Ricordo di Bruno Piredda

di Giuseppe Cadoni 

L'incarico affidatomi dal Gr.Gr.Nuorese di ricordare Bruno Piredda, in occasione di questo Anniversario, mi è giunto graditissimo. Ciò in quanto presumo di aver avuto per tutta la vita un rapporto di amicizia e predilezione che mi rendono oltremodo facile il compito, anche se velato di tristezza. Di questo carissimo amico cercherò di tracciare un quadro fedele, senza lasciarmi trascinare dall'enfasi o da deviazioni affettive, atto però a mettere in rilievo la sua figura e la sua opera negli aspetti più significativi e singolari. Dico ciò anche in aderenza al suo temperamento piuttosto schivo e riservato. Non mancherò di privilegiare le sue predilezioni, i suoi orientamenti e, in particolare, le sue intuizioni dirette a valorizzare e migliorare il nostro ambiente naturale e sociale.

Queste considerazioni mi sembrano opportune perché Bruno, conosciutissimo dagli amici, non è ben noto al grande pubblico. Egli infatti non si è mai affacciato alla ribalta politica attiva ma, in ossequio alla sua riservatezza, ha preferito appartarsi in relativa solitudine a Marreri negli ultimi decenni di vita. 
Per comodità espositiva ritengo bene articolare quanto qui di seguito dirò, in tre parti: Riguarderò innanzitutto Bruno come amico generoso e leale, quindi come cittadino e combattente ed infine come appassionato naturalista, senz’altro fra i più eclettici dell’Isola.

I tre aspetti, anche così separati, interagiscono in concomitanza fra loro e confluiscono fino a dare del Nostro un'immagine unitaria.

L'amicizia, la generosità, la lealtà sono concetti e valori astratti se non s'inverano nella persona e non si traducono coerentemente in azione.
Di famiglia notoriamente agiata, conobbi Bruno appena rientrato con la stessa famiglia da una lunga parentesi imprenditoriale in località “Tripides", nel Logudoro, dove il padre Pietro, industriale del legno e del carbone, aveva operato con maestranze, boscaioli e servitù. Colà seguì privatamente i primi anni di scuola, ma è da presumere che gran parte della giornata la passasse immerso nel bosco, a diretto contatto della natura. In un ambiente a lui cosi congeniale si manifestarono fin da allora i primi segni della sua "naturalità". Come egli stesse confessò in un suo diario, "rabbrividiva e piangeva sommessamente mimetizzandosi fra i cespugli, quando veniva abbattuta una pianta."

Io a Nuoro ero solito andare con amici in località "Sa 'e Maria Lodè", allora periferia della nostra città, dove ora è ubicata la Scuola elementare "San Pietro". Proprio qui c'era un bel vigneto, custodito fra settembre ed ottobre dal nonno tziu Nicola Piredda, vecchio dì ottant'anni. Vi andavamo per giocare e quando il vecchio sì allontanava non esitavamo ad aprire un varco nel muricciolo della vigna per gustare furtivamente l'uva matura.

Bruno, forse accortosi di ciò, veniva spesso a trovarci, sempre con fare amichevole e conciliante. Ultimo rampollo maschio, indossava allora un abito alla marinara. Gli amici però, vestiti alla buona, lo schivavano proprio per la sua eleganza e uno di essi, un bel giorno, lo sfidò a "s'istrumpa". I due contendenti si avvinghiarono e rotolarono vicendevolmente per terra. Alla fine vennero separati e gli amici diedero il verdetto di parità. Bruno però da quel giorno non indossò più l'uniforme da marinaro e mi confessò che accettò la sfida solo per e per non essere dissimile dagli altri del vicinato. Prova ne sia che da quel giorno fece in modo che trovassimo sul solito varco l'uva per i famelici amici senza che l'andassimo a rubare ingannando il vecchio nonno.

Fu proprio in quella occasione che diventammo amici inseparabili. Notai subito che la generosità di Bruno era propria di tutta la famiglia. La mamma, signora Grazia, mi prese a ben volere come se fossi un figlio.

Il vicinato era allora abitato in prevalenza da povera gente: contadini, pastori, ortolani, qualche artigiano. Quando a qualche campagnolo veniva a mancare una bestia da lavoro, Pietro Piredda curava dì sostituirla in qualche modo. Così per chi aveva impellenti necessità, anche fuori del vicinato.

