa la prima volta che, in Sardegna, dal fondo di una inaccessibile voragine si recuperano i resti delle vittime di un delitto. Se i quattro assassinati di cui parliamo hanno potuto avere sepoltura cristiana Io devono, indirettamente, al turismo. È curioso che si siano così simbolicamente incontrati, nelle viscere del monte Tiscali, a novantanove metri di profondità nell'abisso, due aspetti in contrasto della Sardegna d'oggi: ovvero gli ultimi residui della feroce tradizione e le nuove forze che aspirano a fare dell'isola (o piuttosto di quelle zone che ancora non lo sono) una terra moderna e civile.

A trovare i morti in fondo all'abisso sono stati gli speleologhi, cioè quelle brave persone che si dedicano al difficile sport della esplorazione delle grotte.

In questa zona centro-orientale della Sardegna le montagne, all'interno, sono una continua sorpresa.

Le rocce calcaree che stanno sopra il granito e il basalto sono piene di budelli praticabili. di laghi e di fiumi. C'è un fiume carsico sotterraneo, il Gologone, che lungo un percorso di una trentina di chilometri forma sotto la montagna una dozzina di laghi. L'esplorazione di queste grotte non è soltanto uno sport appassionante e uno studio: ha anche una utilità diretta. In questa valle di Lanaitto, per esempio, si sta studiando la possibilità di deviare o arginare le acque sotterranee per permettere la coltivazione della zona. Adesso la valle è deserta e arida, per decine di chilometri non c'è una casa.

Con l'acqua per irrigare, potrebbero stare in questa valle non soltanto i pastori e i caprari di passaggio, ma anche i contadini: il territorio diventerebbe abitato e civile. E i turisti, quando ci potessero venire un po' più agevolmente di adesso, vi troverebbero tali meraviglie naturali da restare sbalorditi. (Grotte simili a queste sono già un richiamo turistico sulla costa orientale della Sardegna: nella grotta detta del Bue Marino a Cala Gonone, si può entrare comodamente a piedi e in barca, vi si possono incontrare le foche, fra poco ci sarà anche la luce elettrica).

Quando gli speleologhi risalirono dalla voragine di Tiscali e dissero di avere trovato là sotto quattro cadaveri, nessuno purtroppo si meravigliò. La voragine è quasi al centro di quella zona deserta che tante volte è stata teatro delle gesta di banditi. La vita umana, in questa zona, fu per troppo tempo moneta corrente di scambio; è difficile pensare che si possa in pochi anni darle una diversa valutazione. Da quando, tre anni fa, morì il bandito Pasquale Tandeddu (eliminato in modo del tutto analogo a Salvatore Giuliano), la media dei morti ammazzati è di molto discesa. Però, la parola vendetta è ancora una parola che fa paura, la difficile contabilità degli omicidi a catena none è ancora arrivata al pareggio.

Tacere quando capita di sapere qualcosa è sempre, purtroppo, il metodo più sicuro per difendere la propria vita e, cosa non meno importante, le proprie bestie.

A Nuoro, in questi giorni, abbiamo visto due buoi bucati; se ne stavano pazientemente fermi, sulle quattro zampe, uno bianco e uno nero, vicini; perdevano sangue e liquido intestinale da due buchi simmetrici che ciascuno di loro aveva ai lati della pancia e aspettavano d'essere abbattuti: i quattro buchi erano stati fatti in modo preciso ed esperto, con un coltello. Il padrone dei due buoi era un contadino povero, aveva solo quelli; se ne stava pallido a pochi metri dalle sue bestie bucate e non si capiva se avesse più paura o più voglia di piangere; ci dissero che aveva, a torto oppure a ragione, fama di linguacciuto.

