Le Coordinate Geografiche

 

Tanda1

N 40°15’21’’                                E 9°29’6’’

La più grande aspirazione di ogni speleologo è scoprire una grotta magnifica. La sua grotta. E qual è la prima cosa che fa non appena si rende conto di averla trovata? Marca il territorio. E qual è lo strumento col quale compie il suo personale territorial pissing? Al contrario delle bestie deve tenerlo in mano per poterlo fare e lo deve giustamente disporre nello spazio per indirizzarne correttamente l’emissione. È il suo Garmin: un grazioso coacervo di plastica e circuiti elettronici che in un baleno si connette con un congruo numero di satelliti geostazionari e, compiendo alla velocità della luce tutt’un novero di triangolazioni e i relativi calcoli trigonometrici, in un parossistico acme matematico, restituisce al gaudente operatore due numeretti. Quanto basta per ritrovare quel pertugio e mostrare ai suoi sodali, come fa il gatto col topino ancora vivo in bocca, i fasti della sua bravura e fortuna di speleologo. Si. Perché in quella grotta tornerà tante di quelle volte da non poterle più contare e di quella grotta racconterà la storia fatta di aneddoti e immagini, di fatica e appagamento, di misure e disegni, di gioia e a volte dolore. E, spesso senza saperlo, rivelerà ancora la straordinaria epopea di due numeretti.

 

Questa è la storia di un marinaio, di un carpentiere e di un brindisi. Non solo. È anche la storia di un gruppo di speleologi e della spinta propulsiva che anima la sete di conoscenza di ogni esploratore.

Il marinaio

La HMS Association era un superbo e spaventoso vascello da guerra dotato di 90 cannoni, tre file da quindici per murata: un vero gioiello della tecnica e al contempo un’arma micidiale. Al suo comando un uomo che appena da un anno era stato nominato Master Chief in Commander, comandante in capo della flotta inglese. Sir Cloudseley Shovell non doveva essere proprio tranquillo quel ventidue ottobre [1] dell’anno 1707 mentre era alla guida della flotta imperiale che da Gibilterra faceva rientro a Portsmouth. L’intima soddisfazione di aver provocato l’autoaffondamento della flotta francese nel porto di Tolone a seguito del feroce bombardamento col quale aveva collaudato la potenza di fuoco del suo gioiello di legno e ferro, tela e canapa era ottenebrata da quell’episodio.

<< Come ha osato quel lurido marinaio delle Scilly a contraddirmi? Io sono il comandante! Si è meritato d’essere impiccato nel pennone dell’albero maestro!>>

Non la pietà per quel corpo ancora orrendamente penzolante e pervicacemente oltraggiato dai forti venti e dalla pioggia incessante, non il rimorso per una decisione a un dipresso affrettata e mossa più dall’orgoglio che dalla giustizia. Nient’altro se non il dubbio. Il dubbio che quel marinaio potesse aver ragione. Questo il caparbio anobio che forse scavava nello sfasciume dei suoi urgenti pensieri quando immantinente… lo schianto!

 

[1] Due novembre nella datazione moderna.

 

Per chi si muove da ovest verso est il Canale della Manica appare appunto come un manicotto, di quelli con gli sbuffi delle bluse del tempo, largo nell’attaccatura del braccio di mare e stretto al polso. Quasi centonovanta chilometri dal faro di Bishop rock nelle isole Scilly, propaggine acquatica della Cornovaglia, al faro dell’isola di Ouessant, lembo estremo della Bretagna che, in cinquecento e più chilometri di sviluppo, si restringe alla misura di circa trenta nello stretto di Dover.

Era in prossimità dell’isola di Ouessant che l’Ammiraglio era convinto di navigare quella sera del 22 ottobre 1707 e quando le verifiche[2] compiute dai suoi ufficiali, preoccupati che i forti venti avessero alterato la rotta, sembravano averlo rincuorato, saltò fuori un marinaio nativo delle isole Scilly che, chissà come, scrutando il mare si era convinto di aver riconosciuto in quelle lande liquide e procellose la sua terra o, per meglio dire, la sua acqua!

