Domina Lunae - La grotta – sepoltura “SISAIA”

La Storia

Una domenica di primavera del 1961 alcuni speleologi del Gruppo Grotte Nuorese erano impegnati in una battuta di ricerca esterna nella valle di Lanaittu, in località "Borrosca", a ridosso del versante occidentale di Monte Gutturgios. La giornata, fresca e luminosa, si presentava nelle condizioni ideali per dar efficacia all'esplorazione del sistema carsico epigeo di quella porzione di Supramonte. Nel percorrere il sentiero che adduce al canyon di Doloverre, non passò inosservata l'ombra scura di ciò che pareva un piccolo anfratto, parzialmente occultato dalla verde macchia mediterranea, che si apriva tra le fessurazioni della parete calcarea. Lasciati gli zaini alla base della parete, gli speleologi risalirono il breve e ripido pendio che li separava dall'ingresso della cavità, portandosi appresso solo i caschi con l'illuminazione ad acetilene ed una corda; qualora lo sviluppo della grotta avesse richiesto l'utilizzo d’altri materiali si sarebbero potuti recuperare facilmente gli zaini contenenti le attrezzature necessarie. Addentratisi nella grotta, la primissima impressione degli esploratori fu quella di trovarsi di fronte ad una grande cavità carsica di notevole interesse che, nelle aspettative, già s’immaginava connessa al sistema idrocarsico della sorgente di San Pantaleo. Ma questa speranza si rivelò ben presto illusoria.

 Esplorato tutto il perimetro della grotta, infatti, si poté stimare uno sviluppo ipogeo complessivo di poche decine di metri, lungo il quale non appariva alcun segno d’altra prosecuzione. La cavità, seppur ricca di concrezioni iridescenti, fu declassata, nei commenti, al rango di banale anfratto, per nulla dissimile da tanti altri già esplorati. Come sempre accadeva in questi casi, del resto assai frequenti, la delusione per la mancata scoperta si rese subito manifesta negli sguardi degli speleologi. Ma tra i partecipanti ad un'escursione, fortunatamente, c'è sempre chi, mai domo o particolarmente testardo, ritiene di non dover lasciare mai niente d'intentato e si attarda nel ricercare qualsiasi traccia degna d'interesse o quell'indizio utile a conferire una qualche importanza all'antro esplorato. E fu così che lo sguardo dell'indomito di turno si soffermò su alcune pietre disposte con apparente simmetria al centro della sala ipogea, le quali, ad un'osservazione più attenta e ravvicinata, risultarono essere i resti di un antico focolare. Ma questa scoperta, di per sé, non era certo quella che poteva cambiare in positivo le sorti di un’esplorazione: quel focolare, infatti, poteva essere stato approntato, in tempi recenti, da un pastore sorpreso dal maltempo, anche se la posizione della grotta, raggiungibile con qualche difficoltà, non era tale da avvalorare questa tesi. Gli speleologi, comunque, non si sentirono affatto rinfrancati da tale rinvenimento ed alcuni già si accingevano ad abbandonare la cavità, per proseguire la ricerca esterna. Il caso volle che lo sguardo di uno speleologo, intento ad esaminare i carboni dell'antico focolare, si soffermasse su alcuni particolari, posti a ridosso di un grosso masso, che risaltavano dal terriccio che pavimentava la grotta.

Resosi conto di cosa realmente si trattasse, lo speleologo esclamò: "Astringhie pizzinnos! … inoke bi sun’ ossos de cristianu !! (Ragazzi avvicinatevi! … qui ci sono ossa umane !!)". D'improvviso la curiosità riportò l'attenzione dei presenti verso l'interno della cavità e le illuminazioni furono concentrate nel punto del ritrovamento. Smuovendo con cura ed attenzione la polvere bruna accumulatasi attorno a quelle ossa, a poco a poco si delinearono, alla luce ocra e sfarfallante che avvolgeva la sala ipogea, le forme di uno scheletro umano. Mano a mano che la figura in rilievo diveniva evidente, la grotta si rianimò dell'entusiasmo iniziale, commisto, stavolta, ad una sorta di partecipazione silenziosa, quasi sacrale per il non comune rinvenimento.

