Cronache di viaggio.

CRONACHE DI VIAGGIO di Anton Maria Dedé

L'idea del viaggio era nata spontanea, come un fiore nella stagione buona. Ancora informe, fu subito amorevolmente coltivata da Piero, che le diede il corpo di un suo itinerario da lungo tempo immaginato.

Esponendone il progetto, Piero era parso scoprirne lui stesso, gradatamente, le seduzioni più segrete. Quelle sue immagini interiori si erano andate traducendo in un sorriso sempre più largo e convincente, a far da sfondo all'esposizione. Breve e sommaria, fatta in tono suadente e quasi concitato ad un tempo.

Di quel suo progetto, ancora imprecisato, ogni sua parola era caduta su terreno fertile: negli occhi di Paolo, voglioso e già interessato ai futuri particolari, quelle immagini si erano ingrandite quasi palpabilmente, come fossero le mie. Nella sua espressione intenta e, quasi, ingorda, avevo visti riflessi i miei stessi desideri: tre giorni di spazio, di cammino, di libertà assoluta in un paesaggio tanto più seducente quanto più aspro e selvaggio. La traversata di tutta la zona calcarea da Baunei a Dorgali.

Non c’era voluto molto; né per convincere noi stessi, né per i preparativi. Ed ora, eravamo già in viaggio.

A Nuoro avevamo lasciato tempo fresco, con il cielo coperto a tratti, non particolarmente bello. Sulla strada orientale, invece, più vicina al mare, la giornata si mostrava propizia. Nel cielo quasi sgombro, altissimi cumuli immacolati si spostavano lenti; mentre sulla strada le raffiche di vento aumentavano la loro forza man mano che la macchina saliva verso l'altopiano.

Seduto dietro, con Paolo, pulivo ogni tanto i vetri appannati dal nostro respirare, combattendo contro la sonnolenza.

Poco prima di Genna Silana, la macchina sbucò sul crinale che si apre sulla Codula Luna. "Ecco là dove dobbiamo passare" indicò, subito, Piero.

Lo scenario si era aperto completamente a Est, verso il sole,che disegnava controluce il profilo del crinale opposto. Là dietro c’era il mare, che non si vedeva ancora, ma al quale saremmo andati sempre più avvicinandoci nel nostro imminente pellegrinaggio.

Guardando da quella parte, sentivo emergere dalla sonnolenza quella segreta esultanza di sempre, in queste occasioni. Come un allargarsi del respiro, e l’impulso di gridare. I soliti ingredienti di un’esistenza sovente fantasticata: il sole, il vento, l'illusione di libertà nel contatto con la natura, e... l'amore per tutto questo.

 

Piero, beato lui, parlava d'amore più in particolare con Natalia, che gli stava a fianco e che avrebbe dovuto riportare la macchina a Nuoro. Dopo Genna Silana, la strada si affacciò sulla Cantoniera Giustizieri e cominciò a scendere verso il pianoro, Su Paùle 'e Urzulei, per risalire dall'altra parte. Sparsi qua e là, animali pascolavano liberi negli acquitrini rimasti dalle ultime piogge. Nelle zone d'ombra della grande conca, l'erba appariva ancora infarinata dalla brina.

Giunta sull'altro valico, la macchina fu nuovamente assalita dal vento. Per avere un poco più di riparo, Piero passò oltre e fermò 'in una curva stretta, in discesa, poco prima della fonte di S'Abbadorgiu. Scendemmo, e la prima raffica diretta spazzò, di colpo, la sonnolenza. Erano quasi le nove. Scaricati gli zaini, dividemmo le ultime vettovaglie che avevamo preso in comune, per trovar loro posto negli ultimi spazi disponibili degli zaini.

"Allora, fra tre giorni su quella strada (Cumbida Prantas)", diceva Natalia, aggrappata a Piero con gli occhi. "Mi raccomando... Dico anche a voi !" insisteva. E non era a noi che stava pensando.

