Sognando ad occhi aperti ...

Sognando ad occhi aperti ho percorso le Grotte del Bue Marino nei tortuosi tronchi principali e nei più riposti meandri delle sue numerose diramazioni. E ne sono rimasto, in ogni angolo,incantato e rapito.
Ho navigato con leggera imbarcazione il LAGO SALATO che,con i suoi 40 metri di sviluppo, può ben considerarsi il lago salato sotterraneo più lungo del mondo. Nella spiaggetta delle foche, ancora vergine al turista,attratto da un insolito brontolio, ho scoperto un “cucciolo” di appena 10-15 giorni.

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Neospeleologia in Sardegna

PRIMA ESPLORAZIONE NELLA GROTTA “SA OCHE” - OLIENA

La prima attività speleologica di esplorazione sistematica delle grotte in Sardegna, per quanto mi risulti,  risale  al  1939.  ed  ebbe  come  obiettivo principale la grotta di "Sa Oche", nella valle di Lanaittu (Oliena), anche se l’idea prima sulla necessità di costruire in Sardegna una organizzazione speleologica nacque più tardi, negli U.S.A.

Sono stato protagonista di entrambi gli eventi e, sebbene contrario alle trattazioni di carattere personale, occorre che io ne parli, almeno per dovere di cronaca.

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Recupero della lontra dalla grotta di Ispinigoli

 Dai quaderni del Gruppo Grotte Nuorese "Gruttas e Nurras"

Maggio 1999 – Jaccheddu Murgia
 

Recupero della lontra dalla grotta di Ispinigoli

Negli anni tra il 1967 e il 1968 il socio Giovanni Nonnis nell'esplorare la grotta di Ispinigoli ebbe modo di scoprire il fossile di una lontra inglobato in un masso calcareo.

Resosi conto dell'importanza di tale ritrovamento si mise in contatto con un paleontologo svizzero, professore universitario, e lo portò all'interno della grotta, anche se con alcune difficoltà vista la non più giovane età dello studioso.

Il professore, in seguito ad una prima osservazione del reperto, affermò che si trattava senza alcun dubbio di una lontra rimasta imprigionata all'interno della grotta durante l' ultima glaciazione. 

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La voragine di Ispinigoli

Cronaca d’arcani riti d’eta' punica 
Introduzione

Il racconto che segue trae spunto dalle scoperte archeologiche effettuate dal Gruppo Grotte Nuorese nella voragine di Ispinigoli, una cavità carsica che si apre alle pendici di Monte S'Ospile, in prossimità della costa orientale della Sardegna. 

L’autore ha imbastito la trama del racconto, con l'intento di offrire al lettore un quadro utile ad ambientare le vicende legate ai sacrifici umani effettuati nella voragine di Ispinigoli durante il periodo di dominazione punica nella Sardegna Orientale. Nella narrazione sono evidenziati con particolare attenzione i sentimenti del vecchio re preposto ad officiare il rito sacrificale: questo personaggio, con l'animo proteso alla conoscenza, per lui incompiuta, dell'ignoto, è rappresentato come l'antesignano dell'esploratore speleologo moderno, il cui agire è indirizzato alla ricerca degli aspetti naturali presenti negli ambienti carsici ipogei. Il racconto che segue, nel quale i riscontri oggettivi di carattere archeologico sono inseriti in un’ambientazione certamente di fantasia, non deve quindi intendersi come un'interpretazione storica di quelle vicende di 2500 anni fa ma vuol solamente proporre una chiave di lettura, proposta da speleologi, dell'affascinante e misterioso contesto nel quale furono effettuati quei riti tanto tragici ed arcani. 

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Domina Lunae - La grotta – sepoltura “SISAIA”

di Francesco Murgia - illustrazioni di Elio Moncelsi

La Storia

Una domenica di primavera del 1961 alcuni speleologi del Gruppo Grotte Nuorese erano impegnati in una battuta di ricerca esterna nella valle di Lanaittu, in località "Borrosca", a ridosso del versante occidentale di Monte Gutturgios. La giornata, fresca e luminosa, si presentava nelle condizioni ideali per dar efficacia all'esplorazione del sistema carsico epigeo di quella porzione di Supramonte. Nel percorrere il sentiero che adduce al canyon di Doloverre, non passò inosservata l'ombra scura di ciò che pareva un piccolo anfratto, parzialmente occultato dalla verde macchia mediterranea, che si apriva tra le fessurazioni della parete calcarea. Lasciati gli zaini alla base della parete, gli speleologi risalirono il breve e ripido pendio che li separava dall'ingresso della cavità, portandosi appresso solo i caschi con l'illuminazione ad acetilene ed una corda; qualora lo sviluppo della grotta avesse richiesto l'utilizzo d’altri materiali si sarebbero potuti recuperare facilmente gli zaini contenenti le attrezzature necessarie. Addentratisi nella grotta, la primissima impressione degli esploratori fu quella di trovarsi di fronte ad una grande cavità carsica di notevole interesse che, nelle aspettative, già s’immaginava connessa al sistema idrocarsico della sorgente di San Pantaleo. Ma questa speranza si rivelò ben presto illusoria.