 

Attorno allo scheletro vennero riportate alla luce alcune ciotole, punteruoli d'osso ed altri oggetti tipici di un antico corredo funerario, la cui presenza avvalorò ciò che gli speleologi, nei commenti sommessi, già si attendevano: la grotta era stata utilizzata, certamente in tempi molto remoti, come sepoltura. Presa piena consapevolezza dell'importanza del ritrovamento si decise, considerata l'inadeguatezza delle attrezzature in quel momento a disposizione, che nient'altro fosse smosso. Il gruppo di speleologi, quindi, si attivò per eseguire il rilevamento completo e minuzioso della cavità, ed in particolare della sepoltura, e per realizzare le fotografie necessarie all’esatta ricostruzione del sito funerario una volta effettuato il recupero di tutti i reperti.

La settimana successiva al ritrovamento, la sede del Gruppo Grotte Nuorese si animò dell'entusiasmo degli speleologi intenti alla progettazione e all'allestimento dei materiali necessari alla buona riuscita dell'operazione di recupero: furono preparate tavole a misura, matasse d'ovatta e quant'altro necessario agli imballaggi, le attrezzature per la rimozione dei materiali archeologici e gli strumenti utili a compiere una prima opera di pulitura degli stessi. Fu allestita anche una teca ove riporre i reperti rispettandone l'esatta posizione nella sepoltura. I giorni dei preparativi trascorsero veloci e alla domenica, di buon mattino, gli speleologi si addentrarono nuovamente nella grotta per portare a termine il lavoro iniziato in precedenza. La rimozione dei reperti all'interno della cavità carsica si protrasse per parecchie ore; al termine dell'operazione, quando nella valle di Lanaittu iniziava già a far sera, la soddisfazione si mostrava evidente negli sguardi di tutti sia per la consapevolezza di aver preso parte ad un'importante scoperta archeologica che per aver efficacemente portato a termine il delicato lavoro. In prossimità della strada sterrata che conduce al canyon di Doloverre, i partecipanti alla spedizione erano attesi dagli amici provenienti da Nuoro che, smaniosi di avere notizie di prima mano sull'esito del recupero, erano giunti nella valle già dal primo pomeriggio. Il calore del fuoco acceso e quello di un buon bicchiere di vino nero favorirono la fluidità del racconto e l'intrecciarsi dei discorsi. Quella notte anche la valle di Lanaittu, avvolta in un intenso effluvio di cisto e rosmarino, sembrava voler partecipare alla soddisfazione degli speleologi mostrandosi, alla luce argentea della luna piena, in tutta la sua arcana e regale bellezza.

Durante le settimane seguenti la sede del sodalizio divenne meta di un via vai continuo di persone che, più o meno esperte, esprimevano la propria opinione sulla datazione dei reperti recuperati. Il confronto eseguito tra gli impasti di fabbricazione delle ciotole rinvenute nella sepoltura con quelli d’altre ceramiche simili in possesso del Gruppo Grotte Nuorese, già datate e catalogate, consentì di attribuire a quei reperti un'età approssimativa di circa 4.000 anni. Ad un primo esame dei resti umani si poté stabilire che lo scheletro riesumato era quello di un individuo di sesso femminile. Quest'ultima determinazione consentì a Bruno Piredda, allora presidente del Gruppo Grotte Nuorese, di attribuire un particolare nome sia alla donna della sepoltura che alla grotta nella quale fu inumata: essendo quei poveri resti così antichi e non ritenendo sufficiente conferire alla donna il vezzeggiativo di "Iaia" o "Bisaia", che in dialetto barbaricino hanno rispettivamente il significato di nonna e bisnonna, la ribattezzò con il nome di tradizione latina "Sisaia" (Sexies Avia), con il quale Bruno volle rimarcare la vetustà di quell'antica progenitrice.

