La voragine di Tiscali - Relazione di perizia speleologica all'autorità giudiziaria

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P. Antonio Furreddu • Gruppo Spel. Pio Xl - Cagliari.

Relazione pubblicata su Speleologia Sarda (n. 33 - n. 34 •  1980) 

Tornato di recente all'ingresso inferiore della voragine di Tìscali, ora agibile, nella selvaggia valletta di Corojos, ho rivisto con piacere i luoghi di una 
singolare spedizione speleologica di 23 anni or sono; e pubblico la relazione stesa allora per la Procura della Repubblica pensando che sia ancora valida, se si tiene conto dei metodi di rilievo che oggi sarebbero forse più accorti.

Nota della redazione: vedi anche http://gruppogrottenuorese.it/racconti/303-la-favolosa-voragine-del-monte-tiscali

Cuglieri, 14 settembre 1957

Su richiesta del Sostituto Procuratore della Repubblica in Nuoro Dott. Giuseppe Fodde, mi recai nei giorni 5 e 6 settembre di questo anno 1957, con altri cinque elementi del mio Gruppo Speleologico «Pio XI» e del Gruppo Grotte Nuorese, forniti dei nostri materiali per voragini, per il ricupero di resti umani segnalati nella voragine di Tìscali.
Oltre agli speleologi partecipavano alla spedizione il soprannominato Dott. Fodde, il Prof. Camba come medico legale, ed elementi della Questura, della Polizia Giudiziaria, dei Carabinieri, dei Vigili del fuoco, con i rispettivi comandanti il cui elenco completo si trova nelle relazioni delle competenti segreterie.
Per maggiore chiarezza divido la relazione in vari punti, elencando tutti i diversi elementi che siamo soliti rilevare in una grotta o voragine, anche se in apparenza poco attinenti allo scopo, pensando che chi legge può trovar un filo conduttore anche in un particolare a primo aspetto superfluo.

Località.
Valle di Lanaìtto, confine fra Dorgali ed Oliena (Nuoro): la grotta è presso il confine ma in territorio di Dorgali.
Carta Top. 25.000 Ist. Geogr. Mi!. F. 208 IV O Dorgali.
Long. 2° 57' 50"
Lat. 40° 14' 08"
Coordinate U.T.M. 32T NK 415543.
Quota m. 351 s.m. (con altimetro Thommen tarato) .

Speleometria.
Andamento: pozzo che si apre a grande caverna.
Lunghezza: m. 160,00.
Sviluppo: m. 180,00 non calcolando un cunicolo semiostruito.
Profondità: m . 106,00.
Percorribilità: difficile.

Esplorazione.
Visitata la prima volta dal Gruppo Grotte Nuorese nel 1956, ma non terminato il rilievo.
Rilevata ora per la prima volta al completo ma in maniera speditiva con bussola Bézard UBK ed acciaio metrico Richter.
Disegno su scala l : 500.
Attrezzatura occorrente: poco più di 100 m. di scale, 250 m. di corde e l'attrezzatura d'uso per speleologi.

Itinerario.
Si va dal ponte sul Cedrino della traversa di Dorgali, cioè della strada che unisce l'Orientale Sarda con la Trasversale Sarda per abbreviare il percorso Nuoro-Dorgali. Ci si arriva da Nuoro con 26 Km. di buon asfalto. Dal ponte si prende una pista sulla destra idrografica e dopo 500 m. si attraversa il greto ghiaioso del fiume alla confluenza col Flumineddu.
Si prosegue per una pista in genere buona ma in alcuni punti pessima, transitabile con fatica dall'autocarro e discretamente con macchina tipo campagnola, per circa 8 Km. sempre presso il greto del torrente o sulla piana alluvionale scegliendo, fra le carrarecce dei carbonai, prima un bivio a sinistra e poi uno a destra.
Quando finisce la radura alluvionale è finita anche la pista per la macchina, proprio di fronte a Badde Pentumas; e qui si stabilì il campo base (Oggi si può seguire, con macchina normale, un altro percorso più agevole arrivando per strada asfaltata fino al noto ristorante "Su Cologone" e di qui, per strada bianca discreta, sino a Badde Pentumas. Il ponte sul Cedrino e la pista di 20 anni fa non sono più percorribili.).