Questo senso di altruismo lo assorbì Bruno nel significato più ampio!

Furono, quelli, anni spensierati sia a scuola che fuori. Si andava con lui a caccia ed a pesca nei fiumi, si visitavano le conche granitiche e le grotte calcaree accessibili, si consultavano in prevalenza testi scientifici. Erano i primi approcci alla conoscenza dell'ambiente naturale e delle costellazioni con tutti i loro misteri. La nostra era una vita di conscia avventura, alla scoperta del perché dei fenomeni, degli sconvolgimenti geologici, dei rapporti fra vegetazione ed esseri viventi.

Bruno in particolare, da entomologo in erba, collezionava ogni genere di insetti, sopratutto farfalle, larve e bruchi. La sua collezione, che riempì quasi la sua stanza, fu oggetto di curiosità da parte dei parenti, dei compagni di scuola e di tutto il vicinato.

Dopo molti anni, occupati da intensissima attività speleo-archeologica e da impegni militari e civili di cui dirò in seguito, Bruno, colpito da infarto miocardico, si ritirò definitivamente in campagna.

Dopo aver trasformato la valletta impervia ed inospitale dì “Montricos" in sito ameno ed accogliente, pieno di piante fruttifere e di serre con verdure e fiori, si tuffò nello studio delle piante officinali.

Col supporto di testi aggiornatissimi e con la sperimentazione continua diventò ben presto esperto erborista. Scoprì da sé le potenzialità delle erbe e tutti i benefici che da esse sì potevano trarre per alleviare malanni e sofferenze. Nacquero allora le creme e le tinture, le tisane, gli infusi ed i decotti, preparati con erbe miracolose: l'equisetum, il marrubium, il teucrio polio, la bardana, la borragine, l'aglio, l'hipericum, etc. etc. Una stanza della sua piccola casa fu trasformata in laboratorio.

Trassero beneficio anzitutto i vicini di predio: pastori, vecchi vignaioli, contadini e mano mano tantissimi provenienti dalla città e dai paesi vicini. Per lunghi anni diede a tutti un rimedio, senza compenso alcuno: era sufficiente la riconoscenza dei pazienti, soprattutto quando traevano sollievo dai medicamenti.

 

Questa generosità e questo senso di altruismo diventarono proverbiali, tanto che si accattivò il rispetto di tutti, anche di qualche balordo di passaggio in quella zona.

L'amicizia, la sincerità e la lealtà erano per lui sentimenti di cui si sostanziano gli uomini dabbene!

A questo punto c'è da chiedersi: Bruno era consapevole che i derivati dalle erbe avessero un limite nella cura dei malanni, oppure era convinto che l'efficacia di essi fosse illimitata? A questa domanda io non so rispondere. Egli aveva piena fiducia nelle forze della natura ed era sicuro che gli stessi, anche nelle patologie più gravi, non erano inutili. Certo è che non potranno mai sostituire il bisturi!

 

Gli adempimenti relativi agli incarichi civili non si distinguono certo da quelli militari. Entrambi coinvolgono il cittadino nel suo essere uomo. Il comportamento di Bruno nell'uno e nell'altro impegno è stato sempre esemplare. E tutto ciò è normale! Egli fu sopratutto attento cultore delle tradizioni e consuetudini locali, anzi si dilettava di studiarne origini, modi e forme per adeguarvisi scrupolosamente.

Completati gli studi magistrali, confessò che la mamma già lo immaginava seduto su una cattedra ''dinanzi ad un nugolo di scolaretti più bisognosi di fazzoletto che di alfabeto". Bruno, lo si intuì subito, non era portato a starsene in permanenza entro un'aula scolastica!

Già all'orizzonte si profilavano avvenimenti e prospettive per impegni di altra natura. Le spinte nazionalistiche del regime di allora infiammavano gli animi verso rivendicazioni territoriali a tutto campo: Bisognava portare l'Italia sul piano dell'impero!

Bruno, chiamato alle armi, frequentò il Corso Allievi Ufficiali di Cavalleria presso i ‘‘Lancieri di Firenze", a Ferrara. A fine corso fu assegnato allo Squadrone "Cavalleggeri di Sardegna", col quale ebbe modo, durante il campo e relative esercitazioni, di conoscere quasi tutta l'Isola. Fu allora che intuì, senza aver letto né il Serra né il Vittorini, che essa è "quasi un continente", una sorta di microcosmo ambientale. Il naturalista già prevaleva sul cavalleggero!

