SU PALU - La scoperta

SU PALU - La scoperta
di Francesco Sanna
Tratto da Sardegna Speleologica n. 29 del 2017

La scoperta di Grotta “Su Palu” e qualche cenno al Bue Marino, un viaggio tra ricordi un po’ sbiaditi, qualche disappunto e la consapevolezza del brillante lavoro svolto dagli spleleologi sardi e stranieri che hanno contribuito all’esplorazione di uno dei più grandi sistemi carsici in ambiente mediterraneo.
L’ingresso della grotta di Su Palu viene individuato da speleologi francesi che collaboravano con il GGN al termine di un campo Pasquale del 1978 o del 1979. Nella prima occasione, per mancanza di tempo e attrezzature viene raggiunta solo la prima sala della grotta, vale a dire quella che anticipa l’esistenza del ruscello che si inoltra nel cunicolo oltre il quale la cavità carsica si allarga considerevolmente, conducendo al vasto sistema ipogeo scoperto negli anni successivi. 





Claude Planquette, lo scopritore di Su Palu

Il superamento del predetto cunicolo avviene nel campo estivo del mese di agosto del 1979, nel corso del quale viene raggiunta la cascata e poco tempo dopo il grande lago oltre quest’ultima e situato a circa 2 km dall’ingresso. Il superamento del cunicolo segna l’inizio di una grande avventura che negli anni successivi vedrà il susseguirsi di esplorazioni sempre più impegnative con la indispensabile partecipazione e collaborazione di diversi gruppi, alcuni dei quali lavorano da monte (Su Palu e Monte Longos), mentre altri lavorano da valle (Bue Marino e Su Molente).

Il risultato sarà la ricongiunzione del sistema di Su Palu e del Bue Marino in un unico grande complesso speleologico sotterraneo che rappresenta l’impegno, la dedizione e la tenacità con cui la speleologia sarda ha alacremente lavorato negli ultimi decenni.
Un risultato che costituisce un passo in avanti senza precedenti e che testimonia l’elevato livello di competenza tecnica ed esplorativa raggiunto dagli speleologi sardi e stranieri che hanno collaborato all’impresa.

Il periodo compreso fra il 1981 e il 1983 per il sottoscritto fu quello che aprì la strada ad una esperienza del tutto nuova. 