"Ma certo. Non preoccuparti... Ci pensiamo noi!" ghignava Paolo, ammiccando e saltellando per il fresco. Nella circostanza, Piero cercava disperatamente di assumere un atteggiamento staccato, dignitoso....

"Cosa guardi, animale!... Lascia che si salutino!..."

 

Il "NOSTRO" viaggio cominciò quando lasciammo la strada. Il sentiero si svolgeva, appena tracciato, nella tipica macchia mediterranea: tra eriche, cisti, corbezzoli, qualche ginestra.

Correva a mezza costa e consentiva, dapprima, la visuale su una parte del pianoro e sulla imboccatura della Codula Luna, che noi avremmo costeggiato sulla destra, all'interno. Poi, sempre in leggera salita, ci avrebbe portati in poco tempo al "Pranu d’Otzio".

 

Misurando il respiro sui primi passi, riuscivo a cogliere, tra tutti, l'aspro odore del cisto, subito disperso dal vento. Sentivo l'aria vivida dilagare nei polmoni e produrre quel noto senso di euforia che sarebbe andato placandosi naturalmente, con la prima fatica. Il terreno non era ancora roccioso, ma abbondante di pietrisco minuto che non impediva l'infittire della macchia. Ai piedi degli arbusti di cisto, spuntavano qua e là le carnose fioriture degli ipocisti parassiti.

 

Sbucammo sul "Pranu d'Otzio": una estesa spianata erbosa che, dalla sommità del dosso su cui eravamo giunti, aperta a tutti i venti, andava a incunearsi, verso Nord, tra i primi speroni rocciosi di calcare. Sulla sommità dello sperone di sinistra si scorgevano i ruderi di un primo nuraghe: Nuraghe Solluli, diceva la cartina. Sotto un albero isolato di pero selvatico, insieme a utensili vari, diverse "bertule" e una grossa "padedda", trovammo un maialetto con le zampe legate. Grugnì al nostro avvicinarsi. Il pastore non doveva essere lontano. Comparve infatti ai richiami di Piero, silenzioso, dietro di noi. Lo scorgemmo voltandoci, mentre già si avvicinava.

Era Nicola, di Baunei, già conosciuto sia da Piero che da Paolo in occasione dell'esplorazione della voragine di Anghiddai, due anni avanti.

Colpiva soprattutto per l'alta statura, insolita per un sardo, e per la regolarità dei lineamenti, lunghi e marcati, scolpiti come con l'accetta. Mentre parlava, la dentatura impeccabile (faceva quasi pensare a una protesi) risaltava bianchissima sul colore scuro della pelle, abbronzata e lustra per la consuetudine con l'aria aperta. Era in transumanza, e aveva cominciato a spostare la roba verso l'ovile estivo, nella zona di Turusele. Aspettava l'arrivo delle bestie per proseguire. Parlava adagio, muovendo le grandi mani nodose con gesti larghi e misurati; e da ogni suoi atteggiamento emanava la stessa pacata tranquillità che era in tutto il paesaggio intorno e nella bellezza del mattino di sole.

Dopo lo scambio di convenevoli, di notizie e di indicazioni, riprendemmo il cammino verso il fondo della spianata. Nicola si mise a tracolla una delle bertule che erano a terra, e dalla quale si levò un coro di grugniti. Era anch'essa piena di maialetti.

 

Ci accompagnò per un tratto, su un sentiero parallelo, tenendo tra le braccia il maialetto legato che se ne stava tranquillo, come se si sentisse protetto. Il suo passo lungo e ondulante, sempre uguale, contrastava col nostro, spezzato e incostante. La sua figura, col maialetto adagiato tra le braccia come per un dono, rievocava gesti antichissimi, ripetuti da sempre nel tempo.