A Oliena, non molto tempo fa, scoppiò in una famiglia una lite per una questione d'interesse; un tale fu aggredito dal fratello, dalla sorella e dal padre, e quando era già a terra gravemente ferito, la sorella prese lo spiedo della cucina e lo infilzò. Cose, fin qui, che possono succedere dovunque. Ma l'infilzato, di costituzione robusta, non morì; guarito dalle ferite non fece che pensare, secondo la sua logica, alla vendetta; un giorno il padre e il fratello scomparvero e non se ne è saputo più nulla. Qualcuno pensa anche che siano loro l'uomo anziano e l'uomo giovane trovati nell'abisso di Tiscali, dov'erano stati gettati vivi, legati e bendati. Per tirar su dalla voragine i quattro scheletri è stato necessario organizzare una spedizione in piena regola; gli speleologhi hanno dato la loro collaborazione, ma l'operazione non sarebbe riuscita senza l'intervento in forze dei vigili del fuoco di Nuoro, chiamati dalla Procura della Repubblica. Alla bocca della voragine è già difficile giungere a piedi, bisogna essere camminatori e arrampicatori; si può immaginare che problema sia stato per il comandante dei vigili del fuoco di Nuoro, ingegner Alberto Cosimini, portare fin quassù gli argani, le casse, i fari, i gruppi elettrogeni, oltre alle scale di corda e all'acqua e alle provviste per i vari componenti della spedizione.

Siamo venuti a vedere la voragine. È in fondo a una gola, sotto una parete a piombo. I paesi più vicini sono Dorgali, Oliena, Orgosolo; e sono a quattordici, diciassette, quarantaquattro chilometri. Non c'è strada. Non c'è una casa. Siamo rimasti un giorno intero, dall'alba alla notte, nella zona, e abbiamo incontrato solo ventidue capre e il loro capraro, che ci ha offerto la merca frisca, una specie di yogurt; il capraro era gentilissimo e ospitale; era lui, in quella solitudine, il padrone di casa.

Con la Campagnola si arriva ai piedi del Tiscali, poi bisogna fare un'ora di marcia in salita. Lecci altissimi, ginepro, l'aliderru, lentischio e ruta, il romasinu, l'ozzastru e il crapu ficu, che sono l'olivo e il fico selvatici e si arrampicano sulle rocce calcaree; e ancora oleandri quasi dappertutto, fichi moreschi (fichi d'India), e fiori di zafferano; alberi, piante e cespugli spuntano incredibilmente dalla roccia asciutta e grigia. Si attraversano pietraie che sono letti di torrenti in secca. L'acqua c'è, ma è nascosta dentro le montagne; il sole, d'estate, non la vede mai.

A perdita d'occhio, non si scorge intorno un segno di vita umana. Si prova un senso di disagio di fronte a questo paesaggio durissimo, chiuso dalle cornici degli altopiani. Si cammina cercando con lo sguardo un villaggio, un tetto, un palo del telegrafo. Non siamo più abituati a questo paesaggio allo stato brado, ci sentiamo fuori del tempo. Un colpo di fucile qui non avvertirebbe nessuno. In queste gole scende il muflone. Che anche l'uomo frequenti questo deserto ce lo ricorda solo il fatto che ci stiamo dirigendo verso un posto dove sappiamo che sono state ammazzate almeno quattro persone.

Poi, all'improvviso, in fondo a una piccola gola troviamo un rozzo muretto di sassi che forma con le pareti di roccia un recinto: serve per nascondere le bestie rubate.

 
IL FURTO E IL «CONTRACCOLPO»

In Sardegna le bestie sono moltissime: ci sono tre pecore per ogni abitante, tre milioni di pecore sui nove milioni di tutta l'Italia. Tutto il bestiame è al pascolo nelle immense tancas solitarie; rubare bestie è facile, le occasioni abbondano; è la legge primitiva del più forte, o del più abile. Se tutto qui fosse meno primitivo; se, per esempio, invece di tante bestie allo stato brado, se ne tenessero meno ma in stalle moderne; se si coltivassero a fieno terreni che oggi sono pascoli; se si riflettesse che un maiale, costretto a cercarsi le sue ghiande facendo molto moto: può arrivare a un quintale. mentre un maiale al quale le ghiande sono servite nel truogolo arriva a tre; se si riuscisse insomma a trasformare, a correggere questa situazione, dicono quelli che s'interessano modernamente dei problemi di questi paesi, allora anche l'origine secolare di tanti inconvenienti (l'abigeato che è pane di tutti i giorni per gli avvocati sardi) potrebbe forse essere eliminata. Ma l'armentiere, anche ricco, non vuol convincersi che può avere con venti vacche in stalla lo stesso reddito che con cento vacche al pascolo. Il sardo di queste parti si sente un povero se non ha tutte le quattro specialità del bestiame: crapas, porcos, berbeches, bubulos, ovvero caprini, suini, ovini e bovini. Così succede che, fra tante bestie al pascolo, qualcuna cambi padrone; il furto di bestiame, il camuffamento- degli animali, la macellazione clandestina a tempo di record non sono mai da queste parti il frutto di un'improvvisazione, sono piuttosto il prodotto di una tecnica raffinata, di una tradizione secolare. A Nuoro si compra carne a trecentocinquanta lire al chilo, si sa benissimo che è di bestie rubate.