<<No! Non può essere! Sicuro! È questo un gravissimo atto di insubordinazione e per aver incitato alla rivolta l’equipaggio, sia impiccato!>>

È così che Sir Cloudseley Shovell condannò il povero mozzo e altri duemila marinai a morte certa meritandosi la maledizione secondo la quale nella sua tomba provvisoria[3] delle isole Scilly, non sarebbe mai cresciuta l’erba. È infatti in uno scoglio di quelle isole della Cornovaglia, the Gilstone rock, che alla massima velocità che il suo veliero poteva raggiungere, verso le ore venti di quella giovane notte, si schiantò. E con lui altre tre grandi navi della flotta: l’HMS Eagle, l’HMS Romney e l’HMS Firebrand. Quattro colossi di robustissime verghe di quercia ricurve lanciati a velocità folle contro la dura tenacia del granito. Nessuna possibilità di salvezza: l’urto fu così forte e i danni alle carene talmente gravi da non dare scampo. Le navi affondarono in un lasso temporale brevissimo: tre minuti, quattro al massimo e quasi duemila marinai, la maggior parte dei quali non sapeva nuotare, annegò miseramente in quelle acque fredde e nerissime. La eco dell’immane tragedia, la più grave che mai si potesse annoverare nella storia della marineria inglese, si diffuse con inusitata rapidità, anche considerando i mezzi di comunicazione del tempo. La commozione e il dolore furono talmente grandi da gettare nello sconforto l’intero Paese che però, invitto e deciso a qualunque costo mantenere il predominio sui mari, avviò un proficuo processo di ammodernamento delle procedure di navigazione dell’intera sua flotta.

 

[2] Al tempo e in condizioni di negata visibilità degli astri e dei pianeti, i navigatori erano soliti calcolare la posizione della nave con il cosiddetto metodo dead reckoning ossia della stima della posizione dell’imbarcazione a partire dalla valutazione della sua velocità. Tale misura era notevolmente influenzata dagli strumenti di misura e dalle condizioni meteorologiche perciò inevitabilmente portava a compiere errori anche severi.

[3] Due anni dopo il naufragio le sue spoglie mortali furono traslate dalle isole Scilly all’Abazia di Westminster, a Londra. La stessa ove fu sepolto Isacco Newton.

 

Infatti nel corso degli anni successivi divenne chiaro che il naufragio era stato causato da un errore nel calcolo della longitudine e che la marineria della più potente nazione del mondo non era dotata di un metodo preciso per calcolarla. Non era cosa da poco proprio in un momento storico che segnava un notevole impulso alla navigazione e l’alba di intrapresa di formidabili viaggi transoceancici. Fu così che nel 1714, a seguito della petizione dei mercanti di Londra rivolta a trovare una soluzione for the safety of the Navy and the Merchant-ship and for improvement of trade, il Governo inglese promulgò il Longitude act. Si trattava della promessa di assegnare un premio in denaro pari a 20000 sterline[4] a chi avesse trovato un metodo per calcolare la longitudine con un precisione di mezzo grado, 15000 per due terzi di grado di precisione e 10000 per un grado[5].

I migliori cerebri del tempo si prodigarono nell’impresa che si rilevò essere la più complessa e incerta che mente umana avesse fino a quel momento affrontato. Ad ogni modo si delinearono di lì a poco due scuole di pensiero: una che chiameremo Via del Cielo e un’altra: Via del Tempo.

 

[4] Tale somma di denaro è pari a circa 4 milioni di euro attuali.

[5] Perché proprio quella precisione? È presto detto. La misura del raggio medio della Terra vale circa 6370 km mentre un grado sessagessimale espresso in radianti vale: 1° · 2p rad/360° ~ 0.0175 rad. Perciò l’eventuale sbaglio nel calcolo della longitudine pari a un grado sessagesimale equivale ad un errore di rotta pari a circa 6370 km · 0.0175 rad ~ 111 km. Tale valore è prossimo alla metà della distanza dei baluardi delle porte d’ingresso della Manica procedendo da ovest verso est: le isole Scilly e l’isola di Ouessant. Una imprecisione di mezzo grado naturalmente si traduce in un errore di rotta pari a circa 55 km.

Oggi un missile intercontinentale può colpire l’obiettivo con una precisione pari a qualche metro, tuttavia il sistema di calcolo può guidare i soccorsi in mare e in terra con la stessa accuratezza.

 

 

Via del Cielo

Dalla notte dei tempi i naviganti avean scelto, qual riferimento immutabile per i loro spostamenti, la collocazione degli astri e quello ballerino di alcuni satelliti. E nonostante nel corso dei secoli si fosse perfezionata la procedura di calcolo della posizione in mare ad esempio con l’introduzione delle Effemeridi nautiche, essa poteva risultare comunque complicata e imprecisa. Basti pensare che lo stesso Isacco Newton, pur avendo perorato la via degli astri, ritenendo impossibile si potesse costruire un cronometro affidabile e preciso, a detta del suo amico John Machin, provava subito un forte mal di capo ogni volta si trovava costretto a ragionare sui movimenti della Luna tanta era la loro complessità e velocità[6]. Il rischio era oramai legato ai grandi numeri: notevoli serie di bastimenti che solcavano le onde e tempi lunghissimi di permanenza in mare. Un errore anche di pochi gradi poteva significare la differenza tra la vita e la morte per inusitato schianto contro gli scogli o per consunzione da scorbuto.

