Quando Murguliai emerse dal cuore di Su Bentu

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La scoperta di una nuova prosecuzione durante la cinque giorni del 2004
di Francesca Gungui 

Una giornata come tante, l’aria intorpidita di un tempo che si ripete sempre uguale. Poi l’evento. La scoperta di Morgogliai, prosecuzione a nord-est nella grotta di Su Bentu, valle di Lanaittu: cercata ma insperata, e a distanza di anni forse dimenticata ai più. Prima un tentativo andato a vuoto, in quei cinque giorni d’agosto del 2004. La settimana che ogni anno in estate, tradizione consolidata, il Gruppo grotte nuorese dedica a Su Bentu: dalle 72 alle 120 ore consecutive dentro. Senza mai vedere la luce del sole, con in bocca il sapore di un’avventura che si ripete sempre nuova: il silenzio assordante della grotta che comunica parole tutte sue, lo stillicidio che rassicura ma poi non dà tregua. Da una parte la smania di conoscere e guardare oltre, dall’altra la paura di dover affrontare percorsi che non si sa se vanno in giù o in su e verso quale linea direttrice. Poi una giornata particolare, di un giorno che alla fine si rivela tutt’altro che di routine: la sorpresa. 


Eccola lì, bella e soprattutto sconosciuta: terra inesplorata dove mai uomo prima d’ora aveva messo piede. La notizia riempie l’aria del sapore elettrico di una conquista. È un regalo del terzo giorno dei cinque. Sono stanchi ma raggianti Gianfranco, Isidoro e Mauro, quando arrivano con il passo robotico a cui costringono imbrago e attrezzi allegati. Sono la squadra numero uno, o due, che importa? E pensare che il programma fino al giorno dell’entrata era tutt’altrio si sarebbe dovuta finire la risalita di Su Poju ‘e sa Pipera, già... i rilievi per la pubblicazione. Poi al limite quando fossero arrivati Isidoro e Mauro ci si doveva spostare oltre il sifonetto della “Galleria del vento” per andare a esplorare il Slim fast. E poi ancora anche altre opzioni. A mettere il sigillo alla fine era stato Isidoro: «Se c’è un solo dubbio che continui bisogna andare a esplorare». Meglio allora frazionare le forze in altra direzione. Così a Su Poju il secondo giorno ci sono andati Roberto e Cristiano a vedere un po’ come andava a finire, Maurizio e Francesca hanno rilevato invece tra i Pozzi siamesi fino alla base della diaclasi che si apre alla fine della galleria di Fruncu Nieddu. La stessa che nella stessa giornata Gianfranco e Gianfranca tentavano di espugnare progredendo verso l’alto. Nulla da fare purtroppo: senza trapano forzare la dura roccia non è certo un gioco da ragazzi. E ora invece tombola! Perché in questo terzo giorno lì ci sono testardamente tornati Isidoro, Gianfranco e Mauro e ora – sono forse le ventitre, o l’una, che cambia tanto il ciclo circadiano è ormai andato – a Badu ‘e Sabuccos, galleria che porta alla risalita Borbore, sulla via del rientro al campo base, sono lì a raccontare che proprio quella risalita «continua». Lo raccontano all’altra squadra che hanno incontrato lungo la via, anche loro al ritorno, composta da Roberto, Maurizio, Cristiano e Francesca che arrivano dalla diramazione Dedè. Gianfranca e Antonia sono rimaste al campo perché quest’ultima non sta affatto bene: il dolore post caduta all’altezza del bicipite non accenna a diminuire. Al rientro in superficie scoprirà di essersi procurata una microfrattura. Quasi la butta lì ma si vede che gli brillano gli occhi: «Continua», ripete Isidoro. Nuova grotta! Ci hanno messo metà giornata quei tre, metà di quella giornata iniziata così senza grandi aspettative e con qualche imprecazione nella testa.