Scostandosi sempre più sulla destra, Nicola si fermò sotto uno sperone, vicino a un riparo che mi era sembrato un semplice mucchio di sassi. Tolse alcune pietre dalla sommità e prese a infilare nel vano i maialetti. Al nostro saluto, si volse e rispose brevemente, levando la mano.

In fondo alla spianata, circondata sui tre lati dalle alture, scorreva e ristagnava acqua abbondante (Sa Funtana e' Lattai). Dove il tenace tappeto delle radici erbose non era stato scalzato, l'acqua scorreva piacevolmente sull'erba stessa, come in un angolo di campagna settentrionale. In molti punti, però, l'acqua si era insinuata, e aveva scavato profondi canali nel terreno sottostante, giallastro, magro, compatto, impermeabile; e in questi canali si ripiegavano e cadevano larghi lembi del tappeto erboso che non sarebbe più ricomparso, disperso tra le rocce a valle, irrimediabilmente. Era questo solo uno degli aspetti, il più inevitabile, del deterioramento del paesaggio: la senescenza naturale, il dilavamento in atto da millenni degli strati coperti, e che solo da poco, se pure in altri settori, da quando si era potuto ben constatare quale paurosa accelerazione avesse ricevuto dalla sempre maggiore invadenza dell'uomo, cominciava ad essere riguardato come deleterio nella sostanza oltre che offensivo alla vista.

Riprendendo la salita, trovammo le prime peonie (rose di montagna) nella macchia più rada. L'erica e il cisto erano quasi scomparsi ed erano subentrati lecci e ginepri; e tra questi, nelle zone più ombrose, i bei fiori sontuosi parevano voler proteggere con la discrezione la loro bellezza breve ed effimera. Una pianta, dalla fioritura splendida, cresceva quasi sotto le radici di un leccio enorme che stava per essere scalzato dall'erosione di un torrentello della valletta. Quante stagioni ancora avrebbe resistito il gigante prima di crollare per sempre ?

 

Il pensiero di questa possibile e, alla lunga inevitabile, rovina di questa naturale decadenza delle cose, non riuscì, tuttavia, a deprimermi. Io sono qui, pensavo, adesso, ben vivo, in uno stato che potrebbe essere felicità. Fermamente intenzionato a godere di queste cose e della loro esistenza attuale; a godere del presente.

Più in alto, ci fermiamo appena a un'altra fonte, Su Clovu, con una grande vasca sotto un leccio. Di fronte, un piccolo orticello, circondato da grossi muri a secco sormontati da fasci di arbusti spinosi, fa pensare a un fortilizio. Per il colono, un pastore, è certo una lotta durissima coltivare e difendere i raccolti dagli assalti continuati e concentrici di capre, maiali, pecore, cinghiali, uccelli, e, magari, dagli uomini.

La macchia dirada sempre più. Le peonie infittiscono, mentre le piante di leccio e di cisto si fanno più robuste. In località Genna Istirzili, cambiamo sentiero per prenderne un altro, più difficoltoso, secondo le direttive di Piero che, per tacito consenso, dirige. Nessuno, del resto, pensa a contrastarlo. Ogni tanto, Paolo dice la sua; ma senza alcuna velleità. Io, seguo tranquillo: la direzione è questa... la giornata splendida... il resto, sono sottigliezze che non preoccupano.

In diverse occasioni, passando tra ginepri e lentischi, disturbiamo coppie di pernici, che frullano via, gridando seccate. Asfodeli e ferule sono ricomparsi. Mi sembra di notare che la loro presenza scoraggi quella delle peonie. Forse, non sono simpatici; e rispettano le zone di crescita reciproca.

 

Camminiamo a ridosso del costone di sinistra. Al di là di quello, c'è la Codula. In località S'Inipidargiu si scorgono, in alto, i resti del nuraghe Predu Saccu. Da una roccia vicina ai ruderi, un pastore ci osserva, immobile; un ragazzo, all'aspetto.