Il caso, che faceva seguito ad una gita scolastica promossa nelle scuole superiori del penultimo anno, mi avvicinò al GGN.
Nel corso di questa prima escursione ebbi modo di visitare, per la prima volta, i primi 500 m di una grotta naturale non turistica, dove le difficoltà si presentavano già ad appena 40 - 50 m dall’ingresso, vale a dire nel primo salto, di circa 15 m, situato poco dopo il cunicolo del cosiddetto 1° vento.
Il nome di questa grotta è tanto ovvio da poter essere senz’altro sottointeso.
Qualche tempo dopo, unito a un folto gruppo di persone giovani e meno giovani, mi ritrovai accampato su una radura poco distante da un torrente che scorreva impetuosamente alla sua sinistra, per scomparire poco più a valle, letteralmente inghiottito nel sottosuolo, tra la sabbia e i cumuli di roccia distribuiti alla rinfusa nel letto del fiume.
La radura era quella che portava - e porta tuttora - il toponimo di “Telettotes”, mentre il fiume situato accanto era quello della “Codula de Luna”: la Codula che fra le rocce arrotondate dal millenario scorrere dell’acqua, la macchia mediterranea e gli oleandri rigogliosi, accompagna gli escursionisti sino alla più famosa e conosciuta spiaggia di Cala Luna.
Era esattamente il 20 giugno del 1982, per quanto risulta dal diario delle uscite in grotta del GGN, e il motivo della spedizione in quel luogo era quello di proseguire l’esplorazione in corso già da qualche anno in una grotta “nuova” che era stata scoperta da un gruppo di speleologi francesi amici del GGN.
Personalmente non avevo ancora conosciuto questi francesi, benché di loro avessi sentito molto parlare dagli altri del gruppo.
Si trattava di speleologi incontrati casualmente per la prima volta a Su Bentu, nel corso di una delle tante escursioni che il GGN era solito effettuare in quella grotta.
In realtà il Gruppo Grotte già da tempo aveva stretto legami molto solidi con un altro gruppo di francesi, ma che per quanto era dato sapere non sembrava avesse mai avuto alcun contatto con quelli incontrati a Su Bentu ed ai quali mi riferivo poc’anzi.
Ad essere precisi diciamo pure che i due gruppi d’oltralpe non si conoscevano affatto fra loro.
Il legame tra il primo gruppo di francesi e il GGN si era instaurato molti anni addietro e si era consolidato, divenendo molto forte, soprattutto dopo il 1959, in seguito alla spedizione congiunta di Su Bentu nel corso della quale si era verificato il tragico incidente in cui perse la vita il loro amico Emil Vidal.
Fu in tale contesto che il GGN, che era solito invitare gli amici francesi alle sue spedizioni, quando questi erano in Sardegna, in alcune occasioni ebbe ad invitare anche i nuovi arrivati conosciuti a Su Bentu, i quali accettarono volentieri, unendosi così anche ai loro connazionali, con i quali, a reciproca insaputa l’uno dell’altro, avevano fino a quel momento condiviso la medesima passione per Sardegna e le sue grotte.
Accadde così, quasi casualmente, che il GGN si fosse in un certo senso sdoppiato in quanto da un solo gruppo se ne erano formati quasi due.
Il primo di questi comprendeva solo sardi, prevalentemente nuoresi, mentre il secondo (si fa per dire), era composto dallo stesso GGN con l’aggiunta degli speleologi d’oltralpe.
Il Gruppo dei sardi era operativo tutto l’anno quasi tutti i fine settimana, mentre il secondo, quello sardo-francese, lavorava specialmente in occasione delle festività maggiori, quando arrivavano gli amici da Parigi, il che in genere si verificava quasi sempre nel mese di agosto o talvolta anche durante le festività del periodo pasquale.
I due gruppi francesi a loro volta avevano legato bene tra di loro e nel frattempo avevano preso a raggiungere la Sardegna insieme.
Quando arrivavano, il primo giorno solitamente lo trascorrevano a Nuoro, ospiti nella sede del GGN, fortunatamente molto ampia.
Il giorno del loro arrivo, solitamente in base ai suggerimenti del GGN, ma anche in base ai loro programmi e desideri, si decideva il sito più idoneo per fare i campi, non sempre di facile individuazione non tanto per mancanza di luoghi dove la ricerca speleologica avrebbe potuto dare risultati anche molto sorprendenti, quanto per il fatto che mettere d’accordo tutti, come in tutte le associazioni numerose, allora come oggi non era sempre cosa semplice e scontata.