Occorreva allora un metodo di calcolo preciso e veloce che fosse al passo con i nuovi tempi incedenti che presagivano un vorticoso sviluppo della marineria e dei suoi viaggi d’oltre oceano.

 

[6] Il satellite si sposta di un diametro ogni circa quattro minuti.

 

 

Via del Tempo

Il motivo principale per cui il sistema sessagesimale (sessagesimus = sessantesimo) ha avuto così grande fortuna nella misura degli angoli e del tempo rispetto, ad esempio, al sistema centesimale, risiede nel numero di divisori di sessanta e in quello di cento. Dodici divisori contro nove nonostante il primo numero sia minore del secondo. La conseguenza immediata consiste nel fatto che, impiegando il sistema sessagesimale, è più facile incorrere in porzioni intere di angoli o di tempo senza bisogno di ricorrere a perniciose approssimazioni. In un tempo in cui i calcoli potevano risultare troppo lunghi e laboriosi, questa peculiarità del sistema ne ha decretato la fortuna che ancor oggi testimonia il suo fiero perdurare. Misura degli angoli e del tempo. Un coniugio davvero indelebile!

Vuoi tu piano essere diviso in sei parti uguali e ognuna delle sei in sessanta minuti primi e ognuno dei sessanta minuti primi in altri sessanta minuti secondi? Si… lo voglio! Vuoi tu tempo essere diviso in giorni e ogni giorno in ventiquattro ore e ogni ora in sessanta minuti primi e ogni minuto primo in sessanta minuti secondi? Si… lo voglio! Vi dichiaro marito e moglie!

Stando così le cose il sole impiega 24 ore a compiere un intero giro apparente del globo. In tal guisa e in quel tempo, spazza 360 gradi sessagesimali e quindi 360°/24 h = 15°/h ossia 15 gradi sessagesimali in un ora. Ecco che il legame indissolubile produce il suo salvifico frutto: se si è in grado di misurare l’intervallo tra il tempo determinato in loco e quello nell’origine del sistema il gioco è fatto. Se ad esempio sulla nave sono le ore nove e nel luogo di riferimento[7] sono le ore dieci significa che l’imbarcazione è avanzata verso occidente di 15°. Se a bordo invece saranno le ore dodici, la nave sarà avanzata verso oriente di 30°.

Tutto ciò che serve quindi per compiere una misura affidabile della longitudine è una buona lettura locale del tempo[8] e un valente cronometro sincronizzato col tempo di riferimento. Facile, nevvero? Oggi grazie al sistema di triangolazioni satellitari è un gioco da ragazzi, ma duecento anni fa era una montagna di difficoltà invalicabile. Sino a quando comparve nel proscenio della storia un umile carpentiere.

 

[7] Poteva essere ad esempio il porto di partenza del bastimento o un luogo convenzionalmente valido per tutti i naviganti come risulta essere attualmente: il meridiano di Greenwich.

[8] Basta individuare la posizione del sole sull’orizzonte.

 

 

Il carpentiere

Il suo nome era John Harrison. Nel 1714, anno di promulgazione del Longitude act, aveva ventun anni e lavorava nello Yorkshire ove era nato, come carpentiere. Il mestiere che il padre, falegname, gli aveva insegnato. Aveva, questo giovane caparbio e minuzioso, una vera passione per la meccanica di precisione e ben presto, divorato tutto lo scibile letterario del tempo e smontati e rimontati tutti i meccanismi gli fossero capitati per mano, decise che era giunto il momento di costruire un cronometro nautico. Un orologio che fosse in grado di superare tutte le difficoltà insite nella navigazione che già più illustri tentativi avevano condotto alla robusta realtà del fallimento: rollio e beccheggio del bastimento capaci di alterare la cadenza delle oscillazioni, umidità e salsedine responsabili di deterioramento dei delicati pezzi di metallo. Un combinato insomma di impedimenti che congiuravano per privare qualsiasi meccanismo fosse stato realizzato della bramata capacità di misurare il tempo con precisione certa ed efficace. Certo, sino a quando John Harrison presentò il suo H1.

