Doloverre

DOLOVERRE di Giulia Delogu

La speleologia, come noi tutti sappiamo, è un'attività volta all'esplorazione, allo sudio e alla conoscenza del mondo sotterraneo.

Si, la speleologia è questo, ma non si risolve in questo, non per chi la pratica.
La speleologia è amore. E, se l'amore è dedizione, appassionata ed istintiva, verso un'altra persona, la speleologia è tutto questo, verso la grotta.
Ciò che muove l'animo dello speleologo è il desiderio di arrivare nell ventre della terra e scoprirne i suoi segreti. E scoprire quelli che, lui stesso, nasconde dentro di se.
Non è, quindi, solo un viaggio sotterraneo, ma è un viaggio dentro se stessi: la grotta è un mondo in cui tutte le maschere che portiamo nella vita quotidiana, cadono,inesorabilmente, facendoci fare i conti con chi siamo realmente.
Per questo, possiamo scoprire di più su una persona in una giornata in grotta, che in un anno di conoscenza.
 
Buona parte dell'attività speleologica consiste nella ricerca di nuove grotte, ed è proprio la brama di trovarne di nuove che ci spinge a continuare a cercare, nonostante gran parte di questa attività si risolva, più spesso di quanto vorremmo ammettere, in un buco nell'acqua.
Alle volte, però, se sei molto fortunato, riesci a trovare ciò che hai cercato a lungo, proprio quando non lo stai cercando, esattamente come è successo il giorno in cui abbiamo trovato la grotta di Doloverre.
"Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi."
(Marcel Proust)

E' una calda giornata di metà ottobre e la Valle è bellissima in questo periodo.
Marco, Maurizio, Piero ed io,ci troviamo nella zona di Doloverre per scattare alcune foto della grotta di Sisaia, da inserire nella mostra fotografica che, tra qualche giorno, dovrà essere allestita in occasione dell'incontro/convegno oraganizzato all'interno della manifestazione "La notte dei ricercatori".
Sisaia, ormai la conosciamo tutti: è lo scheletro preistorico di una donna, trovato nel 1961 da alcuni speleologi del Gruppo Grotte Nuorese impegnati in una ricerca esterna in località Borrosca, nella Valle di Lanaitto. La particolarità di questo scheletro, è legata alla presenza di un foro ricalcificato nel cranio, frutto di un'arcaica trapanazione cranica alla quale la donna era sopravvissuta.
Oggi, possiamo ammirare Sisaia nel museo archeologico di Nuoro.
Quello stesso luogo, oggi, ci ha regalato un'altra sorpresa, questa volta, da un punto di vista strettamente speleologico, perchè, a pochi metri dell'ingresso della grotta in cui Sisaia ha trovato rifugio per tantissimi anni, abbiamo trovato una grotta inesplorata, che ha risvegliato l'entusiasmo del gruppo.
Non posso negare che si sia trattato di un vero e proprio colpo di fortuna, perchè, non fosse stato per Sisaia, forse, non l'avremmo mai trovata, considerato che la zona è molto frequentata e, oltretutto, è stata esplorata con impegno anche in passato, come dimostra lo stesso ritrovamento dello scheletro.
Proprio per questo, credo, quando ho notato il pertugio, nessuno dei miei compagni mi ha dato retta, inizialmente. Immaginavo che mi avrebbero risposto che quel buco era conosciuto, già visto, già controllato etc,etc..
 
