1976 - SPEDIZIONE di S. GIUSEPPE di Franco Tronci

La spedizione di S.Giuseppe, così denominata perché effettuata durante il cosiddetto “ponte” gettato fra i giorni di Venerdì 19 Marzo e di domenica 21, si è sviluppata con partenza da due zone diverse: la località di “Cumbidaprantas”, sovrastante la cala di “Fuili” dalla quale sono partiti due gruppi il primo dei quali, composto di quattro elementi, ha preso il via la mattina del giorno di S. Giuseppe, il secondo composto di otto elementi, il pomeriggio del sabato successivo.
Dalla località denominata “S’iscala de suttaterra”, situata a breve distanza dalla strada statale “Orientale” nel pomeriggio del giorno di S. Giuseppe è partito il terzo gruppo composto anche esso di quattro elementi.
Scopi principali di questa spedizione sono state la localizzazione e la rilevazione topografica della grotta “Porcheri” ubicata nella parte Dorgalese della codula di Luna a breve distanza dall’ovile denominato “Bochiarta”.
Questa grotta già esplorata dal G.G.N. all’incirca venticinque anni fa, intorno al '51, fu a suo tempo rilevata e per di più dei componenti l’antica spedizione, non è stato possibile rintracciare qualcuno che potesse far da guida. Scopi secondari sono stati la ricerca di nuovi anfratti e l’arricchimento della raccolta della raccolta fotografica del Sodalizio.
La zona dell’escursione ricade fra i comuni di Baunei e di Dorgali nel vasto tratto di terreno compreso fra la località di “Suttaterra – Ghevine”, di Cala Luna sul mare e il primo tratto di fascia costiera che da quest’ultima località precede la cala di “Sisine”.
La cronaca della spedizione è limitata alle esperienze del primo gruppo partito da “Cumbidaprantas” il 19 Marzo 1976 alle ore 9,30 dopo aver parcheggiato l’auto in uno spiazzo antistante la strada di penetrazione agraria che collega la località con la strada asfaltata Dorgali – Gonone.
Come gia detto, alle nove e trenta, lo zaino affardellato, ci si porta nella parte terminale superiore della coduletta di “Fuili” e dopo un breve tratto s’interseca la carrareccia che conduce nell’ovile ”Bochiarta”.
La giornata è molto bella ma piuttosto calda.
Dopo un ora circa di marcia si giunge all’ovile menzionato e si sosta per la colazione.
L’allevatore dorgalese Tatano Fronteddu detto “Berritta”, in linea con la tradizionale ospitalità locale, ci invita ad entrare nella rustica costruzione ove anche in quel momento è in procinto di consumare una frugale colazione.
La conversazione verte come di consueto su questioni meteorologiche strettamente legate, come è noto, alla buona resa economica dell’allevamento del bestiame.
Il locale nel quale ci si trova è un modello d’organizzazione e di pulizia.
Il Sig. Fronteddu è anche dotato di un generatore d’elettricità che assicura l’illuminazione del locale. Egli si lamenta però del fatto che la località non sia collegata per mezzo d’una strada percorribile da un auto ma all’obiezione che gli si muove per quanto riguarda il pericolo che questa potrebbe divenire, se realizzata, un vettore di pseudo-turisti dediti al saccheggio di oggetti naturali e di inquinatori, risponde che a questa possibilità si potrebbe ovviare se le autorità ne affidassero la sorveglianza ai pastori della zona.
Questa potrebbe essere anche retribuita come attività secondaria quindi con un compenso sensibilmente inferiore di quello che richiederebbe un sorvegliante a tempo pieno.
Su questo punto non si può fare a meno di concordare con la tesi del Sig. Fronteddu.
Quando la conversazione tocca il problema della speleologia, egli diventa guardingo quasi diffidente.
Quando gli si chiede l’ubicazione della grotta di “Porcheri”, questa diffidenza si accentua.
Si ha la sensazione che egli sia stato prevenuto nei confronti del sodalizio.