I campanacci del suo gregge sono davanti a noi, sulla destra. Non appena ci sentono, le capre che incontriamo alzano la testa, ci fissano un attimo con quelle loro pupille da serpente, e si dileguano in due balzi. Sbuchiamo in una zona aperta. Il gregge è sparso più in basso. Le pecore, considerata la distanza, non sembrano neppure scorgerci e continuano tranquillamente le loro faccende mangerecce. Su tutto il poggio fiorisce una quantità incredibile di peonie. Le piantine, qui all'aperto, si fanno quasi cespuglio, e moltiplicano le fioriture in tonalità diverse, più sbiadite. I fiori sembrano, inoltre, più piccoli dei primi che abbiamo incontrato nella macchia. Il sentiero corre sostenuto da un muro a secco costruito dagli antichi carbonai, pianeggiante per un buon tratto. Notiamo che dal calcare delle rupi che abbiamo a sinistra affiorano ogni tanto vene di granito, da cui trasuda l'acqua. Alzando gli occhi, vedo che il pastorello si è spostato con noi sulla cresta, seguendoci in silenzio. Mi chiedo se dovremmo tranquillizzarlo per le sue bestie....

 

Superiamo la cresta. Saliamo ancora su certi tornanti ripidi del sentiero che si è fatto, di colpo, larghissimo ma che, arrivati in alto, scompare. Ci troviamo di fronte ad un'altra lunga spianata, in una valletta. Sulla carta è indicata come Tentinole e Lovettecannas, e dovrebbero esserci due sorgenti. Sul suo tappeto erboso pascolano numerosi bovini.

La prima sorgente è sulla sinistra. Osservando, notiamo un poco più sopra una larga fenditura nella roccia. È l'imboccatura di una grotta dal pavimento sabbioso, entro cui bisogna strisciare per inoltrarci. Non abbiamo attrezzature, e ci limitiamo a prendere nota.

 

Di fronte, sulla parte destra della valletta, c'è un inghiottitoio.

Pur abbondantemente coperto da macchioni di eriche, il terreno converge in modo evidente, come risucchiato, verso l'apertura, che è notevole: scende per circa tre metri tra le rocce, prima di addentrarsi in un cunicolo stretto, orientato a N-NE. Piero prova anche qui ad inoltrarsi per qualche metro, ma trova il percorso ostruito da ramaglie e desiste. Sarà anche questo un obbiettivo per future spedizioni.

Proseguendo, superiamo altri folti macchioni di eriche che nascondono un altro inghiottitoio, questo interrato, e troviamo, sulla sinistra, l'altra sorgente, quella di Lovettecannas.

 

 

Come la precedente, anche la sua origine è certamente dovuta alla superficialità della crosta calcarea che ci circonda e che poggia su un basamento granitico. Frammisti al calcare, troviamo ad ogni passo massi granitici. Proprio vicino alla sorgente bellissimi arbusti di peonie ci invitano alla sosta.

Scarichiamo gli zaini e ci concediamo il ristoro di un mezzo bicchiere di vino.

"Abbiamo visite" dice Piero, scuotendo il suo bicchiere vuoto. Dalla stessa direzione da cui siamo venuti, si sta avvicinando un pastore in gambali. È anziano; e se ci ha visti non ne fa mostra. Ma ci ha visti benissimo. Lo osserviamo mentre quasi ci sorpassa; poi torna, come casualmente,sui suoi passi, sempre ignorandoci, e si avvicina così, stringendo il cerchio.

Quando non può più fingere, Piero lo chiama e gli offre da bere.

"Ho perduto un coltello. Lo stavo cercando" spiega il pastore dopo aver reso il bicchiere. Nella tasca dello zaino trovo del cioccolato, ed è una buona occasione per fargliene parte. "E voi, di dove siete?" chiede.

La conoscenza è già fatta. Tutti i legami di conoscenze e di amicizie comuni, i soli che contino veramente in queste campagne, sono stabiliti. Il pastore, Ziu Mesina, è di Urzulei, ed ha un ovile dall’altra parte della Codula, in zona Gardu Pintu.