Correva l’anno 1735 ed erano passati più di vent’anni da quando aveva realizzato, da vero carpentiere, il suo primo orologio di legno. L’Harrison n. 1 non era proprio quel cronometro che porteresti al polso o nella comoda taschina della giacca elegante. Era infatti alto quasi settanta centimetri e pesava circa trentacinque chilogrammi. Aveva una carica a molla che durava un mese al termine del quale accumulava un errore massimo nella lettura del tempo pari a circa 4 secondi. Era dotato di un sofisticato sistema di ammortizzamento che lo rendeva scevro da qualsiasi alterazione dovuta a urti o vibrazioni esterne. Si perché era stato pensato per essere imbarcato e risolvere un volta per tutte l’annosa questione della misura della longitudine. La stretta rispondenza delle direttive poste dal Longitude act rese necessaria una verifica sul campo liquido: il mare, perciò, trasportato a Lisbona, fu installato in un vascello e sottoposto a prove severe. L’esito delle stesse fu ottimo al punto che il suo creatore poté reclamare la ricompensa pattuita. Ma il Governo britannico accampò un sacco e mezzo di scuse: è troppo grande, non si può trasportare, non è riproducibile in serie… la peste, le inondazioni, le cavallette e gli disse: << Se vorrà le sia corrisposto il premio, dovrà migliorarlo, semplificarlo e rendere minuto!>> Rendere minuto.

Il povero John dovette lavorare per altri venticinque anni passando attraverso l’H2 e l’H3, per vedersi corrisposta soltanto la metà della cifra stabilita: 10000 sterline. La ottenne con un cronometro che pesava poco meno di 1.5 kg e aveva il quadrante di misura del diametro pari a circa 13 cm. Era l’H4. L’ultima creazione del carpentiere che in un viaggio di due mesi in mare sbagliò la misura del tempo universale di soli cinque secondi! Ora lo Stato non aveva più scuse per non pagare la somma restante. Invece…: <<Le verseremo il resto della ricompensa se costruirà per noi altri due esemplari uguali!>> Ma porca di quella….! Il disgraziato carpentiere suo malgrado si mise all’opera per accontentare ancora una volta la pretesa e per accorciare i tempi si fece aiutare da altro fidato costruttore di orologi, tale Larcum Kendall: << Uno lo faccio io e l’altro tu. D’accordo?>>. Di lì a pochi anni i due cronometri furono pronti e l’oramai ultrasettantenne carpentiere poté consegnare al Governo inglese l’H5 e il K1, due cronometri perfettamente identici all’H4 e reclamare infine i suoi denari. Lieto fine? Ma neanche per scherzo: <<Caro il nostro John… Ci dispiace massimamente, ma lungi è stata la vostra intesa di serbare i patti: uno dei due cronometri non è stato da voi composto, perciò non siamo obbligati a pagarvi!>>.

Amareggiato e stanco, ma non rassegnato, nel corso dell’anno 1792, quando oramai aveva settantanove anni, John Harrison si rivolse al Re Giorgio III che, riconosciute le sue ragioni, riuscì a fargli accordare una somma pari 8750 sterline in guisa di risarcimento. Quando morì - era il 24 marzo 1796 - quasi ottantenne aveva risolto il problema della longitudine, dotato la marineria inglese di un formidabile strumento di misura, ma non aveva avuto la soddisfazione di ricevere il plauso ufficiale e definitivo della commissione per il Longitude act.

Siamo come nani sulle spalle di giganti, così che possiamo vedere più cose di loro e più lontane, non certo per l’altezza del nostro corpo, ma perché siamo sollevati e portati in alto dalla statura dei giganti.

Bernardo di Chatres

Se ho potuto vedere più lontano degli altri, è perché ho potuto salire sulle spalle dei giganti.

Isaac Newton

Se oggi ogni speleologo è in grado di individuare con grande precisione la posizione della sua grotta attribuendole due numeretti, latitudine e longitudine, è perché sta sulle spalle di giganti: Descartes, Keplero, Galileo, Newton, Eintein, Fermi… e un umile carpentiere: John Harrison.

 

Il brindisi

Chissà se tra i mille pensieri che balenavano negli affastelli elettrici del suo cervello, Neil Armstrong ne abbia rivolto uno al carpentiere dello Yorkshire quando, per celebrare la sua impresa lunare disse: <<Questo è un piccolo passo per l’uomo, un gigantesco balzo per l’umanità.>> Balzo da giganti…appunto.

Vero. Perché ciò che attribuisce contezza a un così romantico auspicio è l’episodio che, trenta e più anni da quel 20 luglio del 1969 e quasi duecento dalla nascita dell’H1, accadde al n. 10 di Downing Street: l’astronauta di Wapakoneta, durante una cena in suo onore, propose al Primo ministro inglese di compiere un brindisi per celebrare un umile carpentiere: <<Senza l’opera di John Harrison e la soluzione del problema della longitudine, il viaggio sulla Luna non sarebbe stato possibile!>> disse[9].

