Corojos: l’emozione della scoperta


Galleria Carmina (foto L. Mereu)
Siamo appena rientrati dall’inaugurazione dell’anno speleologico 2015. Non so perché, ma qualcosa mi spinge a riprendere in mano il racconto, ormai abbandonato, della scoperta della grotta di Corojos. Quella di quest’anno è una strana inaugurazione. Gli ultimi accadimenti hanno destato una profonda tristezza e un’intima riflessione di ogni singolo socio. Ma per il Gruppo Grotte Nuorese è una tradizione, da ripetere sistematicamente, che affonda le radici da non so quanti decenni . Io la vivevo da quando, bambino, vedevo mio padre che, preparando lo zaino, mi spiegava, con poche parole, dove andava e che cosa avrebbe fatto. Da quel momento, ogni Santa Domenica e per tutto l’anno, si sarebbe incontrato con gli amici nella sede sociale per andare a fare speleologia. Ogni volta che lo vedevo partire, cercavo di capire cosa potesse provare uno speleologo nell’entrare in una nuova grotta e cosa potesse sentire di così gratificante. Sono passati tanti anni e di ricerche esterne ne sono state fatte tante. E, solo adesso, posso comprendere cosa si prova nell’entrare in un ambiente totalmente inesplorato. Ho sempre provato a immedesimarmi, muovendomi all’interno della Grotta di Su Bentu, in Bruno Piredda che, superando la sala delle Salamandre e, quindi, il Primo Vento, iniziava a percorrerla, dando vita, inconsapevolmente al Gruppo Grotte Nuorese. Con Babbo, che entrava nella sala dei Palloncini, e per quel tempo, arrivarci, era già un’impresa. Con Mimiu, che accompagnandoci nelle nuova diramazione, ci spiegava passo per passo il susseguirsi delle spedizioni che li portarono nella parte finale di Carsismo e Rassegnazione. Solo adesso percepisco l’emozione da loro provata nell’introdursi in luoghi ancora sconosciuti, quindi inviolati, incontaminati. Quella di Corojos è stata una piacevole scoperta del GGN.


Stavamo vivendo un momento magico. Esplorandola si fantasticava e si raccontava, a chi non può più entrare in grotta, delle meraviglie di quelle immense sale e delle sue formazioni. Facendo rivivere quelle emozioni che, a suo tempo, loro trasmettevano ai ragazzi più giovani. Si esplorava insomma. Nel nostro piccolo facevamo speleologia. Il gruppo era più vivo che mai. Ma poi, improvvisamente, arriva quel maledetto 18 Settembre che ci porta via Luigi. La perdita di un nostro fratello fa crollare quel castello di emozioni che avevamo faticosamente costruito. E oggi quando al Monte Ghirveri ammiravo tutto il golfo, pensavo a tutto questo. E adesso, mentre scrivo ripenso a Luigi, alla famiglia e ai suoi amici.

Luigi MereuNon sarà facile ritrovare quell’entusiasmo e non basteranno tutte le grotte del mondo a colmare la sua mancanza. Addio Luigi. È un sabato pomeriggio dei primi di luglio. Caldo torrido. In una giornata così si dovrebbe andare a “impoiare” al mare. Invece, con Giulia si decide di fare un salto a Lanaittu. Ci ritorna in mente un piccolo anfratto, alla base di un grosso leccio da cui tirava una corrente d’aria. L’alluvione dell’anno precedente potrebbe averla modificata. Partiamo alle tre col costumino e il telo da mare in macchina. Non si sa mai! Non ci sono Maurizio e Giovanni con i quali condividiamo solitamente le ricerche esterne, soprattutto a Lanaittu, a cui si dedicano tante domeniche. Sono andati con Alessandro, che sta organizzando una spedizione di tre giorni a Bonaetè, che si svolgerà da li a poco. Arriviamo a Troccu de Corojos, una codula che più o meno tutti abbiamo percorso, almeno una volta. È piuttosto lunga e come tutte le codule, molto noiosa. Corojos... Zio Bruno Piredda ci raccontava che quel nome aveva come significato “lamenti del cuore” e richiamava a una vecchia leggenda che voleva una centuria romana addentrarsi al suo interno ed essere trucidata dai nostri avi per difendere le genti arroccate a Tiscali.

