Impressioni vecchie e nuove del Supramonte di Orgosolo

Visite: 561

di Bruno Piredda

Attraversai per la prima volta il Supramonte di Orgosolo nel mese di agosto del 1948. Partecipavo allora alla lotta contro le zanzare che si combatteva in Sardegna sotto l'insegna dell'E.R.L.A.A.S.. Percorsi le aride petraie e i boschi immacolati del Supramonte non per dare battaglia alle zanzare, bensì alla ricerca dei banditi. Volevo da loro, di buona grazia, ottenere qualche confidenza che potesse agevolarmi a far luce su un sequestro di cui fummo vittime, poco tempo prima, mio padre, mia moglie ed io col nostro primogenito, appena lattante di tre mesi, e alcuni dipendenti della E.R.L.A.A.S., in Baronia.


Ero convinto di poter trovare i favolosi banditi del Supramonte intenti a godersi i loro placidi sonni, indisturbati dalle punture dei minuscoli insetti, lontano e al riparo dalle intemperanze umane.

I risultati della mia indagine furono, naturalmente, senza esito. Ma di quella escursione doveva rimanere in me una delle impressioni più vive e più care che abbia mai provato nelle innumerevoli peregrinazioni in terra sarda. Non vi trovai i banditi, ma solamente pastori-banditi, adusi, per antico retaggio, a sublimare la loro esistenza in una vita arcaica condizionata all'ambiente naturale. E negli occhi, appena svanita la diffidenza per l'ospite, era loro tutta la bellezza, la pace, la sconfinata solitudine del Supramonte. Come dagli occhi emanavano queste rare qualità, così trepidava nel loro cuore un generoso, spontaneo slancio di squisita ospitalità che ne rimasi indicibilmente commosso. Negli ovili, di pretto stile nuragico, elevato accanto, o ricostruiti sulle stesse rovine nuragiche, uomini forti e leali, dalle viventi sembianze dei nostri sardi progenitori, mi dissetarono col siero acidulo del latte di capra quagliato, mi nutrirono di carnee di miele amaro, di formaggio e di pane d'orzo.

Entro quella fortezza naturale, dalla Gola de Gorropu ai contrafforti di Punta Solitta e Punta sa Pruna, strapiombanti su Orgosolo, sentii, come non mai in vita mia, sicurezza e protezione.

 

Tornai al Supramonte a Pasqua di quest'anno con una spedizione del Gruppo Grotte Nuorese.

L'ambiente naturale sensibilmente mutato: la pietraie carsiche sempre più screpolate, fessurate, corroso dalla azione demolitrice delle acque, del tempo; i boschi, fittissimi, ammalati di eliofilia, dai tronchi longilinei sormontati da esili pennacchi frondosi, avviluppati da muschi villosi e licheni; rachitico e quasi inesistente il sottobosco; nei siti ombrosi e umidi una sorprendente fioritura di peonie dal colore vermiglio. Grande il soave aroma delle spezie. Sugli alti dirupi di Monte sa Pruna si scoprono alcuni magnifici esemplari di mufloni; sulla piana di Donanicoro zannuti cinghiali accendono contese coi verri per il possesso delle scrofe.

La vita agreste degli animali ripiglia il sopravvento su quella fortezza naturale, ma l'ambiente umano, quello che 17 anni fa suscitò in me tanta commozione e mi diede la più calda e schietta lezione di ospitalità, non esiste più: non più pastori, non più banditi, non più greggi di capre, non più ovili nuragici, ridotti pur essi in rovine. In uno di questi ovili abbandonati, su una grossa trave in ginepro, l'ultimo bandito del Supramonte vi ha inciso il suo testamento spirituale col quale invoca il giudizio di Dio sugli uomini cattivi di Dorgali e Orgosolo e rimette le sue ingiuste pene di uomo errabondo e solitario alla clemenza divina. Forse con questa pur triste vicenda umana si è chiusa per sempre la triste fama del Supramonte di Orgosolo.

Occorre oggi guardare a questa zona montana con serenità e fiducia nell'avvenire per riscattarla agli uomini volenterosi in tutti gli aspetti sociali, economici, storici e e scientifici.