È solo un’impressione ma questa è avvalorata dal fatto che si è venuti a conoscenza che gruppi locali e sodalizi analoghi al G.G.N. operanti in comuni i cui territori ricadono in zone speleologiche e archeologiche, criticano da un po’ di tempo a questa parte, in maniera sommaria e superficiale, l’azione del G.G.N. e lo accusano di praticare scavi abusivi e di appropriarsi dei relativi reperti.
All’origine di questa campagna si trovano, in larga misura, motivi campanilistici che si traducono nel voler conservare in loco reperti archeologici o di altra natura, tendenza che si riscontra in molti comuni e che se si dovesse realizzare, porterebbe alla creazione d’ una miriade di mini-musei comunali con tutti gli inconvenienti che questa soluzione dispersiva porterebbe.
Il G.G.N. dal suo canto si sta facendo promotore, come è noto, della creazione di un museo archeologico nel capoluogo di provincia, non certo per motivi di campanile ma per ragioni d’opportunità turistica e culturale e della cui esistenza, se si dovesse realizzare, beneficerebbe anche i comuni limitrofi.
La conversazione volge al termine e l’ospite scusandosi per non poter far da guida, fornisce indicazioni abbastanza precise per individuare la grotta.
Alle ore 11,30 ci si congeda cordialmente dal Sig.Fronteddu e dopo una breve marcia in mezzo a un fitto bosco di lecci, si giunge in regione “Ghiroe Gurpio” al disopra della Codula di Luna in una zona ove il bosco s’alterna a piccole radure pietrose, estremamente ripida, ove inizia la ricerca vera e propia della grotta.
Ci si divide in due gruppi e si batte la base d’uno sperone roccioso che degrada verso la codula e curvando verso il mare da luogo a una sorta di gigantesco bastione.
Verso le 15,00 ci si trova al di sotto del bastione in un riparo sotto roccia nel quale s’apre una grotticina che dopo un rapido sopra luogo viene abbandonata.
A questa ne seguono altre due; la terza alla quale s’accede dall’alto verso il basso attraverso il solito tronco di ginepro dispostola di sopra d’una piccola cengia protendendosi nella parete che s’affacciava sulla codula, è la grotta di Porcheri.
Che la grotta sia quella ricercata lo si capisce subito dal mini immondezzaio fatto di barattoli di conserve alimentari vuoti, di buste di plastica onnipresenti e di cartacce varie che giacciono nello spiazzo antistante l’ingresso della grotta.
Superato l’ingresso ad arcata, ci si trova nel “vestibolo” che invero non è molto appariscente ma attraverso un angusto passaggio fra due rocce, si giunge a una vasta sala molto umida e ricca di concrezioni.
Si continua a scendere in una parete inclinata che presenta qua e la delle piccole raccolte d’acqua (proveleddas e lapattos).
Il pavimento è molto umido e annerito dalla fuliggine emessa dalle torce, ricavate da vecchi copertoni d’auto, usate dai pastori per illuminare la cavità all’atto del prelevamento dell’acqua.
Terminata la discesa, attraverso un passaggio fra due stalagmiti, s’accede a quella che sembra un’altra sala, ricca di concrezioni molto belle, ma che in realtà è un appendice della prima, divisa da questa da un terrapieno naturale nel cui ciglio s’erge una serie di stalattiti e stalagmiti disposte a guisa di tramezzo.
Caratteristica eccezionale e forse unica di questa grotta, la presenza di anfore di epoche diverse, dal nuragico al neolitico e da queste al romano e alle epoche più recenti, il tutto desumibile dal tipo di impasto delle terrecotte, per la raccolta dell’acqua, disposte esattamente al di sotto di stalattiti alcune letteralmente incorporate, talvolta rompendole, elle stesse.
Queste fatto induce a ipotizzare l’esistenza, nei pressi della grotta, di tutta una serie di insediamenti umani di cui oggi forse non si trova più traccia.
Si sosta per scattare fotografie e per ricercare insetti.
La grotta tutto sommato è molto bella e questo nonostante siano state notate tracce di scavi e tagli di concrezioni.
Alle 16,30 si decide di scendere nella codula per poi proseguire alla volta di Cala Luna ove è previsto il pernottamento.