La discussione nasceva principalmente per il fatto che molti soci del GGN non volevano rinunciare alle ricerche di metà agosto nella grotta di Su Bentu cui si era soliti dedicare tutta la settimana a cavallo di ferragosto. Allo stesso tempo non volevano però neanche fare a meno dell’aiuto nelle esplorazioni degli amici francesi che erano ritenuti non solo validi speleologi, ma anche amici molto affidabili.
In pratica, l’esigenza di coniugare le attività che il GGN tendeva a privilegiare con la volontà di fare speleologia con i francesi costringeva a trovare luoghi per i campi estivi che non allontanassero troppo questi ultimi dall’area di Lanaitto, correndo il rischio di escluderli da una auspicata collaborazione nelle attività di Su Bentu.
A qualcuno oggi questo potrà sembrare banale, ma si deve tenere conto che in quel periodo non esistevano i telefoni cellulari e molte strade del Supramonte o nei monti del Golfo di Orosei erano di difficile percorribilità, risultando non poche volte interrotte da frane, per cui era decisamente preferibile organizzare campi che per quanto possibile fossero più facilmente raggiungibili da Nuoro, o comunque che fossero collocati in luoghi dove raggiungere un telefono pubblico, per rimanere in reciproco contatto, non doveva risultare impossibile.
In breve fu così che, dopo i primi anni in cui i campi si erano tenuti nel Supramonte di Urzulei, presso la Codula Orbisi, da dove i francesi amavano raggiungere la parte alta della Gola di Gorropu passando per Pischina Urtaddala o per la Grotta di Su Cunnu e S’Ebba (Donini), si decise che sarebbe stato più conveniente spostarsi verso la Codula di Luna.
Apparentemente il posto poteva sembrare più lontano, ma la strada, pur interessata da alcune frane, alla fine si concludeva in un posto ideale per un campo non solo speleologico, ma anche di piacere sotto tutti i punti di vista, considerata anche la possibilità di raggiungere la spiaggia di Cala Luna per una escursione in riva al mare.
Sulla sinistra idraulica della Codula, poco a valle del campo, vi confluiva inoltre il torrentello di “Bacu Su Palu” che si originava nel granito e dal quale si poteva attingere la provvista di acqua potabile.
Chi l’avrebbe mai detto che di fronte a quel torrente, in direzione verso est, sul versante destro del rio della Codula di Luna, in mezzo al pietrame calcareo sparso alla rinfusa, in corrispondenza di un pertugio su uno sperone di roccia che spuntava dal suolo come una sorta di corpo esotico, si custodiva in realtà l’ingresso a uno dei più vasti complessi carsici ipogei oggi conosciuti non solo in Sardegna, ma anche in Italia e in Europa?
Mi chiedo oggi quale grande iattura abbia voluto che quel pertugio sia rimasto sconosciuto a qualunque essere umano, anche della più antica preistoria, o chiunque altro il quale, pur essendovisi accostato, chissà per quale ignota ragione, non scorgendovi altro che un povero solco di roccia, non poté certamente immaginare che tale solco, apparentemente così insignificante, in realtà costituiva una delle estremità di una grotta ben più conosciuta da tempi molto più remoti e il cui ingresso era adagiato a grande distanza sulle rive del Tirreno.
Quando penso a tutto questo mi viene in mente quanto buffo sia talvolta il destino non solo delle persone, ma anche delle cose.
E’ per questo che sono giunto a chiedermi se la iattura toccata a quel pertugio, per mera ironia della sorte, non sia la stessa che quasi due secoli prima, ai primi dell’800, era già toccata alla grotta del Bue Marino, vale a dire a quella cavità che oggi sappiamo essere l’altra estremità di Su Palu.
Pare infatti che la Grotta del Bue Marino, il cui ingresso per gli antichi abitanti dell’isola e per i pescatori non poté sicuramente passare inosservato, ai primi dell’800 fosse stato avvicinato anche da Alberto La Marmora, durante il suo viaggio esplorativo lungo le coste della Sardegna. Il Generale però, in quella occasione, pur spinto da grande curiosità, avendo trovato mare troppo cattivo, non ebbe modo di poterla visitarla, il che comportò la consegna del Bue Marino all’oblio per almeno un altro secolo e mezzo ancora.
