Recupero della lontra dalla grotta di Ispinigoli

 Dai quaderni del Gruppo Grotte Nuorese "Gruttas e Nurras"

Maggio 1999 – Jaccheddu Murgia
 

Recupero della lontra dalla grotta di Ispinigoli

Negli anni tra il 1967 e il 1968 il socio Giovanni Nonnis nell'esplorare la grotta di Ispinigoli ebbe modo di scoprire il fossile di una lontra inglobato in un masso calcareo.

Resosi conto dell'importanza di tale ritrovamento si mise in contatto con un paleontologo svizzero, professore universitario, e lo portò all'interno della grotta, anche se con alcune difficoltà vista la non più giovane età dello studioso.

Il professore, in seguito ad una prima osservazione del reperto, affermò che si trattava senza alcun dubbio di una lontra rimasta imprigionata all'interno della grotta durante l' ultima glaciazione. 

 

 Si rese necessario il recupero dell'animale per avere ulteriori informazioni. Recupero ritardato però di qualche anno in quanto il gruppo era impegnato in altre ricerche altrettanto importanti.

La spedizione per riportare alla luce il fossile ebbe inizio nel Maggio del 1972, con una certa urgenza prima che giungesse l' inverno poiché il blocco in cui era stato rinvenuto il fossile era lambito da un corso d' acqua e poteva correre il rischio che la continua erosione, provocata dalle correnti, lo facesse crollare in una buca di alcuni metri e conseguente totale distruzione.

Il primo viaggio aveva lo scopo di osservare la posizione e la struttura del blocco in modo tale da poter definire tutto il necessario per il recupero: le attrezzature per il taglio della pietra, l' imballaggio, i cavi d'acciaio per le teleferiche, i picconi e i pali per creare un sentiero.

Tutto il lavoro infatti doveva essere fatto con la massima precisione, visto che si doveva compiere un impresa non facile da realizzare in una tra le più bella grotte al mondo.

Tra le tante difficoltà riscontrate una era rappresentata dal punto in cui collocata la lontra: non vi era un solo centimetro quadrato che non fosse ricoperto di calcite purissima che moltiplicava la luminosità delle nostre lampade ad acetilene, inoltre i passaggi erano angusti e molto stretti al punto che bisognava togliersi i caschi e procedere carponi per poter proseguire.

Ad ogni modo le operazioni di recupero ebbero inizio due settimane dopo questi sopralluoghi, durante la prima settimana del Giugno del 1972.

La partenza dalla nostra sede avvenne di Sabato alle 14, utilizzando il furgone e alcune macchine con quindici validissimi speleologi, suddivisi in tre squadre, ognuna delle quali conosceva perfettamente le operazioni da svolgere, precedentemente programmate e verificate poi in grotta.

Si doveva collaborare tutti per portare all'interno il materiale sino al cosiddetto “salto delle vergini” (Nome dato dal socio Dedè AntonMaria dopo la prima scoperta di resti scheletrici umani, ancor prima di stabilire l' esatta natura).

L' operazione richiese 10 ore di lavoro e da quel momento in poi ogni gruppo avrebbe preso le decisioni per conto proprio.

Giunta la mezzanotte si decise, ormai stanchi, di uscire all'esterno per preparare la cena e concedersi una buona dormita, poiché l' indomani sarebbe stata una giornata faticosa.

Alle 8:30 della Domenica la prima squadra si calò all'interno, uno per volta, ed in pochi minuti si trovò alla base della prima sala. I componenti di questa equipe avevano il compito di segnare il percorso attraverso cui portare all'esterno il fossile: spostando massi che avrebbero potuto impedirne l' uscita, portando terra in alcuni punti, segnando con delle fettucce le posizioni in cui era necessario armare una teleferica, allargando i passaggi per evitare ulteriori danni.

La seconda squadra penetrò nella grotta due ore dopo con il compito di staccare il blocco, lavorando con gli scalpelli senza danneggiare il fossile e cercando alleggerirlo e snellirlo per poterlo mettere all'interno di una cassa, assemblata sul posto da alcuni di loro.

Il peso stimato del masso era di circa un quintale per cui il contenitore sarebbe dovuto essere robusto, visto che avrebbe dovuto resistere a forti scosse, attutite in parte dal polistirolo espanso inserito nella stessa cassa ed in parte dai tiranti in acciaio che rinforzavano l' esterno.

La terza squadra aveva il ruolo di armare una teleferica con cavi d'acciaio, cercando di sfruttare gli ancoraggi naturali come, come massi e stalattiti.