Scoppiava intanto la II Guerra mondiale e Bruno venne richiamato ed assegnato ai reparti costieri del nord Sardegna, dove allora era previsto uno sbarco delle forze alleate, sbarco che poi avvenne in Sicilia. Da militari ci siamo rivisti più volte a Sassari e Olbia. Dopo fu trasferito prima a Civitavecchia, indi a Pinerolo dove i cavalleggeri furono definitivamente appiedati. Colà frequentarono un corso affrettato ed a ciascuno di essi fu consegnato un autoblindo con relativo equipaggio.

I reparti partirono subito per ignota destinazione e Bruno, osservando le costellazioni, capì subito che sarebbero sbarcati in Africa. E così fu. In un suo diario racconta le vicende drammatiche di quel deserto, gli scontri fra mezzi corazzati, gli assalti, le fughe, le controffensive con commilitoni valorosi, molti dei quali arsi vivi nell'interno dei carri, gli atti di valore inutili in una guerra impari ed in ultimo la resa a forze preponderanti. I prigionieri furono imbarcati e trasportati prima nel nord Inghilterra poi in America. Gli ufficiali vennero separati e rinchiusi in un campo di concentramento: un'ampia baracca ogni due ufficiali.

 

Bruno si distinse subito attirando l'attenzione di tutto il campo: sì era risvegliata in lui l'antica passione per l'entomologia! Notando che la baracca, nella notte, veniva invasa da miriadi di formiche in cerca di cibo, dopo averle osservate e classificate (in sardo sono chiamate "Luzana"), costruì un formicaio artificiale servendosi di materiale di recupero, plastica e cartone. Catturata la regina, fece dirottare le formiche nella nuova sede, inondando la vecchia. La dotò di ogni comodità con ambienti per la regina e le sue nutrici, per le provviste affidate alle operaie, per il corpo di guardia, per la discarica degli escrementi, etc. - Fu un quotidiano accorrere di colleghi e ufficiali americani che rimasero entusiasti. - A tutti Bruno spiegò minuziosamente le abitudini di questi insetti e la loro organizzazione interna, certo non dissimile in miniatura da quella del campo, affollato da oltre mille Ufficiali.

Dopo qualche tempo fu chiamato alla frequenza di Corsi per saldatori e di istruttori per la revisione dei mezzi in dotazione al campo. Ebbe così modo di visitare quasi tutti gli Stati dell'Unione. Da attento osservatore, memorizzava tutto pensando sempre alla sua Isola lontana. Già parlava quasi correntemente l'Inglese.

Per quanto sollecitato da più parti a stabilirsi colà, rientrò a Nuoro verso la fine del '45. Qui lo attendevano nuovi impegni civili, quali la lotta contro le cavallette alle dipendenze dell'Ispettorato dell'Agricoltura. Bruno già conosceva le abitudini di questi voracissimi insetti ed aveva a disposizione gli stessi mezzi (residuati bellici) per il trattamento nelle zone più infestate.

Fu non molto dopo impegnato attivamente nella lotta contro l'endemico flagello della malaria. Gli entomologi americani della Fondazione Rockefeller lo mandarono a chiamare e lo sottoposero a colloqui e prove varie. Dopo qualche settimana lo qualificarono superidoneo alla bisogna, tanto più che parlava inglese. Oltre alla conoscenza dell'insetto, veicolo locale di trasmissione della malaria (Anopheles labranchiae), conosceva di già le plaghe più infestate. Venne subito nominato Capo Divisione con giurisdizione nella parte più impervia della provincia.

L' E.R.L.A.A.S., di cui Bruno fu uno dei più preparati funzionari, dopo intensissimo lavoro durato alcuni anni, debellò definitivamente il terribile morbo.

Questa esperienza costituì per lui un ulteriore approfondimento delle sue conoscenze ai fini della propensione di base, quella naturalistica dì cui dirò qui appresso.

Il naturalismo, a mio avviso, deve essere inteso in senso cosmico, così come lo stesso Bruno lasciava intuire.

