La radice Gol (Gon) nella Toponomastica sarda

di Michele Columbu (1955)
Atti VII Congresso Nazionale di Speleologia Sardegna 3-8 ottobre 1955

Nella toponomastica sarda molti sono i termini concernenti le forme carsiche (voragini, gole, etc.) che hanno le radici Gol, Gor e Gon.
L'autore ricorda la Voragine del Golgo (Baunei), la Gola di Gorropu (Urzulei), Golonio, Ispinigoli e Gologone tutti indicanti fenomeni carsici.

La radice GOL (GON) nella toponomastica sarda

Quale che possa apparire il tono di questa comunicazione, riconosco che il suo contenuto non può sostanzialmente avere altro valore che quello di probabile ipotesi. D'altra parte un valore di rigorosa sicurezza in questa materia è assai difficile da raggiungere.
So bene con quale estrema cautela ci si debba muovere e certamente si muovono i linguisti, ma non ignoro che, pur procedendo con i piedi di piombo, persino i celebri scienziati incorsero in celebri errori. Che dire di me che non sono un linguista e ho elaborato la mia tesi con... le ali ai piedi! Nulla mi distoglie tuttavia dal voler presentare le mie ipotesi anche al lettore specializzato, convinto che la spregiudicatezza (anche se per avventura è dovuta a ignoranza) e la libertà dalle formule scolastiche di procedura possono talvolta aprire nuovi orizzonti alla scienza ufficiale.

Il testo che segue è in fase di correzione (ndr)

Quando vidi la voragine di Golgo (1) confesso che la mia principale sensazione fu di orrore; sensazione accresciuta dal religioso rispetto della guida che si avvicinò all’imboccatura del «mostro» facendosi il segno della croce. Per la prima volta allora mi accadde di mettere mentalmente insieme i toponimi Gologòne (Olièna, Sorgente carsica), Golonìo (Ollolài, Voragine), Ispinigòli (Dorgàli, Voragine), e di notare l’omofonia della sillaba gol. Mi sovvenne ancora di Gorròpu (un profondo burrone nella stessa regione carsica di Dorgàli); e nell’intento di salvare la base gol pensai ad un’assimilazione da Gol-ròpu.
Perchè mi stavo affezionando a questo tema e, in vista di sviluppare una certa mia strana opinione sull’archeologia sarda, speravo di ricavarne un fantastico dio Gol, divinità sotterranea e crudele dalla quale la guida di Baunèi sembrava volersi ancora difendere con uno scongiurante segno di croce. Tanto corre la fantasia...

Naturalmente non dubitavo che si trattasse di uno di quei misteriosi toponimi che, a carte perdute, sogliono essere addebitati a una parlata mediterranea, non indeuropea ma non meglio identificata. A questo ero anche indotto, devo dire, dall’orientamento di molti linguisti che nella Sardegna trovano una doviziosa messe di « relitti mediterranei »; e più particolarmente dalla recente lettura di « La lingua sarda » dell'illustrissimo scienziato tedesco L. M. Wagner, il quale ha interpretato secondo una fondamentale significazione di « collina » la radice gon (n) dei toponimi Gonàri, Gonnos, Gonnèsa, Goni, etc., valendosi del raffronto col basco, lingua in gran parte considerata una sopravvivenza di quella mediterranea (1 bis).
Come si vedrà, io concordo con i risultati del Wagner, ma per altra via. Perchè è mia convinzione ormai che le sopradette radici non solo sono indeuropee, ma sono anche larghissimamente diffuse in tutto il vasto territorio indeuropeo e hanno innumerevoli parentele con una quantità incredibile di altri toponimi e di parole vive tuttora in molte lingue.

Ora la mia tesi è questa: partendo dalle lingue cosidette i.e. (latino, greco, germanico, slavo, ant. indiano, etc., etc.) si può ricostruire l’antico fonema che ebbe in origine il significato di «valle» e di «monte» e che già prima delle grandi migrazioni si arricchì di altri numerosi significati. Il fonema a cui alludo non è traducibile se non per approssimazione, ma possiamo genericamente affermare che vi dominavano una consonante muta e una consonante liquida tendente a vocalizzarsi in vario e libero modo (a, e, i, o, u; e suoni intermedi).

