Su Bentu, la Grotta- Palestra

 

Su Bentu, la “Grotta – Palestra”, come amava definirla Bruno Piredda per la complessità della sua esplorazione, è una porzione del vastissimo sistema carsico ipogeo che drena le acque del Supramonte, dagli altopiani calcarei di Orgosolo ed Urzulei sino alle sorgenti di Su Gologone. La grotta si apre nella porzione sud – orientale della valle di Lanaittu, in comune di Oliena, ad una quota di 203 metri sul livello del mare e a circa 60 metri di dislivello dall’ampia imboccatura della risorgente di Sa Oche, alla quale è collegata da un sifone completamente allagato lungo 120 metri. Conosciuto da sempre dalle genti che frequentavano la valle di Lanaittu, l’antro d’accesso alla grotta, dal quale spesso fuoriesce una fredda corrente d’aria, fu utilizzato in passato anche per la conservazione di derrate alimentari deperibili e, in particolare, delle carni appena macellate.

 

La storia esplorativa del vasto reticolo di gallerie connesse alla grotta, rilevate sinora per oltre 16 km, ha inizio nella seconda metà degli anni ’30, in concomitanza con le prime solitarie visite dello speleologo nuorese Bruno Piredda. L’antesignano della speleologia sarda racconta delle sue primissime esplorazioni a Su Bentu incorniciandole in un mondo misterioso ma affascinante, nel quale, più di una volta, perse completamente la cognizione del tempo mentre apriva i varchi ancora chiusi da fitte cortine di concrezionamenti (foto 1). In quelle narrazioni, Bruno ricorda anche dell’ansiosa apprensione in cui lasciava i pur scorbutici operai forestali alle dipendenze del padre Pietro, i quali, durante le sue esplorazioni solitarie e prolungate, rimanevano in attesa all’ingresso della grotta. In questo particolare episodio si manifestano in tutta la loro opposizione due distinte propensioni dell’animo, quella di chi si predispone ad affrontare il drago pur di acquisire conoscenza e quella di chi si lascia dominare dalla paura dell’incognito, quella di chi è speleologo e quella di chi non vorrà mai esserlo.

Bruno Secondo VentoFoto 1: Bruno Piredda, precursore di mille esplorazioni (archivio GGN)

Quei primi pionieristici ed ardimentosi approcci a quella che, sino agli anni ’60, fu conosciuta come la grotta più lunga d’Italia, hanno fatto da prologo a decenni di ricerche condotte da diverse generazioni di speleologi succedutesi nel Gruppo Grotte Nuorese. Sulle prime esplorazioni nella grotta di Su Bentu furono scritte, a mio parere, alcune tra le pagine più coinvolgenti della speleologia sarda, che raccontano di piramidi umane messe in atto allo scopo di esplorare vie irraggiungibili con una semplice arrampicata, o dei sentimenti e delle sensazioni più intime di un novello speleologo, rimasto volontariamente indietro, dentro la grotta, ad attendere i compagni impegnati nella punta esplorativa (foto 2).

 

 

 GalleriaLaghi Foto 2: esplorazione nella Galleria dei Laghi (archivio GGN)

In mezzo a quelle pagine è descritto anche il profondo senso di amicizia che s’instaurò tra esploratori provenienti da diverse parti d’Europa: la grotta di Su Bentu, infatti, fu anche il teatro, nel 1967, di una spedizione esplorativa denominata Barba-Cata-Senna, che vide le fatiche degli speleologi barbaricini unite a quelle di amici catalani e francesi. E ancora oggi, in una continuità di frequentazioni che dura ormai da decenni, i figli di quegli speleologi sardi percorrono gli stessi sentieri del buio insieme ai figli degli speleologi d’oltralpe, uniti dello stesso spirito europeista “ante litteram” già condiviso in passato dai rispettivi genitori.

Oltre all’attività del Gruppo Grotte Nuorese Su Bentu, la Grotta Palestra, fu teatro delle ricerche speleologiche di numerosi esploratori provenienti da tutte le parti del mondo: i piemontesi, i cui ricercatori scrissero, alla fine degli anni ’50, alcune delle relazioni più precise ed esaustive sulle morfologie osservabili nella Galleria dei Laghi, gli imperiesi, che per primi ebbero accesso all’immane salone della Grandissima Frana, gli inglesi, che nei primi anni ’80 eseguirono e pubblicarono il rilievo della grotta, esplorando anche le gallerie sommerse ubicate al di sotto del Sahara. Ma fu negli anni ’80, anche con l’organizzazione di numerosissimi campi interni protratti per più giorni, che il Gruppo Grotte Nuorese diede un impulso determinante all’esplorazione della cavità, scoprendo le gallerie della Diramazione Nuova e triplicando la conoscenza dei sentieri del buio che si dipartono sin sotto la valle di Sovana, nel cuore del Supramonte di Oliena.