Poi il furto della bestia provoca il «contraccolpo», ovvero la rivalsa sulla bestia del ladro; si diventa nemici; capita il primo delitto, inizia la catena; e torniamo alla voragine di Tiscali coi suoi quattro morti.

L' INDIZIO DELL' ANFORA INTATTA

La voragine di Tiscali non è la più grande della zona, ma è certamente la più imponente. Ci starebbe tutto intero, guglia più guglia meno, il Duomo di Milano, e la Madonnina spunterebbe di nove metri dalla bocca dell'abisso. L'apertura, in alto, è stretta; ha un diametro di neanche cinque metri: ma, in basso, la voragine si allarga come un imbuto rovesciato e forma una immensa stanza, alta sessanta metri. In tre direzioni, dalla grande caverna, partono tre gallerie. Una è lunga trecento metri. È uno scenario favoloso. Gli speleologhi hanno trovato qui una anfora nuragica e un'anfora olearia romana, quasi intatta, e cioè non caduta dall'alto della voragine; ne hanno dedotto che la caverna immensa doveva, in tempi antichi, essere facilmente accessibile dall'esterno; e il 12 settembre, giorno della nostra visita al luogo, hanno anche trovato la strada buona.

 

QUATTRO SCHELETRI COI GAMBALI

Chi scrive dovette, per accontentare i bravi amici speleologhi, indossare una tuta e seguirli strisciando per ottanta metri dentro un cunicolo ingombro di materiale alluvionale: dove il soffitto distava dal pavimento quaranta centimetri; era un po' come cercare una pantofola sotto un letto lungo ottanta metri, al buio. Tirava un vento freddo che ci confermava l'esistenza di una comunicazione con la voragine. Alla fine trovammo il buco: ma era piccolissimo, nessuno di noi vi si poté infilare, ci sarebbe voluto un bambino di tre, quattro anni o un lillipuziano.

È stato tuttavia un buon successo, perché con un po' di dinamite il buco potrà facilmente essere allargato; sgombrato il cunicolo da una parte dei detriti, i turisti che non soffrono di claustrofobia potranno facilmente visitare la grande voragine. Per questo dicevamo all'inizio che in fondo a questo abisso si sono idealmente incontrate due Sardegne diverse; quella primitiva, che in una voragine vedeva il mezzo più pratico per far sparire un nemico dalla faccia della terra; e quella moderna e civile, che nella stessa voragine vede invece un punto di attrazione per i turisti e gli studiosi. Dal centro della caverna si protende verso il cielo una stalagmite alta trenta metri; e un raggio di sole la illumina ogni ventiquattr'ore, per pochi minuti, a mezzogiorno. In quel punto erano i resti dei quattro assassinati.

Gli scheletri erano ancora legati coi loros di cuoio. Stoffa degli abiti non ce n'era più, ma c'erano i gambali di cuoio e le scarpe. Se avevano carte indosso, non se n'è trovata traccia, perché la grotta è frequentata da una moltitudine di piccolissimi crostacei bianchicci e ciechi (albioniscus fragilis) che a quanto pare sono ghiottissimi di carta, anche perché gliene capita ben di rado. In un portafoglio di cuoio c'erano trentacinque centesimi in monete, di zecca del '22 e del '42. C'era anche una grossa chiave di ferro, lunga più di una spanna, forse la chiave di un ovile.

Certo non c'era mai stata da secoli, in quel punto della valle di Lanaitto all'imboccatura della voragine di Tiscali, tanta gente tutta insieme quanta se ne vide il 5, il 6, il 7 di questo mese. Il comandante Cosimini creò un accampamento vero e proprio, con collegamenti radio.