L'ultima parte di questo scritto dà la misura della statura del nostro amico e della sua collocazione fra i personaggi di grande spicco, fra i naturalisti sardi. La natura costituì per lui una seconda madre affettuosa e prodiga, alla quale si affidò con trasporto sincero e costante.

L'immagine di essa, nella sua globalità e varietà, rispecchia la presenza del Creatore in tutta la sua immensità e potenza!

 

Non è semplice esprimere questo rapporto di infinita reciprocità, ma si può ben dire che esso fu, per quanto possibile, di simbiosi assoluta. Per Bruno è natura il cielo con le innumerevoli costellazioni,

la terra con quanto vive in essa, il mondo sottostante con i suoi

fenomeni e suggestioni.

Del cielo studiò stelle e pianeti nel loro eterno moto e posizione col variare delle stagioni. Un potente cannocchiale, avuto in regalo dalla mamma, era spesso puntato in alto alla ricerca delle aggregazioni stellari, ben sapendo che esse interferiscono ed influenzano quanto avviene qua in terra.

Tornando adesso alle attività umane qui sulla terra, vorrei soffermarmi per quanto basta sul periodo che ho sempre chiamato pionieristico, a cavallo degli anni 1937/1938 e parte del ‘39, sopratutto negli intervalli fra servizi di leva, primo e secondo richiamo alle armi. Il ricordo che sfuma nel tempo m’impedisce di collocare con esattezza le parentesi di più intensa attività mia e di Bruno, alla ricerca iniziale di tracce e segni della civiltà nuragica, poi dei fenomeni carsici di cui è ricchissima la nostra zona.

L'ambiente ideale per tutto ciò era a portata di mano: l’incantevole Valle di Lanaittu, dove il padre di Bruno, con decine di boscaioli sardi e toscani, sfoltiva il bosco ancora vergine per ricavarne legname e carbone. Si tenga presente che, prima del gas liquido, il carbone era il prodotto base per le necessità domestiche e per molte industrie.

Bruno, inizialmente solitario, poi sempre in mia compagnia e mano mano con altri amici, ponendo come base le baracche dei boscaioli e la casermetta della forestale, si accorse che la valle era da i ‘considerarsi come uno scrigno contenente tesori immensi. In superficie si rintracciavano quasi ad ogni piè sospinto indizi inconfondibili ctei si nostri antenati. Vicino a "Sa ‘Oche" e a "Sa Sedda 'e sos Carros" si scoprivano segni evidenti di essi: manufatti in bronzo, punte di lance, scorie metalliche da fusione, etc. Gli attuali scavi a cura della Sovraintendenza Antichità in quest’ultima località ed i monumenti recentemente riesumati sono la riprova di tutto ciò.

Si voglia tener presente che questo angolo di Lanaittu è stato coperto per millenni da una spessa coltre alluvionale portata dalle acque che, ogni tanto e per millenni, fuoruscivano dalla vicina grotta de " Sa ‘Oche —". Bruno ebbe la fortuna di assistere ad uno di questi fenomeni: l'acqua, preceduta da tremendi boati, veniva fuori con tale violenza che uomini e bestie erano costretti a rifugiarsi ben lontani da essa.

Fu riscoperto il villaggio nuragico di Tiscali, allora ben conservato, dove gli abitatori avevano le loro capanne, unitamente ai ricoveri per i loro animali e di quant'altro necessario per la loro sussistenza e la loro difesa. Così dicasi per la grotta " Corbeddu " con in fondo, in graffito, la bilancia, simbolo di Giustizia. In questa grotta sopraftutto furono rinvenuti i resti di un mustelide ora scomparso, il Prolagus, ricostruito da Bruno e da scienziati inglesi e panamensi.

La notissima grotta de " Su Bentu " venne visitata proprio allora.

L'esplorazione di essa cominciò immediatamente. In quel torno di tempo si unirono altri amici per i primi approcci con essa. Ma de "Su Bentu", data la sua complessa morfologia, dirò brevemente più in là.

 

Molto dopo si riscoprì e si scavò la "Capanna nuragica" dove venivano fusi rame e stagno per ricavarne manufatti in bronzo. Sono ancora visibili le canalette in calcare che, a guisa di màntice,

alimentavano il fuoco per la fusione. Proprio in quegli anni di pionierismo e di romantica avventura, Bruno fu il primo ad esporre il suo pensiero su quanto a mano a mano veniva scoperto. Pensò subito agli immensi depositi d'acqua dolce pulitissima nell'interno delle montagne vicine, quali riserve da

sfruttare in avvenire, sia per alimentare gli acquedotti che per irrigare le nostre piane sempre più siccitose: - le acque del Gologone e di San Pantaleo sfociano proprio dall'interno di quelle montagne!