"Temevo foste zente mala" dice, per spiegare il suo atteggiamento iniziale. "A volte ne capitano". Il suo concetto di "zente mala" è, necessariamente più vario e largo del nostro; e comprende, a volte, anche tutori dell’ordine, sia in divisa che in abiti civili, che non sempre hanno molti riguardi e non hanno mai conoscenze comuni. Sono "istranzos", stranieri.

Ci parla, tra l’altro, di una grotta nella Codula, nella quale si dice disposto ad accompagnarci, stabilendo un appuntamento.

E su questa promessa, ci separiamo per continuare l’itinerario.

Attraversiamo la zona di Turusele. Il sentiero, qui, è nuovamente largo e consente il transito anche di un camioncino. Per spogliare il paese, i carbonai avevano fatto, a suo tempo, le cose in grande ed erano arrivati praticamente dappertutto, anche nei punti più difficili. Purtroppo vediamo subito che la generazione successiva continua a non avere nessuno scrupolo di fronte al guadagno. In qualche modo, un camion è certamente arrivato fin qui di recente: si scorgono nette, sul calcare, le tracce nere delle slittate dei pneumatici nei punti più critici.

 

Per un bel tratto, a destra ed a sinistra del sentiero, è stata fatta una strage metodica di ginepri. I tagli sono stati effettuati a 15-20 cm. dal suolo, con una motosega. Quasi tutti erano alberi giovani, con un diametro medio di 15/20 cm. Per associazione, mi tornano subito alla mente i campioni di pavimentazione in ginepro visti all'esposizione della Mostra dell'Artigianato.

Fette di ginepri simili a queste, incorporate nel pavimento in guisa di mattonelle, con le loro venature concentriche dalle tinte delicate. Parquets bellissimi, profumati, lucidi, variegati; di cui ciascuno di noi vorrebbe abbellire la propria abitazione.

Ma quanta tristezza, vista da qui !

Cerco di raffigurarmi questa grande dorsale coperta da queste bellissime piante di 5-6 metri di altezza; e poi immagino il rumore delle motoseghe, delle accette, e il motore del camion.

Quanti giorni saranno occorsi per l’operazione, certamente recente? Autorizzata, o no, dalla Forestale? E, se autorizzata, per quale mai motivo?

Anche questi interrogativi non fanno che aumentare la rabbia impotente.

Ci troviamo in zona Murreddu e il sentiero scorre nel bel mezzo della dorsale spogliata. A destra, profondi canaloni scendono verso il mare che si scorge lontano, e sfociano nella Codula Sisine. Dalle pareti scoscese di Bacu Eretili, uno dei più grandi, si scorgono, nettamente staccate, altissime

guglie calcaree, sottilissime nella distanza.

"Ci fermiamo a Punta Càccao" dice Piero, indicando un cocuzzolo che è di fronte a noi, sulla sinistra.

Vi puntiamo decisi, lasciando il sentiero, verso il crinale della Codula. Dappertutto arbusti di origano, maggiorana e armilla profumano l'aria, che si va sempre più scaldando. È quasi mezzogiorno.

 

Siamo veramente sul calcare, fuori dà ogni tracciato. Si cammina ora sul brecciame, che suona sotto i passi, ora tra spuntoni acutissimi e taglienti, ora tra i massi, ora su campi solcati.

Vicini alla punta, siamo investiti dal vento, che viene dalla Codula, aperta davanti a noi. Ci affacciamo e, proprio sotto, in direzione del sole, c'è il verde, solitario tappeto di Campo Esone, bellissimo, lucido nel riflesso di luce, intatto."Innidu", dice Paolo in dialetto; e questa espressione verbale, per me nuova, arricchisce ancor più l'immagine di quella purezza.