La grotta si trova a poche centinaia di metri da dove si lascia la macchina. Indossiamo la tuta, il casco ed entriamo. L’aria è sempre presente. La grotta si presenta molto piccola e lunga poche decine di metri. Non si è aperto niente di nuovo e usciamo. Oramai siamo lì e iniziamo una piccola ricerca in quella zona, molto simile a una gruviera! Saranno passate generazioni di speleologi e probabilmente, in tanti sono già entrati in quegli anfratti, ma nessuna grotta è mai venuta alla luce. Ci soffermiamo in un angolo. Ci sono un po’ di rovi e tanta legna accumulata dall’acqua, ma s’intravede qualcosa. Puliamo il posto e spostiamo delle pietre. Nella parte bassa si intravede un ingresso. Giulia si incunea e mi dice “Sembra che prosegua”. Non abbiamo niente con noi per continuare a disostruire e decidiamo di ritornare. Di certo, non ci aspettavamo quello che sarebbe successo nei giorni a venire. La sera stessa a Capo Comino incontriamo la banda che è scesa a Bonaetè, a una festa degli amici del GEA, e insieme decidiamo di ritornare il giorno seguente a controllare quella cavità.

foto L. MereuLa domenica rieccoci all’ingresso. Questa volta il gruppo è da novanta. Si sono aggiunti Alessandro C. Alessandro P. Maurizio, Giovanni e Biagioli. Si, tutti abbiamo pensato che sarebbe stato l’ennesimo buco nell’acqua. Dopo qualche colpo di martello, Alessandro C. (il nostro demolitore di fiducia!) e Giovanni sono dentro. Fuori cerchiamo un po’ d’ombra, il caldo dentro le codule è fastidioso ed è amplificato dall’incessante canto delle cicale. Poi, una voce chiara e distinta rompe le chiacchiere di Biagioli. “Prosegue!!”. Giovanni esce e, a differenza di Alessandro non sa nascondere l’emozione. Il suo volto sembrava un libro aperto. Mi guarda e come suo solito stringe i pugni in segno di vittoria e ci abbraccia. Maurizio esce dal torpore della nottata brava. Si mette la tuta e piomba all’interno. Io mi attardo nell’ingresso un po’ stretto, ma in meno di dieci minuti siamo all’interno di quello che sembra un inghiottitoio. Maurizio è già in fondo, infatti non riesco a vedere la sua luce. Dietro di me Giovanni, che mi raggiunge proprio mentre passo in una bella sala ricca di concrezioni e sabbia finissima. “Questa”, mi dice, “è la sala Giulia”! Dopo circa ottanta metri arriviamo a una sala che si dirama. Ridiamo e scherziamo! Scendiamo in un piccolo pozzo sulla destra, alla base del quale, in successione, ci sono due laghetti pensili. Il primo si supera facilmente, mentre il secondo ci costringe a fermarci perché la condotta è completamente allagata. Torniamo indietro e proseguiamo nella diramazione di sinistra.

I segni delle pareti ci fanno capire che anche quella in presenza di forti precipitazioni si allaga completamente. Anche questa ci chiude il passaggio con una serie di concrezioni. Siamo tutti colti da un’euforia quasi isterica: forse abbiamo scoperto qualcosa d’interessante! Passano appena due giorni e, dopo una giornata di lavoro, ci troviamo nuovamente a Corojos. Arriviamo decisi a forzare la diramazione di sinistra poi denominata diramazione sud. La superiamo senza esitazione. Non è bellissima, ma a noi poco importa. Quello che ci interessa è che vada dentro il cuore del calcare. Alla diramazione nord si inizia a svuotare il laghetto pensile e di li a qualche giorno, scendendo di livello, ci fa sentire una discreta corrente d’aria. Ma la grossa novità si avrà nell’uscita del 2 agosto. Maurizio entra per primo, poi Giovanni, io, Giulia, Francesca e Alessandro P. Andiamo verso il sifone. “Si sarà svuotato?”. Con Giovanni, arriviamo al laghetto. Maurizio non c'è. Ma dove è andato? “Non sa nemmeno nuotare!”. Il freddo dell’acqua gelida ci fa rabbrividire. Ma che importa? La grotta prosegue, c’è! Ed è grande! Ma ancora non sappiamo quello che ci aspetta. Il vociferare di Alessandro annuncia l’imminente arrivo del resto del gruppo. Prima Giulia poi Francesca e, infine, il nostro Piredda! La sua presenza porta sempre allegria. Raggiungiamo Maurizio e Giovanni riesce ad accendere una sigaretta e proseguiamo! Non possiamo stare fermi, la curiosità di andare oltre è forte. Dune di argilla finissima rendono la grotta scura e scivolosa. La diaclasi inizia ad aprirsi, le dimensione crescono. Ormai la volta ci guarda da un altezza di 10 metri. Avanziamo in fila indiana. “Marco! Ma custa e grutta”! Ci urla da non so dove Alessandro. Giulia sta in silenzio. L’emozione è troppo forte e non riesce a dire niente. Entriamo in un altro laghetto. Questa volta ci bagniamo per davvero in un lago gelido. “Forza” dico a Giulia e Giovanni “Venite avanti. L'acqua arriva al petto”. Loro iniziano a ridacchiare ”Questione di punti di vista!” mi dicono. Infatti loro se la faranno a nuoto. Superato il lago, la galleria si apre sempre di più. Siamo in una sala di crollo ne percorriamo quasi cento metri. Qui la volta ci guarda superba, sino a una colata che precipita verso il basso. Ci fermiamo. La risalita va armata, ma non oggi. Non abbiamo il materiale necessario.

