Sa Oche

Prima esplorazione nella Grotta

Nel lontano 1938, in Nuoro, tre uomini accomunati dalla stessa passione si costituivano in Gruppo Speleologico, dando così origine al nucleo primigenio della speleologia sarda. Alla formazione di questo gruppo, Bruno Piredda, Giuseppe Cadoni e Federico Ventura erano pervenuti a coronamento naturale d'una lunga serie d'escursioni, portate a termine, spesso, a prezzo di notevoli rischi e sacrifici; questo primo gruppo ha rappresentato la forza coesiva per la nascita del sodalizio.

La speleologia muoveva allora i primi passi; gli speleologi in Sardegna erano pochi e, spesso, per effettuare un'escursione, abbisognando di un certo numero d'unità essenziali per il suo compimento, si ricorreva all’aiuto di parenti e ad amici.

Allo scoppio della seconda guerra mondiale quel primo gruppo si dissolse, chiamato altrove dagli impegni bellici ma il sodalizio si ricostituì, già nel 1944, in una sede geograficamente lontana da quella sua naturale, la California, dove ebbero modo d'incontrarsi Bruno Piredda e Dino Giacobbe, l'uno prigioniero di guerra, l’altro fuoruscito politico. Sebbene quest'ultimo si fosse associato in un secondo tempo al gruppo originario, nondimeno lo si può considerare, in fatto di preparazione e passione speleologica, non inferiore agli altri. In quella occasione, due uomini, pur nell’atmosfera irreale e assurda d'una guerra a quel tempo ancora in atto, parlarono di speleologia e della ricostituzione del Gruppo Grotte Nuorese.

E così, frantumato dalla guerra e ricostituito in condizioni particolarmente difficili, il Gruppo Grotte riprese a funzionare al rientro in patria dei propri componenti. Le tecniche, nel frattempo, s'erano evolute; alle rozze e pesanti scalette di grosso filo d'acciaio intersecato da pioli di legno, succedevano le scalette francesi, leggerissime e dotate di intersezioni in duralluminio e alla rudimentale zattera, ricavata unendo in serie barili del tipo di quelli usati per il vino, succedeva il canotto pneumatico, leggerissimo e trasportabile a spalla.

Nello stesso tempo, il sodalizio s'evolveva anche in quella importantissima componente che è l'entità numerica dei soci: con l’immissione di nuovi giovani, molti dei quali forniti di titolo universitario, l’attività sociale subì un vigoroso impulso e un notevole sviluppo. E' questo il periodo, fra gli anni 50 e gli anni 60, delle scoperte scientifiche riguardanti il ritrovamento di nuovi insetti ipogei, dello studio dei problemi d'idrologia sotterranea, mai affrontato prima di quel momento con tanta rigorosità, dell'acquisizione di un volume imponente di documentazione topografica e fotografica, dei primi contatti coi gruppi speleologici della penisola e con quelli stranieri da parte dei soci. E tutto questo avveniva, sia detto doverosamente, a prezzo di notevoli sacrifici, anche di natura monetaria. Conseguenza naturale di questo impulso fu la presa di contatto con studiosi dell'importanza della Prof. Mary Dawson, docente di paleontologia presso l’Università di Pittsburgh (Pennsylvania USA), con studiosi scandinavi e con docenti di diverse discipline scientifiche quali la petrografia, l’entomologia e la geologia d'atenei sardi e della penisola. In sintesi, s'allargavano gli orizzonti culturali e sociali del sodalizio e si gettavano le fondamenta d'una istituzione compendiante validissimi fermenti scientifici e umani.

Ragionare sull’aspetto umano dell’attività speleologica merita, a questo punto, un’analisi particolare per le sue implicazioni sociali ed educative. Com’è noto, lo speleologo affronta rischi d’una certa entità e sacrifici traducentisi in fatica fisica, portata talvolta ai limiti delle umane possibilità, in un contesto umano proteso verso il conseguimento e l’accrescimento dei beni materiali e dove, parallelamente a questo impulso, è ravvisabile uno sconfortante decadimento dei valori etici. Lo speleologo, sotto questo aspetto, affronta sacrifici, rischi ed esborsi finanziari che comportano non certo una ricompensa monetaria, bensì l’intima soddisfazione d’aver condiviso e preso parte a qualcosa di importante, che vale per sé e per l’umanità. In ciò consiste e si traduce la spiritualità insita nell’animo umano, e si trasmettono ai compagni d’escursione, generando rispetto reciproco e mutuo ausilio, sentimenti che si sublimano nell’amicizia più sincera e nel cameratismo migliore.

Si è avuto un bel dire paragonando l’attività speleologica a quella alpinistica, mettendone in risalto solo l’aspetto puramente sportivo comune alle due discipline. Niente di più impreciso: infatti, mentre l’alpinismo, pur non volendone diminuire l’importanza in termini di conquista umana ed il validissimo aspetto tecnico, termina laddove si conclude l’escursione propriamente detta. La speleologia, di converso, inizia nello stesso istante in cui termina, o almeno s’interrompe, l’aspetto sportivo dell’attività, traducendosi in tutta una serie d’operazioni tecnico – scientifiche quali il rilievo morfologico della grotta, la fotografia, la ricerca della fauna ipogea nonché lo studio dei fenomeni idrogeologici.

La speleologia, dunque, non si connota come materia facilmente accessibile né tantomeno di facile diffusione tra la gente, sebbene il Gruppo Grotte Nuorese, contrariamente a quelli della penisola e stranieri, composti in generale da pochi elementi, sia riuscito ad avere un altissimo numero di soci. La pratica speleologica, quindi, è una disciplina essenziale, modesta e silenziosa, nell’ambito della quale, però, ciò che si riesce a portare in superficie deve essere documentato in maniera rigorosa per contribuire al patrimonio universale dell’umano sapere.

Ed in questa sintesi è contenuto il messaggio spirituale che quegli uomini, incontratisi negli Stati Uniti nel lontano 1944, hanno voluto trasmettere alle nuove generazioni.

 

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