Poiché la consonante muta, nelle varie lingue indeuropee conosciute, si presenta nelle diverse gradazioni delle gutturali, delle dentali e delle labiali, richiamo un noto fenomeno di corrispondenza trascrivendo parzialmente la seguente tabella dalla Grammatica Latina del prof. V. Pisani:

t)     i.e.    th,     gr.   th,     lat.    /, osco /;

2)     i.e.   dh,     gr.   d,      lat.    /-, -b-,  -d-, osco      f;

3)     i.e. gr. /{, alb. s, th-,

4)     >-e- g' gr- g. scr. -d, alb. dh, d, a. big. z;

5)     i-e.   gh,     gr.  eh,     alb.    z, dh,   d;

6)     i.e.    g",     gr. b, d, g,         lat. v,    -(g)u-, osco         b, a. irl. b, got. q, a. big. g, (d)z.

La quale tabella interessa in quanto mostra la sostanziale possibilità di scambio fra consonanti mute di ogni ordine e grado (per brevità diciamo: labiali, dentali, gutturali). Aggiungo che tali scambi si notano in lingue diverse ma anche in seno alla medesima lingua (cfr. gr. b, d, g al n. 6) particolarmente quando la consonante muta si trova in presenza di una consonante liquida {l, r) o nasale (m, n). Chiamerò « liquide » anche le «nasali» per riassumere il mio concetto a questo modo:

Labiale -)- Liquida Dentale -)- Liquida Gutturale -(- Liquida.

Ecco qualche esempio in una stessa lingua (greco) (2): bounós «colle», «altura», gounós «rotondità», «colle»; dino (dinéo, dinnemi) «muovere in giro», «aggirarsi», « scorrere (di fiume) », gyréuo « andare attorno (in giro » (gyros « giro, « cerchio »); dnóphos «oscurità», «tenebra», gnóphos (cfr. hnéphas) «crepuscolo», «oscurità»; Delphói « Delfi », beotico Belphói; ygràino « bagnare », « irrigare », ydràino « bagnare », « irrigare », etc.;

in lingue diverse: gr. thér « fiera », lat. fera; gr. bora « cibo », a.a.t. querdar; gr. barys « pesante », « grave », lat. gravis (a.i. gurus, got. kàurus); gr. delphys « utero » (« feto »), a.i. garbhas, got. balbo. E si potrebbe così esemplificare lungamente.

Ora la mia tesi è questa: partendo dalle lingue cosidette i.e. (latino, greco, germanico, slavo, ant. indiano, etc., etc.) si può ricostruire l’antico fonema che ebbe in origine il significato di «valle» e di «monte» e che già prima delle grandi migrazioni si arricchì di altri numerosi significati. Il fonema a cui alludo non è traducibile se non per approssimazione, ma possiamo genericamente affermare che vi dominavano una consonante muta e una consonante liquida tendente a vocalizzarsi in vario e libero modo (a, e, i, o, u; e suoni intermedi).

Poiché la consonante muta, nelle varie lingue indeuropee conosciute, si presenta nelle diverse gradazioni delle gutturali, delle dentali e delle labiali, richiamo un noto fenomeno di corrispondenza trascrivendo parzialmente la seguente tabella dalla Grammatica Latina del prof. V. Pisani:

t)     i.e.    th,     gr.   th,     lat.    /, osco /;

2)     i.e.   dh,     gr.   d,      lat.    /-, -b-,  -d-, osco      f;

3)     i.e. gr. /{, alb. s, th-,

4)     >-e- g' gr- g. scr. -d, alb. dh, d, a. big. z;

5)     i-e.   gh,     gr.  eh,     alb.    z, dh,   d;

6)     i.e.    g",     gr. b, d, g,         lat. v,    -(g)u-, osco         b, a. irl. b, got. q, a. big. g, (d)z.