Perchè il terzo giorno ci si ritrova completamente bagnati e le ossa cominciano a far male ed è un macello riuscire a togliersi i vestiti della notte e indossare la tuta d’ordinanza che non si asciuga più. Ma la soddisfazione passa anche da qui e ormai il terzo giorno si è a tutti gli effetti fauna di grotta. Metà giornata («2 o 3 ore circa di risalita», ricorda Isidoro) armati di trapano e tanta buona volontà. Erano a dieci metri dalla base, dice, proprio dove compare un piano inclinato che facilita la progressione in libera. Una specie di ballatoio che porta a una condotta alta, la quale immette subito a “Passaggio a nord-est”. Questo il suo primo nome, poi Morgogliai. «Dopo i primi metri – ricorda ancora Isidoro – guardo in alto e vedo un buco nero. Dico forse ci siamo!». Poi l’occhio va a quelli che sembravano ciottoli di scisto e invece erano una concrezione.
Primi passi su un pianeta sconosciuto. Mai essere umano vi aveva messo piede. E anche se Isidoro, Gianfranco e Mauro sdrammatizzano e giocano un po’ a fare i duri, a parlare chiaro sono i loro occhi: è forte l’emozione, soprattutto quando riaffiora il ricordo di Renzo Boi, scomparso esattamente l’anno scorso mentre correvano i cinque giorni ipogei come da copione. E allora per rendergli omaggio ancora una volta, e nel migliore dei modi, intitoliamogli una sala. Ora è lì, cavità carsica che si apre verso l’ignoto: “Sala Renzo Boi”, così si chiama. Prima un sopralluogo per armare fissa la parete per far risalire gli altri domani, lungo la galleria c’è una colata spettacolare che invita all’approfondimento. Potrebbe continuare ma è meglio proseguire con calma domani, anche perché ci si trova davanti a un pozzo per il quale ci sarebbe bisogno di una corda da 30 metri. Domani ci si torna con tutto il gruppo riunito.

Quarto giorno di una giornata questa volta davvero particolare: dopo le abluzioni mattutine e il rito della colazione, ci si veste. La tuta è rigida, argillosa e intrisa d’acqua. Mettere gli stivali sarà un’impresa soprattutto per via di quelle calze fradice. Ma che bellezza la colazione: la nutella non è ancora finita, e poi un cappuccino liofilizzato, forse buono, l’importante è che sia bollente. La nottata è stata un po’ movimentata tra le chiacchiere e i litigi da nozze d’argento dei gemelli divelti (Roberto e Cristiano) che non fanno che punzecchiarsi ma poi te li vedi lì come Gianni e Pinotto. E poi Mauro, che dopo le elucubrazioni post cena di Isidoro sul sistema solare e la via lattea, non ha trovato niente di meglio da fare che passare la notte sospeso su un’amaca senza dimenticare di azionare prima il trattore nasale col quale è di sicuro riuscito a tenere sveglio anche il geotritone che c’è all’entrata. Insomma un perfetto quadretto di ordinaria quotidianità. Ma bando alle ciance: è giunta l’ora di partir. Sparecchiata la tavola, rifatti i “letti” e ripostili dentro i sacchi neri per preservarli dall’umidità, ora bisogna carburare i caschi.
L’odore del carburo che quando sei agli inizi ti ferisce le narici peggio di una zaffata di zolfo, ora suona così familiare e persino gradevole. Si va. La salita che c’è vicino al campo è sempre più rognosa, perché al quarto giorno un po’ di stanchezza si fa sentire eccome e arrampicarsi sulla sabbia non è per niente agevole.
Campo Simeone, Galleria Nestlè, poi ci si infila a Fossu Loroddu e come al solito ci sono un po’ di manovre da fare. Qualcuno ha anche bisogno di togliersi casco e attrezzi: è sempre un terno al lotto attraversare in scioltezza quella fenditura nella roccia che un cristiano sembra impossibile possa passarci. E poi a ritroso laghetti del tè, pozzi Siamesi ed ecco la galleria. Percorso ben noto. Alla fine eccola lì frattura che si staglia verso l’alto, tre frazionamenti con passaggio di nodo, e poi il ballatoio. Fino a una specie di balaustra quasi fosforescente da quanto è bianca. Qui si mangia qualcosa.
È forte l’emozione nel pensare che quel posto nessun altro l’ha mai visto prima d’ora e soprattutto nell’ipotizzare che la grotta continua e si sviluppa ancora. Roberto e qualcun altro cercano di fare qualche foto artistica di un paio di belle orecchie d’elefante: e mettiti dietro che crei quel punto luce, e spostati un po’ di lato che così prendi quel profilo. Di quelle foto non rimarranno che tracce fumose di un’idea appena abbozzata. Finalmente la discesa nel pozzo. E la speranza che si fa più prepotente, a destra c’è una sala il cui pavimento si infila sotto un costone e sembra che voglia proseguire. Davanti un’altra stanza con una colata bagnata e anche qui potrebbe riservare nuovi sviluppi.

Forse continua o forse no, comunque qui ci si deve tornare e vedremo forse davvero come va a finire.