Galleria Carmina (foto L. Mereu)

Ci ritroviamo così davanti a un meraviglioso fuoco ristoratore a chiederci se oltre la colata riusciremo ad andare avanti. Siamo un po’ delusi. “Che sia già finita?”. È il 3 agosto. Ci dividiamo in due squadre. Alessandro C., Giovanni e Antonio vanno alla sud. Io, Maurizio, Giulia e Alessandro P. alla nord. Mentre Alessandro e Giulia proseguono il rilievo, io e Maurizio ci apprestiamo ad affrontare la colata che il giorno prima ci aveva bloccato. Con qualche chiodo e un po’ di “sbracciate”, Maurizio, supera con agilità la colata e arma una fissa. “Marco, sali - mi dice - qui tira aria ma non si passa”, “prova a vedere!”. E mentre mi avvicino mi passa un martello. “Ci sono stalattiti... chiudono il passaggio… che si fa?” dice Maurizio sempre col braccio proteso in avanti con quel martello, come se volesse dirmi di andare avanti io. Lo prendo e con “delicatezza” do un colpo alla prima stalagmite, poi a un’altra e a un'altra ancora. Seguo il cunicolo, mi affaccio. Si apre uno scenario impensabile sino a poco prima. Maurizio alle mie spalle che freme “E allora? Continua?”. “Si si, vieni continua!”. Scendiamo un breve tratto e iniziamo a percorrere la diaclasi. Tra di noi solo uno sguardo di stupore e incredulità. Non ci siamo scomposti più di tanto. Giovanni, penso, mi avrebbe già abbracciato non so quante volte. Ma va bene così. Camminiamo. Sulla destra si apre una galleria che percorriamo cercando di arrecare il minor danno possibile. La volta raggiunge in qualche caso i quindici metri di altezza e i trenta di larghezza. La diaclasi viene sicuramente percorsa, nella stagione delle piogge, da un fiume sotterraneo che sprofonda in una voragine. Nella parte centrale si apre una galleria fossile. Dopo un primo tratto d’argilla, saliamo e raggiungiamo una sala con una bellissima colata di calcite bianchissima. Sarà la Sala Carmina. Il pavimento scricchiola sotto i nostri piedi.

La calcite finemente concrezionata la riveste completamente. Quel suolo, mai calpestato, che cede sotto i nostri piedi, ci fa piangere il cuore. Passiamo radenti alla parete, ma dobbiamo andare avanti. La grotta gira a destra, sale. Emozionati, proseguiamo. Ci sembra di fare un torto a proseguire senza gli altri. Ma la voglia di esplorare va oltre i sentimenti! Dobbiamo vedere ancora! Lateralmente si aprono altre piccole diramazioni. Il pavimento cambia pendenza e si riavvicina alla volta. La grotta gira a sinistra e continua a salire, restringendosi. Poi, con sorpresa, si allarga e si apre in una condotta che, la nostra ormai flebile luce, non vede proseguire oltre il buio. La volta è ricca di eccentriche, sono in ogni angolo. Anche il pavimento ne è completamente ricoperto. Dalla volta, cannule di calcite infinitamente sottile tagliano la grotta come fili di ragnatele. Sembra la fabbrica delle eccentriche. Non ne ho mai visto così tante e grandi. La trepidazione di quei momenti è indescrivibile. Pensiamo agli altri che, rimasti dietro, non hanno una vaga idea di quello che stiamo vivendo con mio fratello. Idealmente percorriamo la galleria. Dove sta andando? Ha girato, è vero, ma va dritta verso la Pentumas. “Porta a Su Bentu?” Si fantasticava, ma è giusto così. Avanziamo lungo la frattura che un tempo doveva essere percorsa da un grosso fiume sotterraneo. Continuiamo a seguirla fino al punto in cui troviamo un laghetto e un’altra colata. Non abbiamo niente per poter proseguire. Decidiamo di ritornare da Alessandro P. e Giulia. Dobbiamo raccontare! Quel giorno percorremmo quasi seicento metri. Ritornammo nella grotta a più riprese. A oggi, abbiamo esplorato quasi un chilometro. È presto per fare delle considerazioni. Ci aspettano nuovi ambienti da esplorare. Ma sicuramente, il GGN sta scrivendo un’altra importante storia all’interno di questa splendida vallata.


Marco Murgia - il Gigante Carrozziere

Articolo estratto da Sardegna Speleologica n° 27/2015- rivista della Federazione Speleologica Sarda