Le operazioni di ripulitura e di trattamento conservativo dei reperti ossei consentirono di effettuare nuove e più accurate osservazioni: l'attenzione si concentrò, in particolare, sui segni conseguenti ad alcune fratture, perfettamente rinsaldate, rilevabili sul braccio sinistro ma soprattutto su una lesione, di forma circolare, localizzata nell'osso parietale destro del cranio. Quest'ultimo particolare richiamò subito alla mente degli osservatori le pratiche di trapanazione cranica condotte da alcune antiche popolazioni vissute nell'area mediterranea, eseguite per scopi terapeutici o finalizzate all'esecuzione di pratiche magiche. Considerati questi interessanti sviluppi, il Consiglio Direttivo del Gruppo Grotte Nuorese decise di prendere contatto con il Prof. Franco Germanà, antropologo, medico legale e docente universitario di chiara fama, affinché effettuasse uno studio specifico sui reperti ossei di "Sisaia". Tale studio chiarì scientificamente le ipotesi sino allora formulate: i resti umani in questione erano appartenuti ad un individuo di sesso femminile vissuto circa 3.500 anni fa, il quale subì un'operazione di trapanazione cranica, eseguita con mezzi arcaici, e seguita dalla reinserzione in sede della rondella ossea estratta. Il callo osseo formatosi intorno al frammento testimonia che la donna sopravvisse certamente all'operazione. Per quanto riguarda le fratture rinsaldate osservabili nell'arto superiore sinistro, queste erano da considerarsi come conseguenti a traumi "da difesa" subiti in età giovanile, così definiti perché sono tipici nei soggetti infortunatisi in cadute accidentali o negli individui sottoposti a percosse per mezzo di corpi contundenti.

A Sisaia i suoi contemporanei riservarono gli onori di una sepoltura singola, assolutamente non comune, posta in una grotta quasi inaccessibile e rilevata sulla valle, ed ornata da un corredo funerario per quell’epoca assai ricco.

L’intero contenuto di quella sepoltura è ora conservato presso il Museo Speleo - Archeologico di Nuoro.

 

DOMINA LUNAE

Prologo

Il villaggio s’andava risvegliando, lentamente, come se aspettasse un autorevole cenno per rompere la quiete dell'aurora. In quell'attesa i più impazienti tra gli abitanti imbastivano timidi approcci alla vita di tutti i giorni, con leggeri colpi d'ascia o il trascinar di fascine, come a voler esortare gli altri all’avvio delle incombenze quotidiane. Le braci dei focolari, ormai morenti, spandevano, nell’aria sopra le capanne, le ultime leggere colonne di fumo, ormai evidenti al chiarore dell’alba. Quelle volute, ben al di sopra dei lecci più alti, andavano a fondersi ai fumi stagnanti dei bivacchi notturni, per formare una densa caligine che sovrastava la rocca abitata, come ad indicarne, spavalda, la posizione alle genti vicine. Ben diverso si presentava il paesaggio quando i malvagi venuti da lontano riuscivano a violare l’ingresso alla valle, tra le rocce nere, quando scontri e grida di guerra imponevano per lungo tempo il silenzio al canto degli uccelli. In quelle occasioni, i rari fuochi accesi e il fumo indicavano sovente la posizione del corpo di un nemico la cui anima, la vampata, era intenta ad annientare.

La Sacerdotessa della Luna, accovacciata accanto al focolare ormai senza fiamma, contemplava, assorta, le ardenti braci di lentischio che s’andavano consumando in livida e spenta cenere. Uno sconvolgimento profondo dell’anima, lentamente, cominciava a rimpossessarsi dei suoi giorni, come ormai era abituata a sentire quando l’astro argenteo cominciava ad imporsi, sempre più grande e solenne, nel cielo sopra la valle. Aveva imparato a riconoscere quella sensazione, ad aspettarla, a servirsene nei riti che era chiamata a presiedere. Di lei, figlia del re e sacerdotessa consacrata alla Grande Madre, nata per interpretare i segni della Terra e dell’Acqua ai suoi fratelli, parlavano come della donna alla quale era stato concesso il privilegio di comunicare con i defunti; un dono, questo, agli occhi delle genti dei villaggi, ma la più terribile delle sventure nell’esistenza della sacerdotessa. E ciò che si manifestava, ora, come un turbamento dell’anima, era solo il preludio allo stato di dolorosa incoscienza nel quale cadeva al culmine dei riti incubatorii, quando tutti credevano che le maschere dei morti apparissero al suo cospetto, orride, ma sempre propense a suggerirle i preziosi auspici. Questa sventura, il dono, non l’aveva ricevuto insieme alla vita. La sacerdotessa credeva che un potente spirito fosse penetrato in lei quando il chirurgo le aveva scavato la testa con i suoi taglienti arnesi, per curare la ferita apertasi in seguito ad una rovinosa caduta. Quella traversia era rimasta indelebile nei suoi ricordi e nessuno spirito intruso, n’era convinta, avrebbe potuto cancellare l’angoscia di quei giorni. Le era rimasto nitido il ricordo di quel pendio ove, ancora fanciulla, si era recata con l’anziana sacerdotessa a raccogliere le foglie di carmelio necessarie per preparare l’unguento che chiude le ferite. E ben chiaro era il ricordo della caduta in quel profondo crepaccio, e del dolore al braccio spezzato, e del sangue caldo che l'era sgorgato dalle lacerazioni.