La quale tabella interessa in quanto mostra la sostanziale possibilità di scambio fra consonanti mute di ogni ordine e grado (per brevità diciamo: labiali, dentali, gutturali). Aggiungo che tali scambi si notano in lingue diverse ma anche in seno alla medesima lingua (cfr. gr. b, d, g al n. 6) particolarmente quando la consonante muta si trova in presenza di una consonante liquida {l, r) o nasale (m, n). Chiamerò « liquide » anche le «nasali» per riassumere il mio concetto a questo modo:

Labiale -)- Liquida Dentale -)- Liquida Gutturale -(- Liquida.

Ecco qualche esempio in una stessa lingua (greco) (2): bounós «colle», «altura», gounós «rotondità», «colle»; dino (dinéo, dinnemi) «muovere in giro», «aggirarsi», « scorrere (di fiume) », gyréuo « andare attorno (in giro » (gyros « giro, « cerchio »); dnóphos «oscurità», «tenebra», gnóphos (cfr. hnéphas) «crepuscolo», «oscurità»; Delphói « Delfi », beotico Belphói; ygràino « bagnare », « irrigare », ydràino « bagnare », « irrigare », etc.;

in lingue diverse: gr. thér « fiera », lat. fera; gr. bora « cibo », a.a.t. querdar; gr. barys « pesante », « grave », lat. gravis (a.i. gurus, got. kàurus); gr. delphys « utero » (« feto »), a.i. garbhas, got. balbo. E si potrebbe così esemplificare lungamente.

 

In particolare la mia tesi vuole dimostrare: che nella toponomastica sarda vi è larga traccia del fonema indeuropeo di cui ho fatto menzione; che questo si presenta col triplice suono della muta gutturale, dentale, labiale (più spesso delle medie g, d, b); che le liquide dominanti sono l, r; che le vocali sono rappresentate tutte, sebbene, o, u con maggior fre­quenza; che il significato di «valle», anche in Sardegna, si alterna con quello di «monte».

Fra i toponimi che ci interessano figurano naturalmente Golgo, Golonìo, Gorròpu, Ispinigòli, Gologòne (da cui è nata la mia curiosità di indagine) nel senso di «valle», «burrone», «voragine», «sorgente», e quelli presi in esame dal Wagner (e da altri stu­diosi), Gonnos, Goni, Gonàri, etc., nel senso di «collina», «monte», «altura», «cumu­lo », «tumulo».

In indeuropeo però dalla stessa radice sono germinate infinite altre significazioni, pro­prie e metaforiche, alcune delle quali vedremo più avanti.

Per rendere più attendibili gli accostamenti semantici che mi accingo a presentare osservo che « l’uomo indeuropeo », al tempo in cui prese a parlare, si trovava spesso e facilmente di fronte a un paesaggio di monti e di valli percorse da sonanti e impetuosi fiumi, a boschi ombrosi, cascate, vortici... E non dimentichiamo le glaciazioni, e quindi la prima casa dell’uomo, la grotta. Nelle grotte c’è buio, ci sono fiumi sotterranei, rimbombi, frastuoni, misteriosi sibili e correnti d’aria, «mostri», roba da far paura all’uomo più infreddolito, perché le grotte portano sotterra, nel regno della notte, dei morti e delle ombre. Tali dolorose esperienze è mia opinione che abbiano avuto una profonda incidenza nello sviluppo della lingua degli Indeuropei (3), lingua povera, ovviamente, e tutta det­tata dai fondamentali sentimenti di paura e stupore innanzi ai fenomeni «luce, tenebra, valli, monti, acqua, freddo, caldo, tempeste, fulmine, bestie feroci, etc.», e da necessità primarie come « mangiare, bere, caccia, pesca, difesa, offesa... »

Ed ecco lo schema di associazioni semantiche che mi pare di poter indicare; senza nessuna pretesa, tuttavia, di stabilire, con la successione delle lettere A, B, etc., un neces­sario ordine genealogico e cronologico dei singoli gruppi o delle singole voci che ai gruppi si possono riferire.