Quest'ultima, a differenza delle altre due squadre, iniziò il lavoro dall'esterno procedendo poi verso l' interno sistemando le funi e gli ancoraggi sui bordi del primo salto profondo circa 30mt., in modo da evitare inutili pericoli.

Si erano ormai fatte le 20:00 ed era giunta l' ora di uscire in compagni di tutte le squadre. Si potevano osservare i volti degli uomini stanchi ma soddisfatti del lavoro svolto durante la giornata.

La mattina successiva si riprese il lavoro e i sacrifici con molto entusiasmo poiché era giunto del materiale che avrebbe permesso agli addetti all'imballaggio di montare la cassa entro la domenica successiva, potendo poi anche aiutare gli altri ad allargare i passaggi e a portare a termine il trasporto del blocco.

Anche la teleferica era ormai giunta al completamento, infatti entro il sabato successivo sarebbe potuta essere utilizzata per l' inizio delle operazioni di recupero.

Ad un certo punto della mattinata uno speleologo che si trovava alla base del “salto delle vergini”, spostando dei massi trovò un bracciale di bronzo. Ci si trovava così di fronte ad un dilemma: sino a quel momento, infatti, si sapeva che i “sacrifici” sardo-nuragici-punici venivano solitamente fatti dall'ingresso alla base della colonna , perciò era inspiegabile che quel monile si trovasse in quel punto.

La risposta fu chiara qualche ora più tardi, quando vennero fatti dei controlli più attenti e ci si rese conto che, è vero che in primo tempo i “sacrifici” venivano fatti nel primo salto, ma è altrettanto vero che anche in quel periodo esistevano gli speleologi.

Questi, calandosi alla base del primo salto, avevano esplorato la prima sala ed erano arrivati all'imbocco del secondo salto, decidendo con il sacerdote capo che quel punto sarebbe stato ideale per fare sacrifici.

Sul maso alla base del salto vennero rinvenuti 14 bracciali in bronzo e 2 in argento, ossa umane concrezionate e saldate alla roccia, perline di pasta vitrea, spille (il tutto è oggi esposto nel museo di Dorgali), orecchini e pendenti vari.

L' entusiasmo per il ritrovamento era stato tale che il tempo era volato ed era ormai giunta l' ora di dormire.

Partiti di buonora il Sabato successivo si riprese la campagna per il recupero del fossile e contemporaneamente di valutare quali altre possibilità di percorso ci fossero nella parte destra della grotta.

Si trovò così una sorta di gradinata parzialmente artificiale con qualche masso, ora completamente concrezionato, messo ad arte per facilitare la via.

Con l' esperienza di speleologi si riusci a capire che questa via si poteva percorrere anche 3000 anni fa, parte seguendo una cengia e parte utilizzando dei tronchi a guisa di passerella.

L' attuale gradinata realizzata dal comune di Dorgali e progettata dal Gruppo Grotte Nuorese, che consente la discesa alla base della grotta-voragine, segue in modo quasi perfetto questa antica via.

Il gruppo addetto alla ricerca, arrivato nel frattempo alla base del pozzo, aveva provveduto a riempire di argilla e pietrisco svariati sacchetti da portare via per essere setacciati in sede: centinaia di esili perline di pasta vitrea erano mescolate in questo terriccio.

Ci vollero almeno tre spedizioni per questa ricerca del fossile, ma ne è certamente valsa la pena sia dal punto di vista scientifico che speleologico.

La notizia di questo ritrovamento si era divulgata in modo piuttosto incontrollato, tanto che arrivò da noi, quale corrispondente della rivista Atlante il giornalista Giuliano Ferrara, già allora un omone di 150Kg, con l' intenzione di farsi accompagnare sul posto del ritrovamento per realizzare un articolo.

Questa richiesta venne negata sia a lui che ad altri importanti corrispondenti, quali il fotografo Biasi della Domenica del Corriere, per dare la precedenza all'articolo destinato al nostro periodico.

Finalmente arrivò, nella prima settimana di Settembre, il momento del recupero del fossile, ma anche in questo caso la spedizione fallì il suo scopo, in quanto il presidente Bruno Piredda precipitò, per il cedimento della pietra in cui era situato l' attacco dell'ancoraggio d'acciaio, con una caduta di oltre 5mt. sbattendo violentemente il casco al suolo e facendosi una vistosa abrasione al cuoio capelluto. Grande corsa all'ospedale e ulteriore rinvio della spedizione.

Per concludere questa lunga odissea si riusci, con un lavoro estenuante a recuperare questo fossile unico al mondo, solo dopo altri faticosi tentativi e l' uso di una moltitudine di teleferiche e varie attrezzature, il 15 Settembre 1972.

Jaccheddu Murgia

 

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