L’accensione di un fuoco per la distruzione delle immondizie giacenti in prossimità dell’ingresso della grotta è l'ultima operazione che precede l’abbandono del luogo. Subito dopo si scende per un ripido pendio boscoso d’alberi di fillirea e ginepro che conduce alla codula.
La località è impervia e il sole , con vigore inconsueto data la stagione, dardeggia ogni qualvolta s’esce dall’ombra della vegetazione.
Si cerca di seguire sul terreno una vaga traccia che potrebbe essere una pista prodottasi per effetto del passaggio di bestiame con la speranza di rendere meno disagevole il percorso.
In certi punti il tratturo sparisce e ciò costringe il gruppo a serpeggiare in percorsi trasversali.
Mano a mano che ci si avvicina si sente sempre più distintamente il rumore dell’acqua che scorre nella codula e che produce anche a distanza una senzazione di refrigerio.
Alle 17,00 ci si trova dentro la codula sulle rive del fiume che scorre fra i ciottoli con rumore di cascatella.
Si sosta per metter qualcosa sotto i denti ma la stanchezza, il caldo,e la qualità dei cibi, scatolette e insaccati,congiurano contro l’appetito.
Intorno alle 17,30, ci si avvia alla volta del mare di Cala Luna che si raggiunge all’incirca dopo un ora di marcia.
Appena giunti sulla spiaggia, Francesco e Renato, i più giovani del gruppo, s’immergono nelle acque del mare facendo il primo bagno della stagione. La notte, consumata una parca cena, la si trascorre dentro il sacco a pelo, sotto una volta stellata, in prossimità di un fuoco gigantesco fatto bruciando alcuni ceppi di quercia che la piena invernale ha trasportato fin sulla spiaggia.
La mattina successiva si parte alle 8,30 alla volta di ‘Sedda Eranu’ ove esiste un ovile a cui fa capo il bestiame a pascolo che tiene l’amico Giovanni Fancello(Brotza).
Arrivati a “Su Masongiu”, una collinetta con la sommità piatta ove fino a qualche decennio fa venivano coltivati cereali, si devia in direzione parallela alla costa salendo nella valletta di “Lupiro”.
Dopo una mezz’ora di marcia, s’arriva a un grande arco naturale segnato nella carta IGM col nome “S’architeddu de Lupiro”.
L’arco non è altro che un gigantesco foglio di calcare a forma di rettangolo irregolare, disposto trasversalmente rispetto all’asse longitudinale della valletta di Lupiro, che presenta al centro un grande foro, con una base che all’incirca misura trenta metri per un’altezza massima di otto metri.
Il luogo è di una bellezza indescrivibile; oltre l’arco si vede Cala Gonone e più avanti, oltre le rocce strapiombanti sul mare di “Cartoe”, si vede il paese di Orosei e dopo questo, la foce del fiume Cedrino e “Punta Nera”.
La giornata particolarmente chiara e luminosa si presta alle fotografie di cui si fa gran numero. Alle 12,30, completata l’ascesa della parte superiore di “Lupiro”, si è dentro l’ovile al cospetto di Giovanni al quale si chiedono novità.
La risposta è che novità non ce ne sono a meno che l’andamento stagionale particolarmente sfavorevole per il bestiame e che ormai si ripete dal 1972 non lo sia.
Di statura media, senza un grammo di grasso in più del necessario, Giovanni è il re incontrastato di questa zona.
Le sue capre, i suoi bovini e i suoi suini, si trovano distribuiti in una zona vastissima compresa fra la Cala di Luna, la cala di Sisine e la punta del monte “Sartainosti” a circa 9 chilometri dalla S.S. Orientale Sarda.
Quando in certi periodi dell’anno deve provvedere alla mungitura delle capre, per radunarle in prossimità dell’ovile deve compiere giornalmente all’incirca trenta chilometri in zone aspre e inospitali e con qualsiasi tempo.
A questa fatica si deve aggiungere quella della mungitura e della caseificazione del latte.
Un lavoro la cui mole può trovare riscontro solo in certe popolazioni dell’Africa o dell’America Latina e qui in Sardegna si può far risalire all’epoca nuragica quando il lavoro significava sopravvivenza.