 

Il sole è splendido, ma il vento, dapprima gradito come ristoro, è troppo fresco per una sosta e uno spuntino. Sempre restando sul crinale, cerchiamo un riparo, un "furabentu". Come prima colazione, sono sacrificate le delicatezze. Abbiamo frittata di asparagi selvatici, polpettine di carne e cose simili. Appetitose e ingombranti.

Il bere deve essere misurao, sia l'acqua che il vino. Sul percorso restante non troveremo più sorgenti.

Per la sosta Piero si toglie, con un grosso sospiro di soddisfazione, anche gli scarponi nuovi. "Non s’è ancora abituato il piede" dice.

Non più di una mezz’ora, e siamo di nuovo in marcia. Il prossimo obbiettivo è Punta Margiane, un poco più alta di dove ci troviamo. Marciando sul crinale siamo obbligati a seguirne tutti i rilievi accidentatissimi. Attraversiamo un boschetto di filliree, cresciute non si sa come nelle fessure del calcare, su cui hanno favorito la formazione di una copertura di muschio. Quando vi si trova mescolato, e soffocato, qualche ginepro, con i suoi rigidi e aguzzi spuntoni, i problemi del passaggio aumentano. Anche su questo crinale, del tutto fuori mano, troviamo una piazzuola dei carboriai. Senza un’orma da chissà quanto tempo; "innida", per dirla con Paolo.

Punta Margiane e la più alta della dorsale che sovrasta la Codula e sulla vetta c’è un punto trigonometrico. Quando arriviamo in cima, lo scenario si apre di colpo. Tutta la parte della Codula che piega un poco verso il mare, ci rimaneva prima nascosta; ora, si distende interamente davanti a noi, mostrandoci tutte le sinuosità del suo percorso.

Tutta la costiera, da Orosei a Cala Luna, è perfettamente visibile nella distanza, e ci appare tenera e bellissima. Ci appaiono in tutta la loro maestosità anche i poderosi bastioni che formano il crinale su cui ci troviamo. Potentissimi e strapiombanti per centinaia di metri sulla Codula, contrastano con gli strati dell’altro versante, che dal fondo della Codula salgono con una inclinazione apparentemente dolce, sino ad elevarsi sull'altro crinale che sovrasta la Strada Orientale. La visione panoramica di questi strati e del loro contrasto è nettissima; e mi vien fatto, guardando, di immaginare i sussulti tettonici delle faglie di calcare balzanti verso l’alto. Favorite dalla loro piega, le acque preistoriche hanno cominciato a scorrere in questa che, oggi, è la Codula Ilune dei pastori.

 

Proprio in cima alla punta c'è un pozzo, largo, profondo 7/8 m., nel calcare vivo. Come mezzo di discesa, c'è il classico tronco di ginepro appoggiato ad una parete, a testimoniare che la cavità è servita, o serve ancora ai pastori. Magari da dispensa, per la maturazione del formaggio. Sulla parete di fondo sono approntati dei ripiani di frasche che non possono avere altra funzione. Vi scende Paolo. È il più leggero, e, tuttavia, poiché il ginepro arriva solamente a circa un metro dall'orlo, non è una ginnastica facile neppure per lui.

Poi cominciamo la discesa verso il canalone di Biddunie, che si apre alla nostra destra, sotto di noi, e che arriva sin quasi in fondo alla Codula. Laggiù in un ovile solitario, su un largo spiazzo erboso, una specie di grande terrazza pensile sul canyon, vive solitario ziu Bobore Canu, un arzillo vecchietto tutto pepe, amico del Gruppo.

Il nostro obbiettivo immediato è però l'ovile Boschittu; più alto e più vicino. Passiamo, nella discesa, attraverso macchie ritornate più fitte, e su altre piazzole dà carbone. Piero si preoccupa di non andare fuori misura. "Queste devono essere le capre di ziu Brotza", dice, accennando ai sonagli che si sentono sparsi intorno, in lontananza. Non si vede, però, anima viva. Finché, ritto su un costone roccioso di fronte, non scorgo un uomo in gambali. Un pastore.