Osservando la topografia della grotta, è facile notare come le gallerie siano disposte lungo linee ben precise disposte in direzione NNE – SSW, prevalenti, e NW – SE. Tali direzioni coincidono con le principali dislocazioni tettoniche che incidono i calcari mesozoici del Supramonte, scelte dalle acque di circolazione sotterranea come linee di drenaggio idrico e, quindi, come direttrici preferenziali per lo sviluppo delle gallerie carsiche (fig. 1).

cartinaFig. 1: corografia della grotta di Su Bentu

Ma come si è formata la grotta di Su Bentu? La sua evoluzione speleogenetica è strettamente legata alle variazioni del livello di base prodottesi nella valle di Lanaittu e, in particolare, agli eventi connessi alla disposizione delle formazioni vulcanico - sedimentarie terziarie e quaternarie che ricoprono la porzione nord - orientale del Supramonte. In generale, si può affermare che la genesi del complesso di gallerie carsiche ha inizio durante il Terziario, allorché entro le dislocazioni tettoniche prodottesi in seguito all'orogenesi Alpina si crearono vie preferenziali di deflusso sotterraneo alle acque superficiali scorrenti nel massiccio carbonatico. I movimenti tettonici d’età Alpina provocarono, in alcune aree, l'accavallamento e la sovrapposizione delle bancate calcaree mesozoiche del Supramonte, mentre i terreni che attualmente costituiscono la base della valle di Lanaittu subirono un considerevole sprofondamento. La depressione così formatasi divenne, quindi, un polo di attrazione per le acque superficiali e per quelle connesse al drenaggio idrico ipogeo. In seguito, probabilmente durante il Messiniano, le acque incisero ancor più profondamente le rocce calcaree dando luogo ad un’intensa fase speleogenetica sull’intero sistema carsico del Supramonte. Durante questa fase, le acque superficiali, addotte nella rete di gallerie carsiche ipogee da un sistema disperso di inghiottitoi e di voragini, fluirono all'interno del massiccio carbonatico entro fratture tettoniche incise ed ampliate dalle azioni erosive carsiche, venendo a giorno lungo il contatto settentrionale tra calcari mesozoici e gli affioramenti granitici e scistosi della valle del Cedrino. Queste antiche risorgenze, quindi, risulterebbero attualmente ricoperte dai sedimenti pliocenici della formazione di Nuraghe Casteddu e dalle colate basaltiche del Gollei, localizzabili al di sopra del margine settentrionale dei calcari mesozoici.

Ed è proprio la messa in posto di questa successione vulcanico - sedimentaria, iniziata durante il Pliocene, a mutare repentinamente il trend evolutivo della valle di Lanaittu e della rete carsica ipogea del Supramonte: infatti, la deposizione della summenzionata successione causò la formazione di una soglia di permeabilità che occluse lo sbocco della valle di Lanaittu. A causa di tali eventi, le acque sotterranee furono costrette a risalire lungo le condotte carsiche preesistenti e ad allagare queste ultime sino a trovare la via verso la superficie negli ingressi delle grotte di Su Bentu e di Sa Oche, già approfonditesi nel periodo precedente. L'impostazione della soglia di permeabilità provocò, quindi, l'annegamento di buona parte del sistema carsico ipogeo e, nel contempo instaurò nella depressione di Lanaittu e nelle aree circonvicine un ambiente lacustre che favorì le condizioni per la deposizione di una colmata di sedimenti alluvionali.

Da quanto esposto, è possibile ipotizzare che le gallerie della grotta di Su Bentu siano state escavate già prima dell'impostazione dei basalti del Gollei e della formazione di Nuraghe Casteddu, quindi proprio in epoca terziaria. Tale ipotesi è confermata dal fatto che la porzione iniziale dell'alveo del Riu Sa Oche, posta entro la valle di Lanaittu allo sbocco della grotta omonima, si trova ad una quota di circa 140 metri s.l.m. mentre la base di buona parte delle gallerie connesse con questo corso d'acqua si trovano ad una quota a questa inferiore di almeno 10-20 metri. Se si collocasse la genesi e l'evoluzione di queste gallerie in epoca quaternaria non ci si spiegherebbe come l'abbassamento del livello di base connesso alle azioni erosive nel Supramonte abbia interessato in maniera più profonda le cavità ipogee nel massiccio calcareo rispetto alla rete idrografica superficiale.

L’ambiente depositivo nella valle di Lanaittu perdurò sino a buona parte del Quaternario, come testimonia la presenza di lembi residui dei depositi di crioclastiti calcaree, ancora presenti nelle avangrotte e nelle aree prospicienti le codule che vergono entro la valle. Le condizioni geomorfologiche subirono un radicale cambiamento quando il fiume Cedrino intagliò un nuovo alveo nella serie vulcanico - sedimentaria del Gollei (Foto 3), smantellando sia la porzione superiore della soglia di permeabilità che ostruiva lo sbocco della valle di Lanaittu che i sottostanti calcari mesozoici sino ad aprire una nuova via d'uscita alle acque sotterranee nell'area prossima alle sorgenti di Su Gologone, attualmente attestate alla quota di 102 metri s.l.m.. Quest'evento erosivo causò il parziale svuotamento, sia della componente idrica che sedimentaria, del sistema carsico ipogeo sino ad allora occluso.