Ogni speleologo entusiasta dovrebbe ospitare nel proprio cuore una consapevolezza: è sulle spalle di giganti ogni qualvolta si appresta a esplorare il mondo sotterraneo e, per rispetto della sua essenza di uomo e del progresso che lo anima, dovrebbe attribuire alla sua indagine ipogeica i crismi della Scienza. Scienza significa misura. Misura significa precisione.

Precisione non fine a se stessa, ma proficua retroazione dinamica che è l’essenza dell’investigazione scientifica e infine l’intimo e primordiale impulso dell’agire umano, dello stare… sulle spalle dei giganti per guardare più lontano.

Per questo e per altro che un Gruppo di speleologi ha deciso di rilevare la Grotta con la massima precisione che l’attuale progresso della tecnologia ha reso possibile. E allora….

Udite! Udite! Signori e signore ecco due numeretti specialissimi: le coordinate geografiche della Grotta di Su Bentu!

 

[9]  Bibliografia: molte delle notizie riportate sono tratte dal libro Longitude di Dava Sobel.

 

 

N 40°15’21’’                                     E 9°29’6’’

Dalla candela al l.e.d., dai passi al l.a.s.e.r. (…un po’ di poesia da contubernio!)

La valle de Lanaitho è un magnifico castone di calcare che da migliaia e più anni serba nel suo seno le più belle gioie naturalistiche e antropiche che il territorio di Oliena e Dorgali possa annoverare. Tra tutte le gemme la più bella è, senza tema di smentita, la grotta di Su Bentu.

Possente e misteriosa è il risultato della paziente e pervicace opera di un impareggiabile scultore liquido: l’acqua, che, dal momento in cui la prima goccia di pioggia cadde nel suo bacino, non ha ancora cessato di modellare la roccia. Di quella roccia muta e grigia ha fatto basiliche per celebrare la sua forza e di drappi maestosi e imponenti ne ha ornato le sue volute per testimoniare la sua mirabile e paziente azione di cesello nel lento fluire del tempo.

Tempo, acqua e roccia nell’incedere millenario del frastuono delle piene e del ritmico battito delle stille volanti, han creato un mondo intatto ove le falangi del buio han fatto inespugnabile dominio. A partire dal momento in cui nessun essere umano ha più potuto dire: <<Mai altri prima d’ora avean varcato le soglie di questo grandioso mondo!>>, le flebili pennellate di luce delle torce degli esploratori han cominciato ad accarezzare i viluppi di pietra. Luce chimica dapprima e luce elettronica poi in un susseguirsi entusiasta e frenetico di scoperta, studio e fratellanza di un gruppo di indefessi e immarcescibili esploratori dell’universo ipogeo che dura oramai da settant’anni e più.

Gli stessi vessilliferi della luce che in principio con le lievi, ma fiere fiammelle delle torce ad acetilene e ora con i tesi e implacabili raggi laser, passando attraverso la magia dei diodi luminosi, han violato quelle tenebre per portare nel soprasuolo la testimonianza dell’indicibile bellezza del sottosuolo.

I portentosi viaggiatori del buio del Gruppo Grotte Nuorese.

Per celebrare una così formidabile esempio di coniugio tra umanità e natura e raccontare al mondo la sua bellezza, il Gruppo Grotte Nuorese ha deciso di trasfigurare il tesoro di magnificenza e conoscenza che per quasi un secolo ha caratterizzato profondamente la sua storia e che ha custodito devotamente in quel meraviglioso forziere naturale che è proprio la grotta de Su bentu, realizzando il suo rilievo tridimensionale.

 

Il Gruppoallargato (…una massa di lesionati!)

Il Gruppo Grotte Nuorese, nelle formidabili figure dei suoi soci e in base alla personale dote di talento, conoscenza e competenza, ha progettato, pianificato e realizzato l’opera: Su Bentu 3D. Complessivamente han preso parte alla realizzazione del progetto ventisei speleologi di cui quindici han curato l’aspetto prettamente logistico, sei han funto da staffette per assicurare il continuo ricambio delle batterie e l’approvvigionamento delle vivande e cinque si sono prodigati nella realizzazione della documentazione fotografica e filmica dell’evento. Inoltre, per raggiungere siffatto alto obiettivo speleologico, il Gruppo si è avvalso della preziosa e professionale collaborazione della Società di servizi di ingegneria EDILO degli amici Paolo geometra e Simone ingegnere, di Maurizio geometra e strumentista Leica, nonché del generoso e competente ausilio degli amici speleologi del C.A.I. Manuela e Andrea.

 

Gli strumenti (…mi è sembrato di vedere un tasto con scritto: crisp!)

‘’Misura con il calibro, segna col gesso e taglia con la scure.’’