Ripensando a tutto quel tormento, riemerse anche il ricordo delle attenzioni che, in seguito, le erano state riservate. A lei, figlia del re e destinata ad assumere il prezioso incarico di decifrare i segni della natura, non erano certo mancate le cure delle mani più esperte che si prodigarono, con bendaggi, fasciature e con l’applicazione di prodigiose erbe curative, a risaldare il braccio spezzato e cicatrizzare le ferite. Insieme al ricordo di tutte quelle dolci attenzioni riaffiorava la memoria, assai più sfumata, dello strano torpore che, in quei giorni e sempre più lungamente, l’aveva assalita ed accompagnata in un sonno lieve, maligno e senza sogni: da quel torpore sorgevano, come spettri che s’affacciano dalle nebbie, le immagini delle donne intente in cantilenate invocazioni e dei saggi sciamani a consulto che mormoravano, accigliati, accanto al suo giaciglio. Le pareva di distinguere, impressa nei volti che attraversavano quella densa caligine, una sorta di condivisa inquietudine. Di quei momenti rammentava anche il tenue ricordo del sapore aspro di una bevanda che, pur sorretta, a stento riuscì a bere, e, assai più flebile, il diluirsi infinito di quell’aspro gusto in un oblio, nero e profondo.

Lo Sciamano

Non appena la fanciulla entrò in quell’oblio, il saggio cominciò a disporre i suoi strumenti nella ciottolina, che le poggiò a fianco alla testa. L’uomo, confortato dalla presenza di chi lo circondava, pronto ad assisterlo con il consiglio e l’esperienza, non dimostrava alcuna fretta né preoccupazione.

Non era certo la prima volta che praticava una simile operazione ed era abituato ad applicare l’arte del curare sui giovani guerrieri, feriti nel corso dei combattimenti con le altre tribù e negli agguati, portati nel bosco, dai malvagi venuti da lontano. Ben conosceva le carni perforate dagli acuti e mortali frammenti d’ossidiana, silenziosi messaggeri di morte nella foresta lavorati meticolosamente in punte di frecce, e aveva grande esperienza degli squarci orrendi prodotti dalle asce di selce tagliente e dei crani sfasciati dalle pesanti mazze, brandite con furia bestiale. Ma queste erano solo le inevitabili conseguenze del rito della battaglia, nel cui impeto, i guerrieri, tentavano di aprire brecce nel corpo del nemico per farvi penetrare demoni e spiriti, sempre in agguato nell’aria. Quei demoni, che s’insediavano come orridi ed invisibili parassiti nelle carni lacerate, avrebbero preso la vita degli eroi, nutrendosi, prima, delle loro sofferenze. Per questo motivo, i guerrieri sopravvissuti alle ferite mostravano sempre una stoica indifferenza ai tormenti che le lacerazioni, certamente, procuravano loro.

Curare le ferite era compito di quegli eletti, così come loro era il potere di alleviare il dolore con erbe prodigiose e cacciare i demoni. La giovane vestale non era stata colpita con una clava nodosa ma dalla ferita alla testa, n’erano certi, era entrato un demone o uno spirito che sin allora vagava, furtivo, nel fitto del bosco. Per questo era necessario intervenire aprendole la testa, per cacciare l’essenza maligna, e guarirla. E per questo compito era stato scelto lui, il più potente tra quei saggi uomini.La figura della fanciulla distesa su quel giaciglio di frasche gli imponeva un inconsueto riguardo. Ben sapeva che la vita che aveva in mano non era quella del forte eppur sostituibile guerriero. Stavolta, il compito era quello di scacciare i demoni intenti a succhiare la vita della donna predestinata ad assumere un ruolo unico, potente e insostituibile negli equilibri della società. Il saggio guardò la ragazza: i suoi capelli erano stati sacrificati già da tempo, rasati con lame affilate dalle donne della tribù per far posto agli inutili impacchi d’erbe medicinali. L’effetto dell’infuso soporifero somministratole sarebbe passato da lì a qualche tempo e neppure l’orgoglio e la forza del più coraggioso guerriero sarebbero serviti di fronte al dolore grandissimo, continuo ed acuto, causato dalla perforazione del cranio. Per questo motivo s’era reso necessario legare saldamente la giovane con strisce di cuoio, per costringere all'immobilità le membra, destinate ad essere scosse da irrefrenabili convulsioni di dolore.