Il tutto nonostante la foca monaca avesse scelto il suo interno come propria dimora e nonostante, come si scoprì molto più tardi, con le prime esplorazioni sistematiche del GGN, la cavità non solo non era seconda alle più fortunate e conosciute consorelle Grotte di Nettuno di Alghero, ma anche a nessun altra Grotta d’Italia, risultando, nel 1954, la più lunga di tutte.
In effetti fu in occasione del VI Congresso Nazionale di Speleologia, tenutosi a Trieste tra il 26 agosto e il 2 settembre del 1954, che Michele Columbu, socio del GGN, espose una relazione ove si descrivevano i primi 5 km di percorso sotterraneo rilevati al Bue Marino dagli speleologi nuoresi, dimostrando così come alla dimora della foca monaca spettava il primato di grotta più lunga d’Italia.
Un primato effimero, che più tardi venne perduto con la scoperta di cavità ancora più lunghe, ma che oggi - strana coincidenza - con il collegamento tra Su Palu e il Bue Marino, torna ad essere di grande e prepotente attualità.
Viste in questo modo le cose, sembrerebbe che ieri, nel 1954, sia stato il Bue Marino a volersi prendere la rivincita per quella iattura dovuta al mare cattivo incontrato dal La Marmora nel corso della sua perlustrazione in Sardegna, mentre oggi, per quel buffo destino delle cose di cui parlavo in precedenza, è la grotta di Su Palu quella che si è voluta prendere la rivincita, mostrando a tutti, a dispetto del primato di grotta più lunga perduto dal Bue Marino, che il pertugio del suo ingresso è tutt’altro che un insignificante solco della roccia.
Secondo i risultati più recenti e ben documentati in questa stessa rivista dagli articoli degli altri autori, ove si descrivono con dovizia di particolari le varie fasi della lunga ricerca esplorativa del sistema carsico di Codula di Luna, l’ingresso di Su Palu è il medesimo che segna l’esistenza di un vastissimo complesso speleologico, il quale per ben 70 km di gallerie, si articola in cunicoli, torrenti sotterranei e laghi, sale concrezionate adorne di stalattiti e stalagmiti dalle forme più bizzarre, nonché in tratti sommersi, sifoni e camini che si stagliano dalla volta della cavità, per non parlare delle sale cosparse di sabbia a volte grossa e a volte fine, indi, delle risalite e delle discese che conducono ad altri torrenti e cascate che disperdono l’acqua in rivoli dai percorsi ancora sconosciuti, benché certamente recapitati nelle numerose risorgenti sottomarine ai piedi della cornice calcareo-dolomitica del golfo di Orosei.
Un complesso speleologico che, non so gli altri, ma personalmente credevo potesse esistere solo nella fantasia del grande Giulio Verne quando scrisse il famoso romanzo fantastico nel quale si narrano le storie del rinomato professore di mineralogia di Amburgo, Otto Lidenbrock, e del nipote Axel, i quali, accompagnati dalla fedelissima e incorruttibile guida Hans Bjelke, si avventurano nel loro grande viaggio al centro della Terra.
Nei libri di storia è scritto che il grande matematico e fisico, nonché filosofo dell’antichità Archimede di Siracusa, dopo aver spiegato il principio che regola il funzionamento della leva, ebbe a pronunciare la celebre frase “datemi un punto di appoggio e solleverò il mondo”.
Qui invece, per parafrasare l’antico studioso, sembra che sia stata la grotta del Bue Marino, o a seconda dell’estremità da cui vogliamo iniziare il nostro viaggio, la grotta di Su Palu, che per tanti anni abbia pronunciato, ad insaputa di tutti, la frase: “datemi degli speleologi e vi condurrò sino all’altro capo del mondo!”.
Dopo queste mie considerazioni del tutto preliminari, ma di cui non ho potuto fare a meno, considerata la gioia, l’entusiasmo e l’orgoglio che i risultati di una esplorazione del sistema carsico in argomento così impegnativa hanno suscitato non solo nel sottoscritto, ma - sono certo - anche in ogni speleologo sardo, ritengo di potermi addentrare, almeno per quanto ne so, nei maggiori dettagli che ebbero a presiedere la scoperta della Grotta di Su Palu.
Non essendo però mia intenzione quella di attribuire meriti o demeriti a nessuno, prima di dilungarmi oltre, ritengo opportuno soffermarmi su alcuni aspetti i quali più che concentrarsi sui nomi delle persone che per la prima volta si inoltrarono nella grotta di Su Palu, si soffermano soprattutto sul contesto generale entro cui la grande scoperta ebbe luogo.