Di qui si dipartono, verso sinistra, due mulattiere in salita. Ci si arrampica a piedi per la mulattiera di destra, cioè del canale di Corojos risalendone la destra idrografica per circa Km. 2,5 e si arriva ad un allargamento, o piazzuola per biche di carbonai, nei pressi del quale, a destra, nascosta fra le rocce che precipitano bruscamente, ma a soli pochi metri
dal sentiero, è l'apertura della voragine.
Se non si è accompagnati non è facile trovare il buco, anche se dicretamente grande, perché sperduto in mezzo alle rocce e mascherato dagli elci press'a poco tutti uguali; ma si tenga presente che alla parete opposta al di là del canale di Coroios corrisponde una profonda incisione, perpendicolare alla vallata pirncipale, scavata profondametne dall'acqua.

Descrizione.
L'apertura della voragine si apre, in un pendio fortemente incarsito, con un ellissoide irregolare di circa m. 9 x 5, che presenta un abbassamento a Sud, dove crescono due alberi di leccio e ci si può avvicinare per vedere la grandiosità di una specie di atrio, prima che incominci il salto a picco.
Questo atrio consiste in uno sprofondarnento di una ventina di metri, con una inclinazione di circa 60° gradi verso Nord, che continua la bocca della voragine, allargandosi un po' ad imbuto rovesciato, sino ad una seconda bocca più larga che si apre su di un pianerottolo e da cui poi la voragine precipita a picco per 90 metri.
In questa specie di atrio inclinato si può scendere senza scala, benché non troppo agevolmente e con le necessarie assicurazioni, sino al pianerottolo;
ma non essendovi in questo ancoraggi per la scala, questa va fissata, in cima, ad uno degli alberi che si trovano sull'orlo Sud dell'imboccatura.
Dalla bocca inferiore, cioè dal pianerottolo sopradetto, la voragine scende a picco allargandosi a campana, e nell'ultimo tratto si allarga tanto da fare in pianta una specie di ellissoide incompleto con l'asse maggiore di circa 180 m.

Nella discesa la scala tocca la parete per i primi 10 metri, poi precipita libera per una cinquantina di m., per poi toccare ancora la parete in due tratti successivi, vicino al fondo. Per questo la discesa è disagevole, specialmente per chi non è abituato alla ginnastica ddlle scale in parete.
Scendendo si notano subito belle e grandiose formazioni stalattitiche e stalagmitiche, che abbondano specialmente nel ramo Sud ed in quello Nord-Est. In quest'ultimo ramo c'è una bella colonna di oltre 10 m. la quale, apparsa dall'alto agli scopritori della voragine che non erano potuti discendere, supponendo che arrivasse al fondo aveva dato l'impressione di essere alta almeno una sessantina di m. In realtà però chi scende vede che ha la base in uno sperone della parete e non sorge dal fondo.
Una volta sul fondo ci si trova a proprio agio e con grande libertà di movimenti in un salone di una ampiezza insolita come fondo di voragine, che si protende dal centro, dove si arriva con la scala, con due ampi rami: uno verso Sud lungo quasi 80 metri, l'altro verso NE per oltre 100 metri, mantenendo una larghezza di circa venti m. variabile nei diversi punti.
Il suolo è ricoperto nella parte centrale del grande camerone dal solito materiale clastico e da sabbione fluitato in periodo di grandi piogge.
Verso Ovest uno sprofondamento di circa 3 m. dà origine ad un curioso ponte, che ha un'arcata di circa 4 m. con freccia di 2 m.; la carreggiata superiore, larga oltre 2 m., è percorribile. In questo abbassamento, a destra del ponte, proprio nel punto più basso, i apre un cunicolo di cui sarà cenno più sotto (V. Geomorfologia e Idrologia).
In questa parte centrale della voragine, quando il sole è sul meridiano, cioè a mezzo giorno vero, penetra un raggio di luce solare sino in fondo, dando alla voragine un aspetto particolarmente suggestivo. Il buco d'entrata del sole, che è poi l'ingresso sopra descritto, appare in alto piccolissimo e contrasta singolarmente con la vastità del salone. Naturalmente questa luce dura solo pochi minuti, quando cioè l'asse dell'atrio d'ingresso, inclinato di 60° come sopra descritto, coincide con la direzione del sole.
E' un vero peccato che questa voragine sia in una zona impervia e fuori mano, altrimenti potrebbe diventare un ottimo osservatorio solare, con ben altre prestazioni che la torre di Arcetri, col suo pozzo costruito artificialmente e quindi di dimensioni molto ridotte.