Intuì la necessità di costruire nei pressi della casermetta un posto fisso di ristoro, rendendo freguentata questa ricchissima zona: si sarebbe attivato un turismo di massa con conseguente fertilizzazione dì tutta la valle. Egli pensava fin da allora a strade comode ed a infrastrutture varie. Se avesse avuto allora i mezzi necessari avrebbe lui stesso realizzato questo sogno!

Pensò nel contempo anche al supramonte di Urzulei ed a tutta la zona montana fino al mare come immenso parco da realizzare in futuro, con tutte le opere necessarie per colture ed allevamenti acconciamente distribuiti. Sempre in sede di realizzazione di un parco, pensò ad un allevamento razionale dei piccoli bovini allo stato brado propri della zona, per la produzione di gustosissime carni.

È vero che è facile sognare tutte queste cose, ma Bruno ne faceva oggetto di precisi programmi il cui fine ultimo non è difficile sintetizzare. Anzitutto pensava all'eliminazione della pastorizia brada e perciò dell’abigeato, quindi alla scomparsa o rarefazione dei sequestri di persona. Le centinaia di grotte, nascoste e defilate, in tutto il Supramonte e particolarmente nelle montagne che chiudono Lanaittu, sono sempre state e tuttora sono rifugio sicuro dei sequestratori e delle loro Vittime. Era certo che solo rompendo l'isolamento dei nostri monti potrebbe essere eliminata questa piaga che degrada la Sardegna tutta e ne inibisce il sicuro progresso.

Tutto ciò frullava nella sua fervida immaginazione già fin da allora!

Riprendendo il discorso sulla grotta de " Sa ‘Oche ", se non erro nell’estate del '37 (1938 ndc), mentre ferveva il lavoro dei boscaioli, dopo tentativi solitari con mezzi di fortuna, Bruno mi chiamò per cercare

di violare il mistero di quel lago sotterraneo a qualche centinaio di metri dall’ingresso. Una prima spedizione fallì e solo per un miracolo salvammo la pelle. - la zattera rudimentale si rovesciò in pieno lago, senza appiglio alcuno, nuotando come cani nell’acqua freddissima e nel buio più completo. Bruno ebbe l'accortezza di portare con sé un mozzicone di candela ed una scatola di cerini (li aveva sulla testa fasciata da una retina) e riuscì, dopo non pochi tentativi, a far

luce. Deo gratias!

Con tutto ciò tentammo altre spedizioni ed infine, unitosi a noi Federico, riuscimmo nell'impresa.

Nessuno aveva mai messo piede in quelle acque limpide, azzurrine, profondissime! Oggi, esplorare quei laghetti è impresa da bambini!

Bruno nel suo diario racconta: - ... si tennero a lungo abbracciati. Pensavano nei loro cuori alla nascita del primo Eruppo speleologico della Sardegna, il PI.CA.VE.

 

Questa sigla fu coniata, al nostro rientro, dal maestro Ladu, grande invalido della I Guerra mondiale, che dell'impresa diede notizia sulla "Nuova Sardegna".

Da quel giorno altri amici si unirono al gruppo per reiterate spedizioni sopratutto a "Su Bentu", che col passare del tempo fu definita "grotta palestra" per la sua immensità e le sue difficoltà.

E° ancora oggi ‘palestra’ per il ‘Gruppo Grotte Nuorese", il cui direttivo ha ormai compiti plurivalenti, data l’esperienza ormai acquisita. Penso però che buona parte della sua attività sia ancora concetrata sul " Vento " fino alla sua completa esplorazione e classificazione.

 

Molti dei vecchi amici, di cui per tema di dimenticanze, non faccio i nomi, sono ancora sulla breccia. Alcuni di essi ci hanno lasciato per sempre: in questo momento penso all’ing. Giacobbe, a Federico Ventura, a Luigi Farina, a Giovannino Murgia. Penso anche al giovane parigino Vidal ed al torinese Saracco che morirono in grotta, uno nel primo laghetto de "Su Bentu", l’altro ad “Ispinigoli".