Antico detto dei maestri d’ascia balenieri di Nantucket

Per dare rigore scientifico al lavoro, per spezzare, con ferma convinzione, la viziosa catena di errori che un rilievo ipogeico tradizionale e la sua successiva rappresentazione portano seco e procedere quindi alla misura più precisa possibile delle volute di calcare della Grotta e dello sviluppo dei suoi meandri, il Gruppo si è servito di un Leica Scan Station P20, un emettitore l.a.s.e.r. alloggiato in una carcassa metallica inscrivibile in un cubo di lato pari a circa 40 centimetri e dotato di una massa pari a circa 10 chilogrammi e di un Leica Total Station TCRP1201 di ingombro e peso appena inferiori. Entrambi alimentati da batterie ricaricabili caratterizzati da un’autonomia d’uso, severo e continuato, pari a 12 ore il primo e a poco più il secondo. Capaci di garantire una precisione della misura millimetrica, devono essere poggiati su cavalletti dedicati per garantire la perfetta immobilità e livellamento durante le operazione di misura.

Parossismo di sigle, dimensioni, pesi, durata e precisione! Bizzarro ricorso storico: cosa sono quegli aggeggi se non i cronometri di John Harrison trasfigurati? Curioso e significativo: un viaggio da fare e una misura precisa da compiere sia esso nel mare sconfinato o nei remoti recessi della terra.

 

L’organizzazione (…qualcuno di voi ha portato il vino?)

Se quelli del Gruppo Grotte Nuorese fossero speleologi veramente seri avrebbero dovuto usare parole come brain storming, briefing, check list, cavers, chambers, wells, bowline, clove hitch… highligths, tag, ashtag e…maccaroni mò te magno, tuttavia la loro rustica e fieramente autarchica mozione di interlocuzione nella lingua madre, li ha indotti a: fare diverse riunioni preparatorie, disporre le liste degli operatori, stabilire i protocolli e le procedure, visionare i luoghi, le sale, i pozzi, parlare di nodi e gasse e comunicare con la posta elettronica. Ciò è compiuto.

 

Tanda2

 

I luoghi (…ma con tutte le spiagge piene di belle donne!)

A tutti gli speleologi del Gruppo piacerebbe condurre le persone care al cospetto della magnificenza della Grandissima frana, dell’arditezza del Missile, dello splendore del Sombrero, della bizzarria del Fungo, della possanza dei Rotori. Per rendere loro pienamente partecipi del fascino e della bellezza di quei luoghi incantati indulgendo appena nella propria fierezza di un figurato possesso. Non possono accompagnarli nei luoghi reali, ma possono farlo in quelli virtuali. Dovendo allora optare tra innumerabili possibilità di mirabile testimonianza offerte dalla Grotta, nel concilio dei tempi e degli aspetti organizzativi, il Gruppo ha scelto di trasfigurare digitalmente i posti più belli della diramazione vecchia. Quella storica, si potrebbe dire. Da qualche parte si doveva pur cominciare! E cosa meglio della Grandissima frana, del Missile, del Sombrero, del Fungo, dei Rotori e di tutti quei di quei luoghi che, nell’incedere del tempo, sono diventati icone dell’esoterico mondo sotterraneo?

 

I tempi (…niente è più veloce della luce perciò tanto vale che ti rilassi!)

I lavori sul campo si sono svolti nel corso del mese di agosto dell’anno 2013, a partire dal 12 al 16 e nel dipanarsi del mese di dicembre dello stesso anno, a partire dal 28 al 31. La loro preparazione e la successiva elaborazione ha richiesto l’impiego di diversi mesi coinvolgendo, secondo le variegate attitudini e specifiche professionali, tutti i soci del Gruppo. Per rodare la macchina esecutiva, nel mese di luglio dell’anno 2013, è stata compiuta la scansione tridimensionale dell’avangrotta. In tal modo si è affinata la procedura operativa in loco, verificando così la corretta applicabilità del protocollo stabilito teoricamente, i tempi necessari per attuarla e il coordinamento tra i tecnici e gli speleologi. Nel corso dello stesso mese gli speleologi del Gruppo hanno provveduto a dotare la Grotta di tutti gli accorgimenti necessari per migliorare la sicurezza della progressione, soprattutto lungo i tratti che si distinguono per particolare difficoltà tecnica di percorrenza. Allo stesso modo e nello stesso periodo si è proceduto all’allestimento del campo base che, per opportunità operativa e climatica, era stato in precedenza individuato nella sala denominata Salon Mexico a circa 2500 m dall’ingresso. I sei giorni di permanenza nella Grotta sono stati così scanditi:

12 agosto 2013: sono state compiute diciassette scansioni a partire dal Missile sin quasi alla parte terminale della Grandissima frana.

13 agosto 2013: sono state compiute ventidue scansioni a partire dal tratto finale della Grandissima frana alla parte iniziale del Sahara.