Fuori della parte centrale il pavimento della grotta, ed un po' anche il resto, assume un aspetto diverso.
Nel ramo NE i procede leggermente in salita, si superano due gradini di roccia di un paio di metri ciascuno, che danno accesso a due zone morfologicamente distinte. Una caratterizzata da un caos di blocchi di grandi dimensioni, i quali testimoniano gli ultimi crolli che hanno elevato ad oltre 60 m. la volta soprastante. Qui c'è un allargamento verso Est, quasi inizio di un terzo braccio.

Superato l'altro gradino appare allo sguardo una potente formazione colonnare, alta una quindicina di m. con diametro di almeno 5 m. formata da diverse colate calcitiche quasi a pagoda multipla. Ci si avvicina superando un forte accumulo di guano, nella cui parte asciutta si sprofonda per 20 cm. almeno, mentre il resto è ancora umido ed in fermentazione per un's tensione di parecchi metri quadrati ed uno spessore di qualche metro.
In questa zono sono stati rinvenuti resti di anfore olearie romane e qualche orcio nuragico che pongono la questione dell'abitazione della grotta e quindi di un accesso più facile dell'attuale apertura superiore. Questione cui sarà chiara la risposta nel seguito.
Nel ramo Sud non c'è caos di blocchi, ma si cammina su una potente concrezione calcitica, quasi un pavimento di marmo ondulato, che continua per decine di metri, formando di tanto in tanto qualche vaschetta caratteristica dei veli d'acqua in lento scorrimento.
Il corridoio prosegue fra grandiose colate stalagmitiche rossastre, restringendosi gradualmente sino a soli 5-6 m. mentre la volta si abbassa ad altrettanto.
Verso sinistra si notano belle cortine, che formano i punti più notevoli della grotta, dal punto di vista ornamentale.

Geomorfologia e idrologia.
La voragine si apre e si sviluppa per intero nei calcari dolomitici del Giurese Medio, con strati inclinati di circa 30" verso Est.

Si tratta quindi di una cavità di dimensioni notevoli, e direi eccezionali, avendo la dolomia solubilità di appena un terzo nei confronti del calcare.
Alla formazione hanno contribuito due diaclasi verticali; una principale orientata NE-SW, ed una più piccola con direzione N-S che si raccordano in un allargamento centrale, su cui si apre il foro d'entrata dall'esterno. Si tratta quindi di un ottimo esempio di pozzo carsico inverso isoclasico.
L'angolo di apertura sul N, che è di 105°, ha notevole importanza per l'orientazione della cavità, perché coincide con l'angolo di clivaggio del romboedro fondamentale della roccia. Per questo è pozzo isoclasico, perché originato da un sistema di fratture geograficamente orientate.
La genesi del pozzo è certamente inversa, cioè dal basso verso l'alto, e sono riconoscibili diverse fasi nei diversi punti. Il sistema di diaclasi NE-SW è stato il primo a manifestarsi in profondità, determinando un drenaggio più rapido ed una più energica azione erosiva verso l'alto e verso il basso, finché è avvenuto il crollo della volta e l'apertura in superficie.

Tale primo crollo di data antichissima, certamente prequaternario, in quanto non rimane traccia dei grossi blocchi che lo costituivano; essi sono stati in parte sbrecciati e portati via, in parte inglobati sul fondo dai depositi di calcio provenienti dalle acque, e si trovano alla profondità di diversi metri.
Più recente è il crollo della parte NE più periferica, di cui sussiste ancora il caos di blocchi; crollo che va sempre più estendendosi in altezza, sin che arriverà ad aprirsi il varco in superficie una cinquantina di m. più in alto dell'attuale ingresso.

Il ramo più recente è il ramo Sud, meno sviluppato in altezza, anche per il minore spessore della roccia sovrastante. La sua altezza va riducendosi dai 30 m. iniziali a soli 5 m. alla fine del cunicolo.
Morfologicamente possiamo distinguere due zone: la zona periferica costituita dalle due gallerie a Sud e Nord-Est, che è matura ma non senile, come è indicato dalla morfologia prevalentemente graviclastica delle pareti, e la zona centrale senile, caratterizzata da morfologia chemioclastica ed in cui, scomparso ormai il processo distruttivo, prevale
l'azione costruttrice di riempimento.