 

Bruno fu sempre a capo delle spedizioni, che col passare del tempo si estesero ad altre zone (Dorgali, Lula, Siniscola, Baunei, etc.). Acquisita sufficiente esperienza, con attrezzature non più rudimentali, con non molti fondi a disposizione, nel '51 (1953 ndc) il vecchio romantico PICAVE si trasformò in Gruppo Grotte Nuorese, con Atto pubblico, Statuto, Consiglio direttivo e Soci ordinari. Lo Statuto ne indicò le finalità sociali, culturali e scientifiche, ormai note. Si presumeva fin d’allora di portare l’Isola su un piano di dignitoso raffronto _con realtà. consimili d’oltre mare. La Presidenza fu affidata all’Ing. Giacobbe che diede un notevole apporto al consolidarsi del Gruppo, sopratutto nella valorizzazione del complesso carsico del "Bue Marino" e di tutta quella costa.

Bruno, speleologo a tutto campo, succedette nella Presidenza al predetto ingegnere e continuò il suo lavoro, anche quando venne assunto, quale funzionario intelligente ed esperto, dall'Ente Provinciale per il Turismo. Presso questo Ente si distinse ricoprendo incarichi importanti (Ufficio Informazioni, Guida turistica, Ispettore provinciale). Ciò fino al ‘74. Appena in pensione ebbe la nomina ad Ispettore Onorario per le Antichità e, in tale qualifica, allestì con volenterosi collaboratori, la prima Mostra Speleo-Archeologica, unica in Sardegna, inaugurata dall’On. Mannironi, allora Ministro.

Quale Presidente del G. G. N. diede ulteriore impulso a questa sua creatura, dotandola di mezzi moderni con l'appassionato apporto di giovani e qualificati professionisti.

Come già detto, Bruno, ancora convalescente, si ritirò a Marreri dove “venne assorbito dal meraviglioso, possente regno della Natura”. Da questo eremo diresse per lunghi anni il G.G.N., il cui Direttivo si riuniva spesso colà.

Ebbe altri incarichi, quale esperto di flora e fauna presso i Corsi di formazione per Operatori turistici. Le sue lezioni, a detta degli allievi, furono un modello di praticità e produttività didattica.

Altre cose vorrei dire di questo carissimo amico, ma ho l'impressione di andare oltre i limiti di questo ricordo".

 

Gli ultimi anni, ormai debilitato da una vita attivissima e per qualche aspetto travagliata, li trascorse sempre nel suo rifugio prediletto.

Riandando a ritroso col pensiero, nei momenti di solitudine, fissò in un suo diario ad uso familiare, i suoi ricordi più vivi, che ebbe l’amabilità di farmi leggere. L'impressione che ne trassi fu di commossa ed istintiva simpatia.

Il suo scritto, soprattutto quando colloca le vicende vissute nell’incanto degli scenari naturali, è vera ed autentica poesia!

In occasione della mia ultima visita, nel settembre ‘94, ebbi l'impressione di avere di fronte a me un patriarca sereno e saggio, un personaggio già consegnato al mito ed al ricordo di noi tutti e di quanti verranno dopo di noi.

I suoi pensosi messaggi, il patrimonio di idee e valori, le sue previsioni per un futuro migliore della nostra terra diventeranno col tempo realtà viva e concreta. Facciamo in modo che ciò avvenga nel Suo ricordo ed in omaggio ai Suoi sacrifici.

Concludendo queste mie note, ringrazio il Gruppo Grotte Nuorese per avermi offerto l'opportunità di rendere omaggio a Bruno, ricordandolo agli amici. Sono sicuro che il Direttivo di esso, formato da uomini esperti e di grande affidamento, continuerà a svolgere il suo lavoro col solito impegno e competenza.

Circa i grandi sogni di Bruno ed i suoi vagheggiamenti in ordine allo sfruttamento delle acque, al territorio, all’isolamento, etc., di cui si è detto, penso che il pur stentato decollo del Grande Parco, possa avviarli a soluzione, sia pure in tempi lunghi.

 

Un cordiale abbraccio a tutti ed un augurio di buon lavoro.

Un particolare commosso saluto ai familiari di Bruno ed a tutti i presenti.

 

Savona, febbraio 1996.

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