14 agosto 2013: sono state compiute trentuno scansioni a partire dall’imboccatura del Sahara sin quasi alla Diramazione Pentumas.

15 agosto 2013: sono state compiute trenta scansioni dalla prossimità della Diramazione Pentumas sino all’Autostrada.

Contestualmente al rilievo tridimensionale si proceduto alla misura dello sviluppo nel piano e nell’altezza della Grotta in previsione dell’auspicato raggiungimento di una serie di obiettivi: costituire una precisa collocazione spaziale delle nuvole di punti ricavate in ognuna della scansioni tridimensionali, vale a dire: creare un saldo sistema di riferimento cui collegarle, come tanti vagoni giunti in uno stesso binario. Realizzare un profilo plano_altimetrico, ossia un elaborato capace di rappresentare con precisione lo sviluppo della Grotta in un piano di riferimento orizzontale e in uno verticale. Coniugare lo sviluppo della Grotta con il mondo esterno, legandolo indissolubilmente al sistema di riferimento geografico globale. Confrontare i dati ottenuti con quelli relativi alla misurazione storica della Grotta per valutarne gli eventuali miglioramenti in termini di precisione e leggibilità.[10]

 

Il risultato (…dividi per due e passa all’ordine di grandezza inferiore oppure: moltiplica per due e passa all’ordine di grandezza superiore a seconda dei casi.)

La campagna di rilievo ha consentito la raccolta di una moltitudine di dati che, a loro volta, sono stati elaborati, nelle opportune sedi e con gli adeguati strumenti informatici, per conseguire il prodotto finale auspicato: le immagini tridimensionali e la rappresentazione piana e altimetrica della Grotta. In particolare: sono stati rilevati circa milleottocento metri: poco più della metà dello sviluppo del così detto Ramo vecchio. Tra le tante si è misurata un’altezza massima di circa cento metri e una superficie unica pari a circa diciassettemila metri quadrati: entrambi i valori sono individuati nella Grandissima frana che per dimensioni potrebbe contenere comodamente la basilica di Santa Croce di Firenze o, se si vuole, tre campi di calcio con i rispettivi riflettori. Si sono quindi ottenuti più di cento miliardi di byte di dati in forma digitale necessari per la definizione di quasi quattordici miliardi di punti di ognuno dei quali, gli strumenti impiegati, hanno calcolato la posizione nello spazio. E ciò a seguito di cento scansioni tridimensionali, di cui quarantotto legate alla poligonale e cinquantadue libere, della durata variabile da centoventi secondi a tredici minuti ognuna per un novero di punti rilevati da quindici a seicento milioni. Tutti questi punti giustapposti e collegati alla poligonale di riferimento, per la definizione della quale sono state compiute circa settanta stazioni, hanno consentito la rappresentazione tridimensionale dei luoghi menzionati in forma fotografica e filmica tramite impiego di programmi dedicati di post processione. Il loro uso, accessibile anche agli utenti avventori cioè a tutte le persone non dotate di particolari conoscenze specifiche, rende possibile infine la visita e la misura dei luoghi della parte di Grotta rilevata. Di massima rilevanza è poi il raggiungimento di un altro obiettivo speleologico che è doveroso menzionare per onorare il lavoro di tutti gli speleologi del Gruppo che nel corso del tempo, con le loro esplorazioni e misure, si sono succeduti e di tutti i giganti sulle cui spalle essi stessi si son issati per veder lontano: collegare in maniera precisa la geometria della grotta con quella del sistema di riferimento geografico globale. Se è vero (e lo è!) che, a parità di condizioni, un errore di un grado nella misura dello sviluppo planimetrico della grotta si traduce in circa diciotto metri per chilometro rilevato[11] di spostamento del punto estremo della poligonale stessa, uno pari a un minuto primo corrisponde a circa ventinove centimetri e uno di un minuto secondo a circa cinque millimetri, si comprende come sia importante eseguire, con la massima accuratezza che l’attuale tecnologia mette a disposizione, il rilievo del sottosuolo e la sua connessione con i cardini geografici del soprasuolo. Si pensi soltanto a come una tale acribia della misura renderebbe facile un’eventuale perforazione del terreno in previsione dello sfruttamento delle ricchezze idriche di certi bacini. O a come potrebbe semplificare l’eventuale collegamento tra i sistemi carsici di altrettanti bacini idrografici. O.. et coetera, et coetera.

Quando John Harrison realizzò i suoi cronometri nautici non poteva certo immaginare che la sua opera avrebbe contribuito a dirigere una navicella sulla Luna.