Idricamente la voragine è fossile, anche se non manca lo stillicidio nelle zone periferiche. Però in caso di forti piogge non è solo sede di scorrimento delle acque delle leptoclasi circostanti, ma drenaggio di una zona più vasta a scorrimento torrentizio, come lo testimoniano i depositi di parecchi centimetri dovuti alle recenti alluvioni del 1951 e 1953.
Lo scolo delle aoque è testimoniato da sedimenti d'argilla in molti punti periferici bassi della cavità, ma avviene in prevalenza attraverso
un cunicolo stretto che, partendo dalla parte più bassa del pavimento, va a sboccare all'esterno nella vallata di Corojos, a quota 200 , dopo un presumibile percorso di poco più di 100 m .
Tale cunicolo era certamente praticabile dall'uomo alcuni secoli addietro, e ciò spiegherebbe la presenza dei resti dei cocci romani e nuragici da noi trovati.
Attualmente però il cunicolo è impraticabile all'uomo, e lascia solo sentire una forte corrente d 'aria fredda dall'esterno all'interno.

Si è tentato a diverse riprese di forzare il passaggio, iniziando dai due sensi, ma senza risultati per ora decisivi.
Smuovendo con fatica il materiale alluvionale accumulato si è penetrati dall'imboccatura esterna per una cinquantina di m. sino ad un punto dove un grosso sasso, incastrato a mo' di pilastro, non ha permesso di proseguire.
Dall'interno si è avanzati l'ultima volta, disostruendo con molto lavoro il passaggio per un uomo che serpeggiava a stento, per una quindicina di m. e pare si sia giunti al punto del sasso incastrato, riconosciuto dalla parte opposta. La comunicazione sarebbe quindi virtualmente raggiunta, sempre con un passaggio strettissimo a laminatoio dove solo uno
speleologo allenato se la sente di passare, ma non essendosi proseguito per mancanza di tempo non è del tutto sicuro che il punto indicato sia effettivamente quello già raggiunto dall'esterno, oppure uno simile.
Ad ogni modo è escluso che uomini siano potuti passare per questa via nella voragine, se non molti secoli addietro quando le condizioni del cunicolo erano molto diverse dalle attuali (Ora il cunicolo è praticabile, dopo le disostruzioni operate dal Gruppo Grotte)

Meteorologia.
Temperatura esterna (10 antimeridiane) 22°
» interna » 16°
» » (13 pomerid.) 16,5°
» corridoio o cunicolo stretto 14°
» del suolo 14°
Umidità sul fondo 83%
N.B. L'umidità, misurata col termometro bagnato, ha dato valori leggermente diversi nelle diverse ore della giornata in quanto il sole che penetra sino in fondo, sia pure per pochi minuti, fa discendere l'umidità relativa nella zona circostante al punto colpito, sino al 74%; subito però c'è una ripresa verso i valori primitivi .
L'umidità solita ad aversi in pozzi di tale profondità è sul 90% ed anche 96%. Qui i valori sono molto più modesti perché l'aria viene ricambiata, benché a ritmo abbastanza lento, dalla corrente d'aria che circola con moto convettivo, entrando dal descritto cunicolo inferiore ed uscendo dall'apertura in alto.
Però l'escursione diurna ed anche quella stagionale, sia della temperatura che dell'umidità, per la conformazione ed ubicazione della cavità, è molto ridotta.