Dapprima, non si muone neppure ai richiami e alle sbracciate di Piero. "È ziu Brotza" dice questi. Quando siamo più vicini, nel letto del canalone, Piero ripete le chiamate; e soltanto allora quello alza un braccio indicando una direzione.

"Andiamo" fa Piero, "l'ovile è laggiù!" Riprendiamo a sinistra, risalendo un poco lungo il costone che stavamo scendendo. L'odore inconfondibile si fa sentire prima ancora che l'ovile sia in vista. Poi, ecco il "pinnettu", con piantato davanti il tronco pulito del ginepro "maschio", con i tronconi dei rami a raggiera, dove si mettono a scolare i recipienti puliti per il latte. Alla catena, un cane ringhioso ci accoglie con urla furibonde, finché viene zittito energicamente da una donna robusta, in sottanone, uscita dalla capanna. È zia Maddalena, la moglie di Brotza. C'è anche un altro pastore, più giovane, socio di lavoro.

Ziu Brotza arrivò che ci eravamo già ristorati e riposati. Un bicchiere d'acqua e uno, più piccolo, di vino. Portava per le zampe un caprettino che passò, senza dir nulla al compagno, prima ancora di cominciare i saluti e i convenevoli, gli scambi di informazione. Piero, sapeva sempre tutto di tutti. Come fosse di casa.

 

 

Alla vista e all'odore del sangue del capretto, il cane esplose in un altro accesso di furore; ma fu sufficiente che ziu Brotza, sempre discorrendo, si chinasse a raccogliere una pietra, per farlo tacere di nuovo.

Il sole calava rapidamente, illuminando ancora il versante di Bruncu Tattis e Punta Onamarra, che avevamo di fronte. L'aria tornava fresca e pungente. Mentre noi sentivamo il bisogno di ricoprirci, i nostri ospiti non parevano accorgersene: ziu Brotza dialogava sempre con Piero; zia Maddalena aveva acceso un bel fuoco, mentre il loro compagno accovacciato davanti a "s'abaione" (vassoio di sughero), preparava meticolosamente gli spiedi : uno per il capretto e uno per le interiora "su tataliu". Lavorava calmo e preciso: lavati di volta in volta in poca acqua, sino a pulirli accuratamente, i sottili budelli venivano intrecciati e avvolti intorno al ventrame con rametti di rosmarino. Nient'altro che il fuoco a distanza sapiente e un poco di sale sparso, ne avrebbero fatto una delicatezza rara.

La bellezza delle ore passate intorno al fuoco, in una nottata limpida, a parlare di nulla e di tutto un po', soddisfacendo senza alcuna ansia gli ultimi stimoli dell'appetito, può essere soltanto vissuta da ciascuno. E non è ripetibile.

L'assaporavo ancora, più tardi, infilato nel sacco a pelo, in un piccolo spiazzo di terra battuta, libero da pietre, a ridosso di uno steccato, dove io avevo scelto di dormire. Il silenzio notturno era rotto soltanto da qualche sonaglio di capra che si muoveva nel recinto; e le sole luci rimaste erano quelle dello stellato limpidissimo che, pur senza la luna, consentiva di distinguere i profili degli alberi e dei costoni rocciosi. La quiete era tale, che mi pareva di percepire le vibrazioni del sonno, certamente robusto, che irradiavano dal pinnettu, in cui, assieme ai pastori, avevano scelto di dormire anche Piero e Paolo, nonostante lo spazio ristretto.

Negli intervalli del dormiveglia, ora dentro ed ora fuori dal sacco, troppo caldo, seguivo lo spostarsi delle stelle nel cielo; provando, nettissima e struggente, la sensazione dello scorrere del tempo...

 

Anton Maria Dedé (1970)

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