Difficile sapere se il lavoro di rilievo della Grotta, così come è stato descritto, avrà anche solo una briciola dei fasti di una simile fortuna. Complicato comprendere se, nel breve o nel lungo periodo, potrà in qualche modo influenzare positivamente lo sviluppo culturale ed economico del territorio. Una cosa è certa: siffatta esperienza ha reso gli artefici più ricchi umanamente e tecnicamente e ha connotato la Grotta dei crismi più elevati della ricerca scientifica. Risultato questo di cui andar fieri.

Si racconta che quando un allievo gli chiese che utilità avesse la geometria, Euclide di repente si rivolse al suo schiavo dicendogli: << Dai al mio allievo una monetina perché ha bisogno di trarre guadagno da ciò che impara.>>

Tutti gli attori di questa bella storia hanno imparato che la conoscenza è il guadagno più alto che la ricerca scientifica porta con se e mette a disposizione di tutti. Conoscenza della Natura, comprensione del suo agire perenne e decodificazione del suo linguaggio: questo è stato fatto e nulla lo può pagare.

 

[10] Tale fase resta legata al completamento del rilievo, che come detto, è in fieri.

[11] Come detto un grado sessagessimale espresso in radianti vale: 1° · 2p rad/360° ~ 0.0175 rad. Perciò l’eventuale errore nella misura dello sviluppo della poligonale aperta pari a un grado sessagesimale equivale ad uno sbaglio della posizione del punto terminale della poligonale stessa pari a 1000 m · 0.0175 rad ~ 18 m per ogni chilometro. Un minuto primo espresso in radianti vale: (1/60)° · 2p rad/360° ~ 0.000290888 rad. Perciò l’eventuale errore nella misura dello sviluppo della poligonale aperta pari a un minuto primo equivale ad uno sbaglio della posizione del punto terminale della poligonale stessa pari a 1000 m · 0.00029088 rad ~ 0.29 m per ogni chilometro: circa 29 cm. Un minuto secondo espresso in radianti vale: (1/3600)° · 2p rad/360° ~ 0.00000848 rad. Perciò l’eventuale errore nella misura dello sviluppo della poligonale aperta pari a un minuto primo equivale ad uno sbaglio della posizione del punto terminale della poligonale stessa pari a 1000 m · 0.00000848 rad ~ 0.005 m per ogni chilometro: quasi 5 mm. Naturalmente tale calcolo è prettamente teorico e non tiene conto di eventuali altre fonti di errore che, all’atto pratico, potrebbero superare di gran lunga le entità annoverate.

 

 

Ringraziamenti (…ma sotterratevi che fate più bella figura!)

È con inusitato piacere che il Gruppo Grotte Nuorese intende rendere grazie ai suoi soci che in tutti i modi si sono prodigati per la buona riuscita dell’opera, con il cuore, con il braccio e con la mente. A tutti i fervidi sostenitori, ai laici entusiasti che non han avuto timore di promuovere il progetto finanziandolo: l’Ordine degli ingegneri della Provincia di Nuoro, il Banco di Sardegna e la Federazione Sarda di Speleologia. Ai tiepidi e ai freddi che con la loro convinta opposizione dialettica han comunque stimolato un processo di miglioramento e affinamento delle più alte prerogative del lavoro compiuto.

Le foto (…Ehi! Sei pronto? In posa! Ma noooo… non così! Fai finta di essere uno speleologo!)

<<La terra è blu […] Che meraviglia! È incredibile!>> È con questo stupore di bimbetto, lo stesso con cui il primo uomo osservò la Terra attraverso una minuta finestrella della sua navicella Vostok 1[12] mentre sfrecciava nel buio cosmico, che garba pensare allo speleologo nell’atto della conquista del sottosuolo. Come un Yuri Gagarin di un’altra oscurità. Come quella, per tanto tempo nascosta, ma infine rivelata dalla bellezza della luce. Le tenebre, celesti o sotterranee, ammirate per sempre dallo sguardo stupito di un bambino.

 

[12] Traduzione: Oriente 1

 

Chiosa

<< A dodici anni dipingevo come Raffaello, però ci ho messo una vita per imparare dipingere come un bambino.>>

Pablo Picasso

La Natura ha in se la capacità di dipingere come Raffaello e Picasso. Di scolpire come Michelangelo e Bernini perché Raffaello e Picasso, Michelangelo e Bernini sono la Natura stessa.

La stessa Natura che ha impiegato milioni di anni per dipingere e scolpire la grotta come farebbe un bambino. E di quel bambino ha voluto regalarci lo stupore.

Affinché ognuno guardando queste immagini possa tornare bambino e sia capace di osservare il mondo con il suo stupore.

Dixi.

Nuoro addì 31 gennaio 2013                                                         

Giovanni Maria Tanda carpentiere specializzato