Foto 3 – Basalti del Gollei intagliati dall’alveo del Fiume Cedrino

Ulteriori riscontri che testimoniano la successione degli eventi geomorfologici sopra descritti, si possono ricavare anche dall'analisi dell'evoluzione subita dagli speleotemi carsici e dai depositi sedimentari osservabili sia all'interno della grotta di Su Bentu che in altre cavità i cui ingressi si affacciano sulla valle di Lanaittu. Innanzi tutto è necessario considerare la morfologia generale della grotta di Su Bentu, caratterizzata da una profonda incisione dei calcari che, in talune gallerie della Diramazione Principale, si approfondisce dalla quota di 200 metri s.l.m. sino a superare i 70 metri di dislivello. Alla base di queste gallerie non è infrequente trovare pozzi e stretti passaggi, per lo più impostati su restringimenti di antiche e più ampie condotte parzialmente occluse da depositi clastici e concrezionamenti recenti, che adducono sino agli specchi d'acqua localizzabili alla quota di 102 metri s.l.m., al di sotto della quale ha inizio il carso saturo. Allo stato attuale delle conoscenze risulta che le gallerie sommerse si approfondiscono per almeno 40 metri nella grotta di Su Bentu, sino a superare i 100 metri nei condotti facenti capo alla sorgente di Su Gologone.

Una particolare testimonianza di questa successione di eventi la si può osservare nella Grande Cengia a Sinistra, ubicata una trentina di metri al di sopra della Galleria dei Laghi (Foto 4).

cengia new2Foto 4 – Le cenge che sovrastano la forra dei laghi nella grotta “Su Bentu” (archivio GGN)

In questa zona sono presenti i resti di un antico concrezionamento a grandi vasche, sospeso oltre 40 metri al di sopra della galleria sottostante, che collega, come un ponte, le pareti opposte della forra di Su Bentu. Questo concrezionamento era certamente impostato sopra un deposito di sedimenti detritici, successivamente rimobilizzato ed asportato in conseguenza dell'erosione della soglia di permeabilità basaltico - sedimentaria.

A completamento delle testimonianze relative al trend geomorfologico evolutivo sopra descritto, si citano le osservazioni su alcune morfologie ipogee riferibili ad un'evoluzione carsica di tipo inverso, conseguenti il sollevamento del livello di base in epoca pliocenica. La testimonianza più importante è quella che si riferisce alla presenza di due ampie cenge presenti sulla sommità della Galleria dei Laghi. Queste cavità si presentano come insaccature molto marcate, larghe 20-25 metri e lunghe ciascuna 120-130 metri (foto 5), che le acque di circolazione ipogea hanno scavato incidendo prevalentemente le discontinuità degli interstrati calcarei lungo la porzione superiore di entrambe le pareti della forra ipogea.

campochessa3 aFoto 5 – La cengia di Campo Chessa (archivio GGN)

Queste due profonde cenge, disposte all'incirca sullo stesso piano, sono separate tra loro dalla Galleria dei Laghi, la cui forra si approfondisce, in quel punto, per circa 40 metri. Le base di queste cenge, sono occupate da consistenti depositi sabbiosi e dai resti del concrezionamento a grandi vasche descritto in precedenza. Nella volta di questo tratto di grotta, sono anche visibili alcuni imponenti mensoloni calcarei che si stagliano dalle pareti, il crollo di alcuni dei quali ha dato luogo a cumuli di materiali graviclastici alla base della galleria. L'impostazione di queste morfologie è riconducibile agli eventi che instaurarono un ambiente sedimentario nella valle di Lanaittu e nel sistema carsico ipogeo circostante, i quali indussero le acque di circolazione ipogea a risalire lungo le gallerie carsiche e a concentrare le azioni erosive nella sommità delle stesse, allargandole con le modalità tipiche delle condotte forzate (Fig. 2).

 

subentuFig. 2 – evoluzione morfologica e speleogenesi della grotta Su Bentu

L'insieme di queste osservazioni geomorfologiche concorrono ad ipotizzare, per il sistema di gallerie ipogee del Supramonte, un'evoluzione carsica di tipo inverso prodottosi in epoca plio - quaternaria con la formazione di condotte in pressione ed impostatosi nel contesto di un sistema carsico già evolutosi in un periodo precedente con le modalità tipiche della forra ipogea.

I laghi, gli amplissimi saloni, i dislivelli che superano talvolta i 100 metri nonché la vastità del reticolo carsico rendono la grotta di Su Bentu unica nel panorama delle grotte sarde. Su Bentu, la Grotta Palestra di Bruno Piredda, riserverà nuove sorprese agli speleologi tuttora impegnati nell’esplorazione ma, certamente, sarà fonte di grandissime emozioni anche per chi vorrà percorrerne i sentieri per conoscere alcuni tra gli scenari più maestosi del cuore buio e profondo del Supramonte.

 

Articolo a cura di Francesco Murgia