Sognando ad occhi aperti ...

Sognando ad occhi aperti ho percorso le Grotte del Bue Marino nei tortuosi tronchi principali e nei più riposti meandri delle sue numerose diramazioni. E ne sono rimasto, in ogni angolo,incantato e rapito.
Ho navigato con leggera imbarcazione il LAGO SALATO che,con i suoi 40 metri di sviluppo, può ben considerarsi il lago salato sotterraneo più lungo del mondo. Nella spiaggetta delle foche, ancora vergine al turista,attratto da un insolito brontolio, ho scoperto un “cucciolo” di appena 10-15 giorni.

Russava beatamente. L’ho preso tra le mie braccia e ne ho sentito il caldo tepore della sua fitta peluria. Per quanto lo abbia sollevato dalle sabbie morbide con tenera cura, ridestandosi, con occhi ancora sonnolenti, ha forse sperato e ambito invano, frugando col setto ‘peloso, di incontrare sulla mia tuta le turgide poppe di una foca.

L’aroma poco familiare della mia tenuta da speleologo, sebbene fosse già abbastanza satura di umidità e di odore di roccia e di argilla, lo fece desistere dal tentativo e, senza spavento e timore, ma con viva emozionante curiosità mi guardò con i suoi grandi Occhi dolci. Pareva che anch’esso sognasse a occhi aperti. Lo riappoggiai sulla soffice culla di sabbia e fece un breve tentativo di seguirmi mentre mi dirigevo al mio battello d’aria. Allontanandomi, mamma foca fece la sua improvvisa apparizione sull’acqua sbuffando lìaria del suo lungo fiato ed esprimendo la sua viva disapprovazione all’inusitato ospite con poderosi latrati-muggiti.

L’eco di queste urla di dolore e i vividi sentimenti suscitati da tanta primordiale maternità, svigorirono durante il lungo viaggio sotterraneo, ma non mi abbandonano mai.

Ho superato la cascata, dove il fiume sotterraneo si riversa nel lago salato, accedendo alla SALA DEI CONCERTI, vastissima, sorretta al centro da un solido pilastro roccioso.

Sul palcoscenico naturale, formate da un alto banco stalagmitico concrezionato ad aiuole, “ho stonato”, con perfetta acustica della sala, “In s’hortu meu bi pianto canna.....“.
Unici spettatori ( ciechi) gli Speomolops sardous, veri epigoni reliquati della leggendaria “Tirrenide”.
Ho ripreso a navigare di lago in lago, per due chilometri ancora, tra innumerevoli incantamenti, fino ad imbattermi in una sconcertante scoperta.

Sotto un tetto di basalto quaternario colato nella grotta attraverso una voragine della montagna, nelle basse pareti argillose ecco incise le unghiate, ancora straordinariamente vivide, di un ospite eccezionale ecco le nicchie scavate a morsi e graffi nell’argilla ferruginosa da un essere che fugge perseguitato dagli acri vapori bollenti di un fiume... battuto dai macigni lavici incandescenti; ed ecco la vittima di quell’immane cataclisma: sparsi al suolo e cementati alla roccia i miseri resti scheletrici di una foca glaciale, calata nel Mediterraneo forse cinquanta, forse cento, forse più mila anni fa.

Al terzo chilometro circa, la grotta si tuffa entro un lago buio e profondo; il desiderio di una immersione, alla ricerca delle lontane, misteriose origini di questa grotta, ancora oggi mi assale fisicamente e tormenta l’aridità del mio Sapere.

 

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