Ma, nonostante questa consapevolezza,una volta portata a termine la spedizione fotografica decidiamo di controllare comunque quel pertugio.
Con grande sorpresa, sentiamo uscire aria fredda dall'interno, segno che, molto probabilmente, siamo in presenza di una grotta.
Purtroppo,data la mancanza di tempo, siamo costretti ad andare via, ma ci ripromettiamo di tornare al più presto per valutare la situazione.
Circa due settimane dopo, siamo di nuovo qui, davanti al piccolo ingresso che si presenta stretto e basso, adatto a speleologi di piccola taglia e, per questo motivo, data la mia corporatura minuta, entro per prima. Trovo un pò di difficoltà nella prima strettoia, leggermente in salita, che mi costringe a strisciare messa di fianco e a tirarmi su con l'aiuto delle sole braccia, perchè non ho grande libertà di movimento per le gambe. Un passaggio decisamente scomodo.. Una volta dentro, mi rendo conto della presenza di un ingresso alto che consente il passaggio anche a chi ha una stazza più importante della mia, come quella di Maurizio che, infatti,mi raggiunge subito.
Scendiamo nel pozzo che si trova alla destra dell'ingresso basso, dopo uno scivolo di un paio di metri; ha dimensioni ridotte ( tre metri di profondità per un metro di larghezza circa), perciò è facile scendere in libera.
Una volta arrivati alla base, ci troviamo davanti a un piccolo buco,nel quale non è possibile passare e capisco perchè, in passato, nessuno ha deciso di proseguire oltre e forzare quel passaggio: probabilmente, in mancanza del flusso d'aria, neanche noi l'avremmo fatto. Per oggi,non possiamo fare altro, se non constare la necessità di dover tornare attrezzati per disostruire il passaggio.
Dopo una settimana, eccoci ancora qui, questa volta armati di punto e mazzetta; a turno, colpiamo la roccia per creare un piccolo varco, ma il lavoro si rivela molto più complicato e faticoso del previsto,sia perchè il calcare non vuole saperne di cedere, sia perchè il ridotto spazio in cui ci troviamo ad operare non consente un buon margine di movimento per inferire adeguati colpi alla roccia e ci costringe a lavorare solo uno per volta.
Il lavoro di disostruzione è andato avanti per circa quattro spedizioni, molto più di quanto ci aspettassimo, a causa di una serie di imprevisti che hanno ritardato il lavoro e messo a dura prova la nostra pazienza.
Finalmente, riusciamo a intravedere qualcosa oltre la strettoia e provo a passare. Anzi, mi convinco di poter passare senza problemi. Non può averla vinta lei. Metto dentro un braccio,poi la testa; l'altro braccio è fuori e con la mano cerco delle prese per evitare di scivolare. Riesco a mettere dentro anche l'altro braccio e faccio scivolare giù il bacino,piegando le gambe che ancora restano fuori. Mi tiro all'interno con le braccia e continuo a ruotare il bacino. Sono dentro.
Mi trovo all'interno di una saletta di piccole dimensioni, sia in altezza che in larghezza. Alla mia sinistra vedo un camino che sale in alto. Lo percorro, strisciando, ma subito capisco che chiude; torno giù e alla mia destra vedo una piccola breccia nella parete, all'altezza di circa un metro e mezzo da terra che consente il passaggio a pochi fortunati dotati di un fisico minuto e con la volontà di sperimentare tecniche di movimento degne di un contorsionista.
Non sto certo facendo salti di gioia all'idea di competere con i circensi del Cirque du Soleil ma, considerando il lavoro ancora necessario per allargare il primo varco, devo necessariamente superare l'ostacolo per capire se vale la pena di affrontare tutto quel lavoro. Così, mi armo di pazienza e mi concentro solo sull'obiettivo e, cercando di farmi ancora più piccola, mi rannicchio sul bordo dell'apertura, bloccandomi alla parete con le spalle, tiro su le gambe e, una per volta, le faccio passare nella piccola spaccatura e, con grande fatica, mi faccio scivolare dentro.
Mi trovo all'interno di una galleria stretta, ma abbastanza alta da procedere in piedi o leggermente inchinata e, dopo una decina di decina di metri, mi affaccio all'imboccatura di un pozzo, in seguito denominanto "In libera non me la sento".
Non mi pare sia particolarmente alto,saranno circa cinque metri, da quel che riesco a vedere. Certo è che è molto largo e non posso scendere in contrapposizione; forse, posso disarrampicare. No, non è il caso: sono sola e non ho attrezzatura per scendere in sicurezza, meglio non azzardare. Lancio una pietra per provare a stimare l'altezza: non sono certo cinque metri! La pietra va giù e, quella che pensavo fosse la base del pozzo,si rivela essere un terrazzino.