A — Sotterraneo, buio, profondità, cavità, buca;

B — Luogo chiuso, recinto, riparato, difeso;

C — Avvallamento, luogo incassato e stretto, gola di monti (metafor.: gola, inghiotti­toio, strozza; cibo, mangiare; divorare, quasi aspirare divorando; soffiare con rumo­re e paurosamente);

D — Luogo fangoso; canale (sotterraneo o non) percorso da acque; fiume, fiume impe­tuoso, impeto, fragore;

E — Fragore o mormorio di acque; rumore; grido o verso di animale (generalmente rauco: «corvo», «gracidare», «gracchiare», «cornacchia», etc.); voce umana; lamento; canto; rombo o rumore di fenomeni atmosferici o comunque naturali;

F — Luogo pauroso (perché troppo profondo e buio, o perché troppo alto e aspro); cosa spaventosa, orrida, selvaggia, forte, mostro;

G — Cavità-curvatura; indi l’opposto: altura, cumulo, tumulo, colle, collina, monte, montagna (metaf.: testa, cranio; capo, uomo forte, coraggioso, caro-a-dio, eroe; sacerdote, mago, indovino);

H — Fortezza, luogo difeso (cfr. anche B), delimitato e separato da un altro: in luogo alto (torre, valium, borgo, castello) o in valle (trincea, fosso, palafitta);

Descrizione: localhostUsersmacDownloadsmediaimage1.jpegI — Da «voragine», ma forse meglio da «vortice» d’acqua, si ricava «circolo», «ro­tondo», «giro»; e secondo un motivo psicologico che perdura nelle parlate mo­derne «inganno», «imbroglio» (cfr. circolo-circuire; giro-raggirare). Quest’ultimo concetto sarà stato qualche volta ricavato da «vortice-ribollimento», «confusione» «mancanza di chiarezza », « imbroglio ». Etc., etc., secondo imprevedibili moti della fantasia umana.

 

A volere illustrare con esempi, il che sarebbe senz’altro possibile, ogni singolo pas­saggio delle sopraindicate parentele semantiche, si corre il rischio di andare troppo lon­tano e di appesantire eccessivamente questa comunicazione. Tuttavia, nell’insistere sul nesso « valle-monte », non posso evitare frequenti richiami ad altri inseparabili significati.

L’« inseparabilità » di tali significati può apparire discutibile a chi non abbia esperienza di quali e quanto bizzarre trasposizioni semantiche sono avvenute in tutte le lingue e avvengono per così dire sotto i nostri occhi ogni giorno. Chi potrebbe a prima vista pre­star fede, per esempio, a un rapporto tra « fango » e « divorare », tra « corvo » e « sacer­dote»? Eppure questi rapporti esistono e sono dimostrabili; così come è dimostrabile (perchédi tali parole conosciamo chiaramente la storia) il nesso tra la voce latina « senex » e la voce italiana « signorina », che semanticamente sono agli antipodi.

Richiamo anzitutto l’attenzione del mio lettore sopra le seguenti voci della lingua greca antica:

gorgós selvaggio », « spaventoso » (cfr. m.a.t. kark « impetuoso », a.ir. garg « selvaggio », sl. groza « orrore »);

Gorgó (e derivati) « Gorgone » (mostro dal sembiante terribile, la cui vista pietrificava);

górgyra (anche gérgyra in Alcm., framm. 131) «acquedotto sotterraneo», «prigione sot­terranea» (cfr. a.i. gàrgaras «gorgo», «baratro»; lat. gurges «gorgo», «vortice»).

Quale sarà il rapporto fra queste voci foneticamente collegate con tanta evidenza? Fra il greco górgyra, l’iranico gàrgaras e il latino gurges il nesso sembra chiaro, perchél’« ac­quedotto sotterraneo », trattandosi di un acquedotto naturale, altro non può essere che una grotta percorsa da acque (come quella, starei per anticipare, che porta in luce la citata sorgente sarda Gologòne); tra gorgós e Gorgo (la Gorgone) evidentemente il legame con­siste nell’essere la Gorgone « spaventosa », cioè... gorgós. O è forse da credere che l’ag­gettivo gorgós derivi dal nome Gorgo? No, propendo per il primo rapporto. Quanto a gorgós mi pare che si debba collegare a górgyra per il senso di orrore che destano i sot­terranei, tanto più se echeggiami di acque in movimento. Ma quale dei due termini è nato prima? L’aggettivo o il nome? Un’altra domanda ancora: la Gorgone, che secondo il mito era un mostro infernale e tenebroso, non sarà scaturita dal « baratro », dall’« acquedotto sotterraneo»?