 

Il saggio si chinò sul corpo, aggrottando le sopracciglia, e si accinse a praticare l’incisione nel cuoio capelluto che avrebbe scoperto l’osso. Il punto dove operare era facilmente riconoscibile per la lacerazione provocata dalle rocce aguzze al momento della caduta. Gli assistenti le bloccarono i polsi e le gambe mentre il vecchio serrò la cinghia di pelle che fasciava la fronte della ragazza, immobilizzandole la testa; avviò l’intervento, praticando, con una selce affilata, un lungo taglio curvo. Scostò il lembo del cuoio capelluto scollandolo dall’osso sottostante: lo spazio scoperto era così sufficientemente ampio. Per mezzo d’alcune aguzze punte di pietra ben lavorata, ruotate un numero infinito di volte, praticò dapprima un foro, poi un secondo dalla parte opposta al precedente, seguendo gli estremi di un ovale idealmente tracciato sul cranio. Realizzati quegli spiragli, il saggio incise due solchi semicircolari, unendo così i fori. Dalla ciotola, quindi, prelevò una selce a forma di falce a due punte: su uno degli estremi fece perno, poggiandolo su una piccola lastra di rame posta a protezione dell’osso nudo, e usando l’utensile come un compasso, intaccò profondamente il solco inferiore. Per quello superiore, invece, scelse una selce con il tagliente arrotondato, che manovrò, con movimenti pendolari, come una sega. L’incisione era completata. L’effetto dell'infuso d'erbe narcotiche, con il passare del tempo, cominciava a svanire: dallo stato di sopore la fanciulla passava, gradualmente, ad uno stato confusionale nel quale, sempre più viva, riemergeva la sensibilità al dolore. Iniziava, ora, a lamentarsi flebilmente.

I movimenti ripetuti avevano avuto ragione della robustezza del cranio e la scheggia d’osso, così separata, poté essere rimossa. La giovane, vanamente, tentava ora di dibattersi, unendo quell’inutile e fievole sforzo a suppliche biascicate e confuse. Il saggio non se ne curò. Scoperchiò il frammento osseo, non senza difficoltà, utilizzando una piccola leva: nella breccia aperta, gli sciamani più vicini calarono subito gli sguardi, accompagnandoli con mormorii d’arcane invocazioni. In quella breccia, ora, potevano osservare, manifesta, l’opera dei demoni. Il saggio, sussurrando un’arcana nenia ed agitando sopra la ferita i suoi antichi amuleti, caccio dal corpo quei demoni, schizzati fuori insieme con un fiotto d’umore bluastro e semicoagulato, e accompagnati dall’urlo della ragazza, tragico e agghiacciante. Ma non tutto era compiuto: mentre il chirurgo ripuliva perfettamente lo spazio dove si era depositato il liquido, il più anziano tra i presenti provvedeva a raschiare la rondella ossea prelevata, per eliminare qualsiasi residuo della presenza maligna. Il saggio, quindi, prese con attenzione il frammento osseo, lo ripose esattamente nella sua sede naturale, assicurandolo nella posizione corretta, riaccostò i lembi del cuoio capelluto e li ricucì.

La ragazza si lamentava ancora, debolmente, spossata da tanta sofferenza; aveva lottato tanto per cercare inutilmente di liberarsi, implorando perché quelle mani, che le procuravano un dolore insopportabile, si fermassero. Ma ormai le sue forze erano esaurite e non poté far altro che soffrire.

Fu allora che furono convocate le donne del villaggio. Era loro l’incarico di portare a compimento il lavoro del chirurgo, quali maestre degli arcani riti necessari a scacciare i demoni che, n’erano certe, ancora vagavano nell’aria. Quei demoni non accettavano facilmente di essere sconfitti e sempre tentavano di riappropriarsi del corpo dal quale erano stati scacciati. Per questo motivo le donne della tribù avrebbero vegliato costantemente sulla giovane vestale, giorno e notte, fino a che non fosse guarita completamente, o morta.

Il saggio mormorò l’ultima invocazione, la più poderosa, affidando poi alle donne la vita della fanciulla sofferente. Il suo compito era finito.