A questo punto esco e descrivo agli altri ciò che ho visto; è chiaro che dobbiamo tornare, allargare la prima strettoia ed esaminare il pozzo ma, per oggi, possiamo solo ritirarci e immaginare cosa ci aspetta la sotto.
E' arrivato il fine settimana, siamo carichi di curiosità e di energia per andare avanti e aprire il varco per permettere a tutti di passare.
Oggi non collaboro con gli altri nel lavoro di ampliamento, ma entro subito con uno dei nuovi ragazzi del gruppo, convincendolo che può passare senza alcuna difficoltà nella strettoia dei contorsionisti. Lui può entrare di testa perchè, anche se è poco più alto di me, quei pochi centimetri in più gli consentono di arrivare con le mani ad alcuni appigli che gli permettono di uscire da quel buco senza troppe difficoltà. Riesce a passare, forse maledicendomi un pò, e, insieme, ci dirigiamo verso il pozzo.
Adesso che sono in compagnia, mi sento più libera di esplorare senza troppi problem, perciò mi incammino alla sinistra del pozzo ed entro in una saletta bassa, in cui mi ritrovo a strisciare tra una serie di colonnine; per quanto sia affascinante, non è affatto interessante dal momento che non si sente un filo d'aria e che chiude dopo circa una ventina di metri; perciò esco fuori e mi sposto di nuovo verso il pozzo ma, questa volta, passando più in alto di quella che pensavo essere l'imboccatura e che, a questo punto, capisco essere solo una finestra affacciata sul pozzo stesso.
Ecco il vero accesso ,che mi consente di vedere cosa c'è sotto di noi. E' un bellissimo pozzo, largo, profondo tanto quanto basta da non vedere dove finisce. Sono emozionata, non riesco a trattenere l'entusiasmo e inizio a battere le mani e a ridere; lo sguardo di Roberto mi fa capire chiaramente che cosa sta pensando:"E' pazza". Ma, sono certa che ci troviamo alle prese con una grotta importante e non mi interessa controllare le mie reazioni per far credere di essere una persona normale.
Sento entrare Maurizio, che ha già con se l'attrezzatura per armare il pozzo. Mette l'imbrago, fa il primo armo e scende; a poco più di metà pozzo è costretto a frazionare per evitare che la corda raschi contro la parete e continua a scendere. Io e Roberto siamo su, ad aspettare notizie dal basso, mentre Marco M. e Marco C. continuano ad allargare i primi due passaggi.
Non riusciamo più a vedere Maurizio e questo mi porta a immaginare che abbia trovato un'immensa galleria, che stia prosegendo e si sia dimenticato di noi!
Nel frattempo, è dentro anche Marco M. che, quando vede risalire il fratello, lo tempesta di domande, senza pensare che Maurizio non è proprio loquace e infatti non risponde, facendo finta di non sentirci.
Ci rassegnamo e aspettiamo che arrivi su. Silenzio. Purtroppo non siamo telepatici e ripartiamo col terzo grado ma, le risposte, ci lasciano ancora più dubbi e curiosità. Maurizio ci spiega di essere arrivato alla base del pozzo e di essere entrato in un buco sul pavimento per arrivare a un'altra saletta in cui si sente una leggera corrente d'aria ma, per problemi tecnici, non ha potuto controllare bene: occhiali appannati e mancanza di un panno per pulirli. Mi chiedo come abbia fatto a tornare su.
Andiamo via, con l'amaro in bocca e con tante domande. Finirà li? E' possibile che un pozzo cosi grande non porti da nessuna parte? Non ci credo.
Due settimane dopo, eccoci di nuovo qui, sempre più numerosi.
Mentre Marco M., Giovanni, Alessandro P e Ulisse(lo speleo-cane), restano fuori per allestire un piccolo campo, noi entriamo. Arriviamo velocemente al pozzo; scendono Maurizio, Paolo e Alessandro e raggiungiamo con Mariangela, con cui subito ci avviamo nella saletta in cui Maurizio si era fermato la volta precedente. Ci guardiamo intorno e, a prima vista, pare che non ci sia prosecuzione. Sentiamo aria ma non capiamo da dove arrivi, perciò, ci concentriamo e proviamo a capire e sentire da dove proviene. Il leggero flusso di corrente ci guida dietro un mammellone crollato sul pavimento: l'aria arriva da quello che pare essere l'ingresso di un cunicolo ma, dato che non si vede bene, mi sporgo per illuminare col casco. Non riesco a capire cosa ci sia all'interno di quel pertugio, perciò, decido di strisciare tra il mammellone e l'aperura da cui arriva l'aria, stando attenta a non finirci dentro e, mentre compio questa operazione, sento cader giu una pietra, che arriva al fondo dopo diversi secondi. Io e Mariangela ci guardiamo e ci capiamo subito: devo spostarmi immediatamente, perchè siamo sopra un altro pozzo. A quel punto, iniziamo a tirar giù qualche pietra per provare a capire di quanti metri sia e, insieme ad Alessandro C., che nel frattempo è arrivato, lanciamo giu una pietra più grossa che, arrivata al fondo, ci fa capire che giù c'è acqua. Chiamiamo subito Maurizio, che arriva con Paolo.