Nelle brevi pause che gli concede il lavoro, egli di certo non si dedica alla contemplazione del paesaggio che mentre per i componenti del gruppo è motivo di delizia, per lui rappresenta la natura avara e scorbutica.
Nel primo pomeriggio viene visitata la grotticina denominata “Sa catteddina” dal nome sardo d’un erba che vi cresce vicino abbondante, già conosciuta dal G.G.N. e i cui dati sono già nel catasto interno del sodalizio.
La grotticina è molto ricca di concrezioni per cui si presta alla fotografia.
Nel suo interno, nella parte più bassa, esiste un laghetto alimentato da stillicidio che fino a qualche anno fa è servito ad alimentare persone e animali della zona.
Ora, a questo scopo, la grotta non serve più poiché Giovanni ha costruito all’esterno utilizzando un anfratto roccioso opportunamente impermeabilizzato con il cemento, un deposito d’acqua piovana vicino all’ovile.
Giovanni informa il gruppo che qualche settimana prima, cercando del bestiame che gli mancava al raduno,ha scoperto casualmente una voragine dall’ingresso molto vasto. Egli segnala inoltre l’esistenza di un’ altra voragine e d’una grotta entrambe in prossimità della vecchia carrareccia che da “Su Masongiu” conduce all’ovile in disuso denominato “Bidunnie”.
Ci si congeda da Giovanni il primo pomeriggio rinviando l’escursione per la localizzazione e l’esplorazione preliminare della cavità, al giorno successivo.
Ripercorrendo in discesa la valletta di “Lupiro”, non si può fare a meno di notare che l’aria non è più tersa come la mattina e che dei vapori provenienti dal mare stanno creando una nebbiolina che via via si sta espandendo all’interno della fascia costiera.
Per paura della pioggia la notte si trascorre dentro la grotticina de “Su Marinaiu” ubicata nella sinistra, guardando dal mare , della Cala Luna.
I viveri iniziano a scarseggiare, tutta via l’appetito gagliardo sviluppatosi in conseguenza della lunga marcia, fa superare la tradizionale diffidenza nei confronti dei viveri conservati e degli insaccati.
La notte, interrotta a tratti da quello che sembra un confabulare di comari ma che è invece il verso che emettono colonie di gabbiani posati sull’arenile, scorre tranquilla.
Il mattino è quello di una giornata invernale col cielo coperto e una pioggerellina sottile ma incessante che cade.
Secondo gli accordi presi il giorno prima, alle 9,00 ci s’incontra con Giovanni in prossimità di “Su Masongiu”.
Subito dopo si ripercorre il primo tratto del canale di Lupiro del quale, percorsi i primi cinquecento metri, si giunge a una biforcazione costituita da canale che con orientamento SSW, rispetto alla valletta di Lupiro conduce al disotto della Punta Claru Mannu.
Imboccata questa valletta, dopo un breve tratto di cento metri, si giunge alla base di un cumulo di ghiaione calcareo.
Sulla sommità del cumulo addossato a un ciglione calcareo inclinato, s’apre l’imboccatura vistosissima d’una diaclasi, una fenditura del terreno lunga all’incirca quaranta metri, per una larghezza minima di tre metri per una massima di cinque, che sprofonda in verticale per circa 20 metri, nel punto più basso, e per circa 35 nel punto più profondo.
L’inadeguatezza delle attrezzature e la pioggia battente sconsigliano l’ulteriore esplorazione della cavità, che viene rinviata ad altra data.
Si decide quindi di fare un sopraluogo nelle altre due cavità indicate da Giovanni.
Si ritorna a “Su Masongiu” e di qui dopo un’ora di marcia sotto la pioggia, attraverso la vecchia carrareccia ormai in disuso e abbondantemente ricoperta di vegetazione, si giunge nel bordo d’una voraginetta.
L’ingresso, rappresentato da una fenditura sul terreno, conduce, per il tramite d’una breve voraginetta di 5-6 metri, a una sala fossile. Quivi si può notare attraverso una specie di tunnel che crea un accesso naturale, a un’altra angusta saletta, l’esistenza di un altro orifizio comunicante con l’esterno che i pastori hanno armato con un tronco di ginepro ramificato.