E dunque è vero che gorgós deriva da Gorgó... Sembra il quesito della preesistenza della gallina o dell’uovo! Ma ho voluto semplicemente dare un’idea delle complicazioni che possono sorgere quando si vuole troppo sapere. Nel caso particolare — e non intendo qui propormi altri problemi del genere — la mia opinione è questa: górgyra (come gàrgaras e gurges) viene prima dell’aggettivo gorgós sia perché general­mente il sostantivo nasce prima dell’aggettivo, sia perché la parola in questione sembra essere stata suggerita da un motivo onomatopeico (gor-gur, gar-gàr ripeterebbero il rumo­re delle acque) (4).

Riconnetto poi górgyra e gàrgaras al latino carcer (5) (in età imperiale compare o, forse meglio, ricompare la forma carcar). Carcer significa « luogo chiuso » (« prigione » è significazione secondaria perché è collegata a un uso necessariamente posteriore). In calabr. sett., lucano e corso càrcara (e carco) vale « pianterreno del molino ove sta la ruota e sbocca l’acqua che la fa girare» (6) (cfr. got. kàrcara, ted. Kerker «prigione»; a. irl. carcar) (7); prov. carce « canale dal quale esce l’acqua di un molino » (6). In sardo (Ollolài, Gavòi, etc.) si ha karkèra ad indicare il luogo dove si follano i tessuti di lana, presso la ruota del molino fornita di martelli, o in apposito sito lungo un fiume; carcare (verbo) vale «follare» (metaf. scherz.: karkerà — una casa dove il marito batte la moglie. Così a Ollolài).

La mia asserzione di un’identità semantica fra le radici gor (górgyra), car (car­eer, etc.), gar (gàrgaras), gur (gurges), mi pare che possa essere avvalorata dal sardo (Ol­lolài, etc.) gorga « voragine » (ingargare « scomparire, affondare in una palude o anche sott’acqua, nel mare »); gorgòdde « luogo paludoso, cedevole al piede » (7 bis).

 

Tenuta presente la reversibilità delle consonanti mute secondo lo schema sintetico « lab. -)- 1. ^ dent. -)- 1. gutt. — 1. », vediamo ora una larga serie di voci dove fone ticamente domina una (o più di una) (8) muta -(- liquida e che semanticamente possono essere ricondotte allo stesso concetto di « luogo chiuso, cavità, profondità, buio, buco, ro­tondo, circolo, acqua, fango, fiume, fonte, etc. ».

Per ragione di brevità mi limito a riportare un certo numero di esempi soltanto sotto le lettere iniziali b-, c-, k-, d-; per ciascuna delle lettere g-, h-, eh-, p-, f-, ph-, v-, th- riferirò una o due voci (9):

b-: bàrathron «baratro», «voragine»; benthos «profondità» (specialmente del ma­re)», «abisso»; bórboros «melma», «sudiciume»; brécho «inumidire», «piovere». Lat. bulla. Ital. bollire-, bullicare-, bollicarne « vulcanetto di fango nel parmense » (B-A, Dei); belletta (Dante) «melma», «pantano»; boriano (tose., XIV sec.) « torrente»; brago (Dante) « fango » (cfr. fr. brai; catal. brac-, alb. brab\ gr. bragos — palude secondo Esi- chio); brodo (a. nord, broth « massa fangosa », a.a.t. proth). Pieni, boia « palude »; « poz­zanghera ». Sardo barbacàna « solco profondo », « scavo » (per vigne o altro); burdàcu (-cru) «terreno molle d’acqua». Spagn. barro «fango». Russo (colline del Don) balco « valle j, « burrone ». Serbo-Cr. bldto « fango »; bìtrma « anello » (cerchio). Ted. Brunnen «fontana», «pozzo»; binnen «interiore», «interno»; Bruch «fessura», «fenditura», Lit. baltas « palude ».