La Signora della Luna

Lentamente, con il favore del tempo, la giovanetta riacquistò la perduta energia. Anche gli accadimenti di quella terribile esperienza contribuirono a far crescere in lei il convincimento della propria singolarità e della sua potente natura. Aveva sconfitto il demone, non certo da sola, ma il destino alla quale era chiamata doveva aver contribuito in modo determinante alla favorevole risoluzione della contesa con l’ombra maligna. Da quella lotta era uscita vittoriosa ma profondamente innovata, e sentiva crescere in lei una forza dominante, forse quella di un secondo spirito che le s’andava insediando nella mente, potentissimo, ma stavolta non avverso. Meditando su ciò che le stava accadendo, la donna si convinse che quell'entità fosse sopraggiunta al seguito degli sciamani convenuti al suo capezzale: la grande energia di quegli uomini, condensata in un solo efflusso, doveva aver evocato qualcosa di straordinariamente potente, chiamato al compito d'aiutarla a compiere il destino affidatole. L'energia della quale era entrata in possesso si manifestava più intensa col crescere della luna sul cielo della valle: in quei momenti, la sacerdotessa andava soggetta a periodi di trance sempre più prolungati ed intensi, culminanti col plenilunio, come se la forza che solleva le maree le si ripercuotesse nel capo, espandendo e schiacciando sulle pareti del cranio il cervello violato dalla mano dell'uomo, che rispondeva a quella pressione con un’esplosione incontrollabile d’energia. Per lei e per il mondo nel quale viveva, quell'energia altro non era che la manifestazione della potenza divina, il suo stesso destino, il tramite che le permetteva di entrare in comunicazione con le anime dei defunti e con gli spiriti, concessale per permettere alla sua gente d'avere accesso agli auspici necessari a procedere sicuri nelle attività di tutti i giorni.

Con il trascorrere del tempo sentiva crescere quella potenza innaturale e, con quella, la capacità di prevedere gli eventi della natura e degli uomini. I saggi della tribù riconobbero quegli straordinari poteri, anticipando solamente ciò che, da sempre, era sancito, concedendole gli onori e i privilegi del suo nuovo rango. I capi ed i sacerdoti di tutte le tribù parteciparono ai riti d'iniziazione, compiuti nell’antro di un’enorme cavità ipogea. Qui, alla luce tremolante delle fiaccole, tra le colonne di pietra cesellate dalla Dea Madre ed i troni di antichi dei, le furono attribuiti i segni del comando e gli antichi amuleti degli sciamani guaritori. In seguito, anche le donne più anziane e potenti le trasmisero tutto il loro sapere sull’efficacia delle erbe medicinali e sull'arte di sanare le ferite. Le furono svelati, infine, i sacri luoghi segreti, celati nel fitto dei boschi e gli accessi agli antri profondi ed inaccessibili, dalle cui volte si dipartono solenni colonne ed acuti pinnacoli, e dove, in forma di soffio di vento fresco, si svelava la presenza degli spiriti.

La sua fama s'impose ben presto anche tra gli abitanti dei villaggi vicini, e il nome della più potente sacerdotessa che mai avesse vissuto nella valle risuonò nelle preghiere, nei riti e nelle esortazioni agli spiriti della terra e dell'acqua.

Il rito della Luna

Ormai tante lune erano passate nel cielo sopra la valle. La Sacerdotessa ben sapeva che il sorgere imponente dell’astro e l'inquietudine dell’anima che la tormentavano erano il consueto preludio al viaggio verso l'esedra dei grandi megaliti. In quei luoghi, ove s'ergevano le sacre pietre infisse, la Signora della Luna aveva l'onere di officiare, solitaria, i riti incubatori, preliminari ai solenni cerimoniali della luna e delle anime. E anche questa volta avrebbe avuto il colloquio con gli spiriti.