Ho già detto in precedenza del perché della scelta del GGN di suggerire il campo a Teletottes, sul finire degli anni 70.

Ma il discorso sarebbe del tutto incompleto se non riferissi anche di ciò che in quegli anni stava avvenendo nel mondo speleologico in Sardegna ed in particolare a Codula di Luna.
Era accaduto infatti che un numero sempre crescente di speleologi, anche di altre parti d’Italia, aveva posto l’attenzione sulla Codula di Luna e sulla grotta già allora conosciuta di Monte Longos.
Il più tenace ed impegnato dei nuovi arrivati era Francesco Dal Cin originario di Treviso.
Al contrario dei francesi, che ho incontrato più volte e conosciuto bene dopo il 1982, io non ho mai conosciuto o incontrato il Dal Cin, benché del suo impegno nel tentativo di riunire in uno sforzo comune i vari gruppi della Sardegna che volevano operare a Codula di Luna me ne abbia parlato in passato Anton Maria Dedè, anche lui socio del GGN, non più tra noi, ma molto aperto in passato e soprattutto sempre pronto a intrattenere i rapporti con i francesi e gli altri gruppi speleologici.
Sta di fatto che davanti a queste iniziative il GGN non si autoescludeva, ma nemmeno si buttava a capofitto, il tutto perché in quel periodo molti sforzi erano dedicati alla esplorazione di tante altre grotte, molte delle quali piuttosto impegnative, oltreché al tentativo di costruire una organizzazione del GGN più consona alla enorme mole di lavoro che c’era da fare e che secondo alcuni, proprio per questa ragione, si sarebbe dovuta articolare anche con sedi periferiche di livello provinciale.
Nel GGN però in quegli anni non c’era solo questo. C’era infatti anche chi si cimentava nell’intrattenere rapporti con gli speleologi con i quali si condivideva l’interesse per le attività del soccorso.
Fu così che durante uno degli incontri con il soccorso i membri del GGN che ne facevano parte ebbero a svelare agli altri speleologi sardi il segreto dell’esistenza di quella nuova grotta trovata qualche anno prima dai francesi che avevano preso a fare il campo a Teletottes.
Secondo la testimonianza di Anton Maria Dedè la scoperta esatta della cavità sarebbe da riferire al termine di un campo pasquale dei francesi del 1978, quando, Claude Planquette, geologo specializzato in geofisica, e Francis Cerda (chiamato Cisco dagli amici) prima del loro rientro in Francia passarono al GGN per riferire a lui stesso la notizia del ritrovamento dell’ingresso e della prima sala collocata immediatamente prima del ruscello.
Nonò, un altro membro del gruppo storico dei francesi, interpellato via e-mail di recente, riferisce che il superamento del cunicolo di Su Palu avvenne nel corso del campo estivo del mese di Agosto del 1979, mentre non era presente alla scoperta dell’ingresso che quindi, potrebbe essere riferita o alla Pasqua del 1978, come sostenuto in un articolo di Gruttas e Nurras del 1983 da Dedè, ovvero alla Pasqua del 1979 come paiono ricordare altri soci del GGN.
Prescindendo tuttavia dal momento esatto del ritrovamento dell’ingresso (Pasqua del 1978 o del 1979) quel che è certo è che questo venne individuato da Claude Planquette, il quale, successivamente, nel mese di Agosto del 79, accompagnò gli altri per proseguire l’esplorazione di ciò che allora era ancora una “grotta nuova”, proseguendo così oltre il cunicolo allagato entro cui si inoltrava il ruscello della prima sala di Su Palu.
Dai ricordi, piuttosto sbiaditi basati sui racconti che mi furono fatti quando iniziai a frequentare il GGN, mi risulta anche che la prima volta che Claude entrò a Su Palu egli raggiunse la prima sala insieme al suo amico Francis.
Questi però, avendo fatto la scoperta dell’ingresso in modo del tutto casuale l’ultimo giorno della loro permanenza a Teletottes, visto il ristrettissimo tempo ancora a disposizione (si tenga conto che per il ritorno in Francia dovevano attenersi all’orario di imbarco della nave da Porto Torres a Tolone), ebbero modo di calarsi solo sino alla prima sala della grotta, dalla quale udirono il rumore scrosciante del ruscello che tuttavia, almeno in quella prima occasione, non poté essere raggiunto.
Rientrati al Campo, che smontarono, durante il rientro passarono a Nuoro dove contattarono Dedè, informandolo del ritrovamento e congedandosi con la promessa che al prossimo ritorno in Sardegna, l’esplorazione sarebbe proseguita assieme agli altri del GGN.