In altre parole la cavità è costituita dal fondo di due voraginette intercomunicanti.
La località giacente con orientamento W-SW rispetto a Cala Luna, è denominata “Sa pala de su orrargiu”. Lasciata la zona, dopo una marcia di circa mezz’ora nel declivio boscoso di un anfiteatro naturale, si giunge all’ingresso dell’altra grotta.
La pioggia non accenna a diminuire ciò nonostante, finché si è in movimento essa non crea eccessivo fastidio. L’ingresso vero e proprio della grotta è accessibile superando due alti gradoni naturali. All’interno dopo pochi passi s’arriva sul bordo d’una voragine profonda una dozzina di metri.
Il sopraluogo ha breve durata poiché l’unica lucciola in dotazione al gruppo sta per esaurirsi, e i caschi alimentati ad acetilene, per ragioni di peso, sono stati lasciati nel campo base a Cala Luna.
La grotta è denominata “Sa grutta de s’ungrone de sa adde de orrargiu”, un nome piuttosto lungo e merita senza dubbio un altro sopraluogo più approfondito poiché è parso che oltre una cortina di stalattiti illuminata fiocamente dalla lucciola, il suo percorso continui.
Verso le 13,00 si decide di rientrare al campo base. Per rientrare a “Su Masongiu”, si scende in una valletta boscosissima ove si ripercorre un sentierino incassato fra le rocce. Giunti in questa località, si prende commiato definitivo da Giovanni e si scende nel canalone che sfocia a Cala Luna. Giunti al campo base, si ha la lieta sorpresa d’incontrare Giancarlo e Giacomo i quali, staccatisi dal resto del secondo gruppo partito da “Cumbidaprantas” il pomeriggio del Sabato successivo al giorno di
S.Giuseppe , hanno deciso di tornare a Gonone passando appunto per Cala Luna.
Le prime notizie notizie sono che la grotta Porcheri è stata completamente rilevata e che i loro compagni hanno preferito rientrare dalla grotta Porcheri all’ovile “Bochiarta” e da li al punto di partenza.
Per quel che riguarda il terzo gruppo partito da “Ghevine” il pomeriggio del giorno di S.Giuseppe e battezzati “ipse facto” con l’appellativo di “turisti”, ci viene comunicato che prima d’incontrarsi con il secondo gruppo presso la grotta “Porcheri”,
ha dovuto superare numerose nonché tragiche peripezie poiché solo a prezzo di enormi difficoltà è riuscito a trovare il passaggio che dalla cresta della codula conduce al fondo della stessa.
Prima d’imboccare la strada giusta ha dovuto effettuare, secondo quanto dice Giacomo, un bizzarro percorso molto simile, se si potesse rappresentare graficamente, a quello che compie l’ago del sismografo sulla bobina laddove le oscillazioni col vertice in giù, rappresentano altrettante discese effettuate in canaloni convergenti nella codula e terminanti invariabilmente in uno strapiombo finché a qualcuno del gruppo non sono saltati i nervi e se l’ha presa ingiustamente con qualche altro membro del gruppo.
La storiella, sebbene un po’ arricchita dal relatore, suscitava ilarità e contribuisce a far dimenticare le vesti bagnate che stentano ad asciugare al calore di un fuoco non molto grande poiché nessuno, data la stanchezza, ha avuto voglia di cercare legna. Una bottiglia di vino apparsa come per miracolo fra le mani di Giancarlo, suscita un corale, entusiastico applauso.
Al vino infatti è stato dato fondo già dal mattino e le provviste sono ridotte a un sacchetto di pane biscottato, spezzettato in minuti frammenti a causa del trasporto dentro lo zaino e a qualche pezzo di formaggio. Asciugati sommariamente gli indumenti e scolata la bottiglia di vino, si decide di rientrare. Alle 16,30, sotto la consueta pioggerella sottile, ci si avvia alla volta di “Fuili”, Cala Gonone, dove attende il resto de gruppi.
 
Franco Tronci
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