Gradualmente, come i sogni che si stemperano nella veglia del mattino, i pensieri della Sacerdotessa della Luna scivolarono via dal regno dei ricordi per essere catturati dalle luci e dalle ombre che, a poco a poco, l’avvolgevano. Si attardò ancora un momento in prossimità del focolare, per carpirne gli ultimi tepori. Con un piccolo fuscello dalla punta ormai annerita smosse le ultime braci, come a voler riconoscere, nel rotolare di quei tizzoni tra la cenere, un primo auspicio, un segnale dal quale trarre conforto per affrontare le orride maschere dei morti. Si sollevò e cominciò a disporre con cura, nella bisaccia di pelle di capro, gli amuleti, gli strumenti e le preparazioni necessarie ai riti, conservate nelle nicchie ricavate tra le cinte di pietre che sorreggevano la capanna. Portati a compimento quei preparativi, la donna uscì per imboccare il sentiero che s'inoltrava nel bosco, seguita solo dagli sguardi di coloro che già si dedicavano alle prime attività quotidiane. Il viaggio non fu lungo. Giunta in prossimità delle sacre pietre si sedette, poggiando il capo su un piccolo blocco di granito scolpito per cercarvi ristoro. Sopra i monti, dalla parte del mare, un flebile vento spingeva una densa e compatta coltre di nubi, il cui contorno s'andava a fondere, mano a mano che si stemperava il chiarore del tramonto, con quello delle più alte creste.

 

Quelle nubi, al principio, celarono la luna che sorgeva dietro i monti dietro una coltre dalla sembianza di una grande mano aperta, per poi impossessarsi dell'intera volta celeste. Per tutta la notte l'astro non riuscì a forare quel manto e rischiarare la valle. Quella scena, tanto imponente e angosciosa, si sommò al turbine d’emozioni che si affollavano nell’animo della sacerdotessa e alla sensazione di solennità che emanava il sacro luogo, quasi a voler rappresentare il preannuncio d’ineluttabili eventi. Si fece forza e accese un piccolo fuoco di fuscelli: quella era la notte sacra e la sacerdotessa aveva il dovere di dedicarsi al rito incubatorio. Dalla sacca estrasse gli antichi amuleti, che indossò al collo, la piccola macina e le foglie di carmelio. Cominciò a sminuzzare quelle foglie con movimenti ritmati, accompagnandoli con una nenia d'invocazioni cantilenate. Miscelò la poltiglia ottenuta insieme all'acqua della sacra sorgente e lasciò a decantare il denso miscuglio verde. Passato qualche istante, che la donna impiegò ad individuare, ancora una volta invano, la luna nel cielo, bevve il contenuto della ciotola. La sacerdotessa della Luna, come mai prima le era accaduto, sentiva la sua anima schiacciata come da un macigno immenso; forse era la luna, nascosta ma pur sempre potente, la cui forza si propagava nel cervello o gli esiti dell'antica ferita al capo o solamente il segno di un destino marcato dalla sofferenza, alla quale neanche il potente spirito che l'accompagnava poteva dare sollievo.

Lentamente, si sentì condotta dentro un sonno profondo, costellato di colori cupi e bruciati. Ben presto anche i primi spettri apparvero al suo cospetto: denti, unghie e ghigni terribili si mostravano innanzi, insieme alle mani ossute che sempre le avevano indicato panorami e scene sfumate, dalle cui trame estrarre gli auspici necessari alla vita della sua gente. Stavolta, però, quelle mani consunte non indicarono i rifugi dei nemici in agguato né i segni dell’incombente alluvione, ma solo l’immagine di una piccola grotta nascosta tra la vegetazione, affacciata sulla valle in direzione del sole morente. Percepì con chiarezza quanto quella rivelazione la riguardasse. E fu questa la sua ultima, inutile profezia. Vide, ad ultimo, le tragiche maschere dei morti farsi da parte e disporsi su due fianchi, un’esplosione di luce avvolgerla e richiudersi alle sue spalle e, al fondo, un nulla infinito.

I primi oranti del corteo, in cammino verso il luogo sacro, la ritrovarono ancora seduta ai piedi della grande stele. Ben presto le staffette furono inviate presso tutti i villaggi, affinché annunciassero l’infausta notizia. Alle donne del villaggio fu demandato il compito di preparare quel corpo per l’accesso al regno delle anime mentre i capi, convenuti presso il luogo sacro per ascoltare i preziosi auspici della Signora della Luna, si radunarono in un mesto consesso. In quella sede, disposero che le fosse concesso l’onore di una sepoltura unica, posta in una posizione dominante sulla valle, affinché potesse, anche dal regno delle anime, vigilare sulla sua gente.

Trascorse anche il tempo dei canti e delle nenie funebri e la Signora della Luna fu accompagnata presso la sua ultima dimora, in una piccola grotta nascosta tra la vegetazione, affacciata sulla valle in direzione del sole morente, come profetizzato dallo Spirito del Buio.

 Francesco Murgia

disegni di Elio Moncelsi