Promessa, quest’ultima che secondo quanto ha riferito Nonò, si concretizzò nell’agosto del 1979, quando anche gli altri francesi, guidati dallo stesso Claude Planquette, nonché alcuni membri del GGN entrarono nella cavità, raggiungendo il ruscello e riuscendo ad oltrepassare il cunicolo stretto, scoprendo così la prima parte più profonda della cavità, a partire dalla quale, in breve tempo, raggiunsero la cascata e il grande lago ove confluisce il ruscello proveniente dalla direzione opposta, vale a dire quello proveniente dalle gallerie scoperte negli anni successivi dai gruppi speleologici di Cagliari e di Oliena congiuntamente.
Il giorno del superamento del cunicolo, nei ricordi di Nonò, erano presenti i soci del GGN non più tra noi, Claudio Chessa, Peppino Ladu e Anton Maria Dedè.
Una settimana dopo la notizia della scoperta si era sparsa fra tutti i soci del GGN e il campo di Teletottes si trasformava in un vai e vieni di persone, alcuni dei quali soltanto riuscivano ad oltrepassare il cunicolo.
Ciò che è avvenuto negli anni successivi credo a questo punto che lo conoscano tutti, per cui rimando agli altri articoli di questa rivista per i dettagli. Qui mi soffermo solo per asserire che per quanto ne so i gruppi speleologici che raggiunsero la grotta negli anni immediatamente successivi, a partire cioè dal 1982, ebbero a sapere dell’ingresso di Su Palu durante l’incontro nell’ambito delle attività per il soccorso alpino e speleologico del quale ho già detto sopra.
Fu infatti in tale occasione che il GGN accompagnò tali speleologi all’ingresso della grotta, con la promessa però di mantenere riservata la notizia, in attesa che chi l’aveva scoperta andasse avanti con l’esplorazione.
Il riserbo non venne mantenuto e questo provocò non pochi malumori e il disappunto del GGN il quale ritenne di aver subito un torto, sentendosi a tutti gli effetti scippato di una scoperta così importante e che peraltro, per rispetto anche dei francesi si riteneva dovesse ancora essere esplorata assieme.
Si tratta ovviamente di fatti piuttosto lontani e che alla luce dei risultati raggiunti sono costretto a citare esclusivamente per dovere di cronaca, significando quindi non solo che l’incredibile lavoro svolto dagli speleologi che seguirono ai francesi e al GGN a Su Palu e i fatti che si svilupparono intorno alle vicende allora contese, al giorno d’oggi non rivestono più alcuna attualità, ma anche che questo stesso lavoro non può che meritare il lodevole apprezzamento di tutti, rappresentando, di per se stesso, un grande passo in avanti tanto in termini di conoscenza del patrimonio speleologico isolano, quanto in termini di crescita umana e professionale dell’intera comunità speleologica sarda.
D’altra parte nella storia di tutte le cose, dalle più grandi alle più piccole, seppure talvolta accade il verificarsi di fatti spiacevoli o indesiderati, fortunatamente, non per questo sono sempre e necessariamente portatori di conseguenze negative, come appunto è accaduto a Su Palu.
Nell’auspicare perciò per il futuro, minori contrapposizioni e più collaborazioni e volendo lasciare spazio agli avvenimenti successivi che solo i principali protagonisti potranno descrivere con la meritata dovizia di particolari, non posso che concludere questo articolo con un grande augurio a tutti gli speleologi e ai gruppi che hanno contribuito alla conoscenza del sistema carsico sotterraneo in argomento, ricordando, ancora una volta le parole di chiusura della relazione di Anton Maria Dedè, laddove, nel 1983, nel descrivere come era avvenuta la scoperta di Su Palu, colse anche l’occasione per ricordare che sebbene sia normale e sia sempre esistita “l’ambizione di figurare per primi” nell’esplorazione delle grotte, esisterebbe, come rovescio della medaglia, anche il pericolo di rimanere schiavi di atteggiamenti mentali di questo tipo.
Pericolo, quest’ultimo che ritengo sia sempre da scongiurare perché tanto (prendo in prestito le testuali parole di Dedè), “Su Palu, come moltissime altre grotte, avranno sempre in serbo nei loro recessi qualche angolo imprevisto e sconosciuto la cui vista sarà sufficiente compenso individuale per la tanto amata fatica di ogni entrata in grotta”.


Credo che le parole di Dedè non solo fossero lungimiranti, ma oserei dire anche più che profetiche, dal momento che mi pare del tutto accertato dai fatti, senza possibilità di errore, che Su Palu e il Bue Marino serbavano al loro interno ben più di qualche imprevisto angolo sconosciuto la cui vista è senz’altro risultata sufficiente compenso non solo per la fatica individuale di ogni speleologo che l’ha visitata, ma anche per tutta la comunità Speleologica Sarda.

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