Biospeleologia.
a) Flora. Al contrario della grande maggioranza delle grotte qui abbiamo un microclima favorevole anche allo sviluppo di alcune specie di flora cavernicola.
Questo microclima è costituito:
l) dall'agitazione dell'aria, limitatissima ma esistente, per la piccola corrente convettiva fra cunicolo di fondo e apertura superiore;
2) dall'umidità moderata dell'aria e dall'esistenza d'acqua di percolazione polverizzata nei punti di stillicidio;
3) dalla roccia cariata in diversi punti per le esalazioni ammoniacali del guano;
4) dalla luce diretta del sole limitata a qualche metro quadrato per qualche mezz'ora al giorno e luce diffusa nel resto della zona centrale per le ore diurne;
5) dalla temperatura favorevole con escursione limitata, e temperatura non troppo bassa del suolo.
La nostra visita, pur protratta per alcune ore, è stata troppo rapida per permetterei di dare un quadro soddisfacente del biotipo in una cavità come questa, che ofìfre varietà d'ambienti e di condizioni trofiche; ma i grandi depositi di guano, umido ed asciutto, e la ricerca minuziosa dei frammenti degli scheletri, parte dei quali mezzo interrata nei detriti alluvionali, ci ha permesso di vedere e ricono cere in prima approssimazione molte specie a noi familiari nel campo della biospeleologia.
Ecco il quadro del materiale grosso modo osservato:
Basidiomiceti: fomes annosus, galerina sp. e filamenti neri di Armillariella su pezzi di legno in putrefazione.
Pteridofite: Asplenium vari.
Briofite: Mnium vari.
Licheni: Lepraria ferruginosa ed altri licheni crostosi.
Alghe: Scytonema Hofmanni e qualche altro non determinato.
Funghi: proprio vicino agli scheletri, presso la parete di discesa dove giunge meno luce, su rametti e ghiandette in disfacimento, ho visto dei fungilli bianchi, piccoli, privi di spore; difficile darne una determinazione, ma per qualche carattere notevole forse è il Tricholoma onista che si trova in molte grotte umide.
Muffe: trovate nel guano e raccolte dal Prof. Camba per farle studiare a Cagliari.

b) Fauna. La grotta presenta caratteristiche di umidità e temperatura favorevoli alla speleofauna, e le condizioni trofiche sono discrete, a parte i cadaveri umani e le carogne occasionali di animali, per la presenza di frammenti vegetali, fra cui ghiande e rametti degli elci sovrastanti all'apertura della grotta e perfino qualche tronco.
Anche il guano è, come si è detto, molto abbondante. Nell'imbocco e per i primi 20 metri solo qualche lucertola.
Nell'interno, mentre scrutavamo le pareti alla ricerca di Hydromantes che ci sarebbero serviti per un nostro studio in corso, notammo parecchi cavernicoli, tutti però ovviamente troglosseni e qualcuno anche troglofilo.
Anche nella zona centrale dove arriva luce, mentre smuovevamo il terreno e le pietre alla ricerca dei frammenti degli scheletri umani mezzo sotterrati, vedemmo un brulicare di insetti comuni nelle grotte:
Crostacei: Androniscus dentiger e molti Porcellionidi.
Aracnidi: Nesticus eremita abbondantissimo e Tegenaria.
Miriapodi: Nomatofori vari.
Collemboli: Tomocerus minor.
Coleotteri: abbondantissimi vaganti nel guano, fra cui Leptinus.
Ditteri: in quantità ma indeterminati, specialmente Foridi.
Molluschi: nicchie di Pagodulina e frequenti Oxychilus.
La grotta merita davvero, per il suo interesse scientifico, un accurato studio biologico che richiederà parecchie visite.

Paletnologia.
Per ora i ritrovamenti fatti in superficie nel cunicolo NE, cocci romani e nuragici, autorizzano solo a ritenere un tempo abitata la grotta, almeno come rifugio nei periodi di emergenza anche dopo la conquista romana.

Questo anche riferendoci al fatto che nell'altura prospiciente l'imbocco della grotta, in una zona oggi impervia ai piedi dell'aspra cima
Cusidore, esistono rovine di un intero villaggio, chiamato Sòvana, rifugio dei perseguitati dai Romani o dai pirati.
Per risolvere ulteriormente questa questione occorrerebbe fare qualche scavo nella zona argillosa della grotta, anzi in varie zone che appaiono promettenti.

Conclusione.
Per quanto riguarda il sito e la giacitura degli scheletri, e la traiettoria che hanno seguito le vittime nella discesa, tutto porta a credere che i quattro uomini siano stati gettati vivi, legati e bendati, nella voragine. Anzi riterrei che almeno due di essi, e precisamente i nn. 3 e 4, non siano deceduti sul colpo, e si siano mossi di alcuni metri dal luogo di caduta.
Mi rimetto però al giudizio del medico legale, che, avendo anch'egli visto di persona, può avere elementi più convincenti per altro parere.
All'illustrissimo Prof. Camba lascio pure ogni determinazione riguardante la velocità e modalità di decomposizione dei cadaveri, nel quale studio potrebbero forse servire i dati meteorologici e biospeleologici sopra indicati.

Prof. Antonio Furreddu S.J.