A questo punto, Maurizio decide di iniziare a fare i rilievo della grotta. Noi, lo guardiamo perplessi e, solo con la forza del pensiero e dei nostri sguardi, capisce che vogliamo andare avanti. Non è il momento di fare rilievi! Torna fuori per recuperare il materiale per armare il secondo pozzo.
Noi restiamo nella piccola saletta, la nostra Sala d'at(the)sa.
Sembra passare un'infinità di tempo e diventa chiaro che inizia a farsi sentire la fame quando, guardando tutti in silenzio la stessa stalattite rotta in un angolo del pavimento, sentiamo Mariangela dire: "Quella sembra una carota!". Ecco, abbiamo tutti avuto la stessa allucinazione e, non so se la cosa sia consolante o preoccupante.
Maurizio torna giu e procede a creare un armo artificiale, non essendoci armi naturali. Inizia a calarsi. Sentiamo il trapano e capiamo che sta facendo un frazionamento. Ricomincia la calata. Secondo frazionamento. Poi terzo e quarto. Mentre aspettiamo che arrivi giù e ci dia il via per scendere, arriva Marco, che gentilmente ci porta del cibo. Sgranocchiamo, ridiamo, parliamo e sognamo a occhi aperti.
Il tempo passa e facciamo silenzio, cercando di sentire i movimenti di Maurizio. Eccolo, sta risalendo e, purtroppo, ci spiga di non essere riuscito ad arrivare al fondo del pozzo, perchè la corda non è stata sufficiente.i spiega, però, che dal punto in cui si è fermato è riuscito a intravedere quello che sembra un canale d'cqua e una salita di sabbia al di là di esso.
A malincuore, non avendo con noi altre corde, siamo costretti a interrompere la progressione. Rimaniamo con l'amaro in bocca, per non aver potuto andare oltre, ma siamo comunque felici.
Passata una settimana, siamo di nuovo davanti alla grotta, pronti ad entrare. Siamo circa una decina e ci dividiamo in due squadre: la prima, composta da Gigi, Bettina, Paolo, Baralla che si occupano di disostruire l'ingresso per consentire un passaggio più agevole; la seconda, composta da me,Marco M., Maurizio, Anna, Mariangela, Francesco M. e Giuseppe, per la progressione. Non si perde tempo.Arriviamo subito all'imboccatura del secondo pozzo. Entrano Giuseppe, Francesco, Maurizio e Marco mentre io, anna e mari, restiamo nella sala d'at(the)sa.
Questa è una sala importante, perchè è l'anticamera di ciò che ci aspetta li sotto. L'attesa é estenuante, la curiosità ti mangia dentro. Non sappiamo cosa stia succedendo laggiù e non possiamo far altro che sognare e dare sfogo all'immaginazione. Ovviamente, il tempo va impegnato in qualche modo, perciò, avendo portato l'occorrente, decidiamo di farci un bel the caldo, anche se, ben presto, scopriamo di non aver avuto una grande idea. Il problema è stata la scelta a monte, di prendere dal ripiano dello scaffale del magazzino, dedicato all'occorrente per il campeggio, un pentolino che si trovava li da chissà quanto. Si tratta di quelle vecchie gavette a incastro, in cui parte inferiore e superiore sono quasi uguali e fungono entrambe da pentolini. Bè, probabilmete non veniva utilizzato da parecchio tempo, perchè, aprendolo, è uscita la terra risalente, probabilmente, a uno dei primi campi di Su Bentu del gruppo grotte. In quella nuvola di polvere ho intravisto volti noti di soci che ormai non ci sono più.
A questo punto, il the è fuori discussione, ma il freddo inizia a farsi sentire e decidiamo di mettere comunque a bollire un pò d'acqua per riscaldarci col vapore. Davanti a questa fonte di calore, iniziamo a chicchierare e a descrivere come ognuna di noi immagina la grotta al di la del pozzo.
Dopo un tempo che pare infinito, sentiamo risalire i ragazzi. Non vediamo l'ora che ci raccontino ciò che hanno visto. Purtroppo, ci dicono, il sifone chiude ogni accesso e non è possibile proseguire. Mentre raccontano, mangiamo qualche dattero, i cui semi finiscono dentro l'acqua che bolle, insiemea qualche pezzo di zenzero, per profumare l'aria. Siamo delusi, ma non ci arrendiamo. Dopo l'esperienza di Corojos, francesco ci dice:" Se riusciamo a svuotare questo sifone, siamo magici!"
Ma,siccome credo che, noi del gruppo, un pò magici siamo, sono sicura che riusciremo ad andare anche oltre questo ostacolo. Non dobbiamo far altro che aspettare che il tempo sia clemente e sperare che il livello dell'acqua scenda per aprire il passaggio che ci consenta di proseguire.

Come dice un vecchio proverbio cinese "a chi sa attendere, il tempo apre ogni porta".

Allora, attendiamo.



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