Venne il sostituto procuratore della Repubblica di Nuoro, dottor Giuseppe Fodde, con la polizia e i carabinieri. Scesero nella voragine, con le scale di corda, i vigili del fuoco e gli speleologhi. C'era fra questi Bruno Piredda, che per primo trovò tempo addietro gli scheletri, ed è presidente del Gruppo grotte nuorese, c'era padre Antonio Fureddu, un giovane gesuita direttore dell'Osservatorio astro-fisico di Cuglieri e capo del Gruppo Pio XI. Ci vollero molte ore di lavoro per far ripercorrere dal basso in alto ai resti dei quattro disgraziati gli stessi novantanove metri che dall'alto in basso avevano fatto in pochi secondi. Quanto tempo fa furono gettati in quel buco, si sta ora cercando di accertarlo, all'Istituto di medicina legale di Cagliari. Un primo esame compiuto sul luogo fece ritenere possibile che i delitti fossero avvenuti una decina di anni fa, e forse più; certo, i quattro furono gettati vivi nell'abisso, e in epoche diverse; probabilmente prima uno, poi due insieme, poi un altro.

 

IL GIOVANE CHE PIANGEVA NESSUNO

Si aspettava che si presentasse qualcuno per chiedere di riconoscere i quattro cadaveri. Nessuno, infatti, si è presentato. Eppure non si tratta di forestieri, lo dicono i gambali di cuoio che sono come quelli dei pastori di Oliena, Io dice il portafoglio pure di cuoio che è di fattura dorgalese. Nessuno è venuto a chiedere ai carabinieri di riconoscere la chiave di ferro, o gli altri pochissimi oggetti trovati accanto agli scheletri. I magistrati, per ora, si accontentano di sperare che faccia impressione il fatto stesso del ritrovamento: gettare un uomo in una voragine senza uscita era un mezzo pratico per cancellare le tracce, una volta; ma non lo è più ora che mezzi moderni permettono di esplorare anche le viscere della montagna.

Se almeno si riuscirà a stabilire con esattezza la data dei delitti, si potranno convocare i parenti di alcune fra le molte persone che scomparvero in quel periodo. Chiamare ora i parenti di tutte le persone scomparse negli ultimi quindici anni. non servirebbe. Pietro Carta, Francesco e Salvatore Pinna, Carmine e Pietro Biscu, Salvatore Ticca, Luigi Bitti, Antonio Congiu, Egidio Podda detto zio Chiolu... L'elenco dei nomi delle persone scomparse nei paesi vicini alla voragine potrebbe continuare a lungo. Di nessuno di loro si è saputo più nulla. E forse è meglio così. La certezza sulla identità di questi cadaveri potrebbe purtroppo far correre persino il rischio che si riaprisse la catena delle vendette: o per punire, o per evitare di essere puniti.

Ci hanno narrato che quando i quattro, scheletri, nelle cassette di zinco, furono riportati a valle dal monte Tiscali, si vide uno dei presenti, un giovane,. diventare pallido e stringere i denti. Aveva gli occhi pieni di lacrime che potevano essere di commozione o di rabbia. Li aveva riconosciuti? Pensava di sapere qualcosa?

Lo sentirono mormorare: «Bisonzata de los vendicare» (bisogna vendicarli); ma forse era soltanto sconvolto da quella vista e dal ricordo di tutte le volte che nella sua famiglia aveva sentito ripetere quella frase terribile: Bisonzata de los vendicare. Nessuno, vedendo quel volto impietrito, osò chiedergli nulla, e lui non disse altro.

UN VUOTO NERO FRA LA VITA E LA MORTE

Di qui dice uno dei nostri accompagnatori mentre siamo sull'orlo della voragine, «basta dare una piccola spinta ed è fatto. È facile.» È vero, non ci vuol niente. Fra la vita e la morte, in questo posto, non c'è nessuna barriera visibile, c'è soltanto quella piccolissima spinta verso il vuoto nero che è sotto di noi. Questo posto è il contrario del paradiso terrestre, ha la bellezza dell'inferno. C'è forse da meravigliarsi che uomini simili a noi (ma nati e vissuti in questo deserto) non abbiano provato nessuna esitazione al momento di sopprimere una vita umana? Era un atto fisico, facile come gettare in questo abisso un sasso. In presenza di questo patibolo naturale dove sono stati uccisi almeno quattro condannati a morte, il pensiero più civile che riusciamo a formulare consiste nel tentativo di calcolare quanto tempo impiega a percorrere verticalmente novantanove metri in base alla legge di accelerazione dei gravi in caduta un corpo del peso e della massa di un uomo.