c-, k.: Gr. palili « prigione » (cfr. rad. hel\ lat. celo, oc-culo, cella-, m.a.t. halle « gal­leria coperta»; ted. hehlen «celare»; hahl «cavo», «vuoto»); bamara «volta» (cfr. lat. camera-, got. gahamon «coprire»; ted. Himmel «volta del cielo»); kelamós «oscuro» (cfr. a.i. hitla «nero»; lat. calingo); kjenós «vuoto»; ^/Vkor «cerchio», «anello» (lat. circus, a.a.t. hring); klèio « chiuso dentro » (lat. dando, clavis)-, kjydon « onda », « flutto »; kónche «conchiglia», «scatola cranica» (a.i. cankhàs-, sardo conca «testa»; lat. con gius sardo condzu « misura per liquidi »); b°‘d°s « cav0 *> « incassato » (di via); \réne (eolico !(iànna) «sorgente», «pozzo»; ^o/on «budello» (lat. culusì).-, b°lpos «insenatura» (lat. golpus, golphus-, it. golfo-, ingl. golf « golfo », gulph « abisso », fr. gouffre « abis­so » (io)). Lat. caenum «fango»; crater (gr. brat*r) «vaso», «catino d’acqua», « cre­paccio», «voragine», «cratere (di un vulcano)»; corbis «cesta»; cuniculus «via sotter­ranea », « caverna » anche « coniglio »); cunnus (collegato al precedente); creper « oscu­ro ». Serbo-Cr. crn «nero»; crv «verme»; b°l'ba «capanna». Ital. cala «insenatura» (11); calanchi (noti scoscendimenti emiliani per erosione. Voce diffusa in varie altre re­gioni); calle (callaia) «sentiero stretto (incassato)». Sicil. calòfaru (galòfaru), calabr. carònfulu (garòfulu) « sorgente pullulante », « vortice » (e Calòfaro — l’antica Cariddi nello stretto di Messina, un gorgo) (12). Sardo cannida e carpida « spaccatura », « frattu­ra », « fessura »; cala « buco (per terra) », « fessura » (a Nuoro anche calancòne e colon- còne nello stesso significato; cfr. galànca «burrone»; anche cavità dell’occhio nell’impre­cazione « appas is-sa galanca ’e s’ocru »).

d-: Gr. delphys (a.i. garbha-, got. b‘dbo) «utero»; dnóphos (cfr. gnóphos e bnéphas) « tenebra »; dómos (lat. domus; slavo dóni) « stanza », « casa »; dólos (lat. dolus; a. nord. tal) « inganno », « raggiro » (cfr. il mio schema semantico, lett. I), oppure, originariamen­te, «pensiero buio (nascosto, pericoloso)»; dórpon «il pasto della sera (al buio)» (cfr. alb. dai'be «sera»); drósos «rugiada»; dinas «vortice», «turbine». Lat. dolium «bot­te ». Serbo-Cr. dól (dòlina) « valle ». Ted. darim « dentro »; Darm « budello », « intesti­no»; Drecb «sudiciume» (drecbig «sporco», «fangoso»); Dunbel «oscurità», «tene­bra ». Spagn. dola « canale », « pompa d’acqua ».

g-: Gr. gyalon «valle», «burrone»; gnyphé «caverna», «via incassata»; glypho (lat. glubo; a.a.t. klioban-, ted. blauben) « scavare », « incidere ».

h-: Lat. haurio «divorare» (cfr. hio «spalancarsi», «avere crepacci»; hiatus «vo­ragine», «crepaccio»; gr. chàino, a.a.t. ginen, ted. gahnen «sbadigliare»).

 

eh-: Gr. charàdra « burrone », « letto di fiume », « torrente in un bosco », « canale di scarico»; chórtos «luogo chiuso, recinto» (lat. hortus; got. gards; ted. Garden; fr. jardin; it. giardino).

p-: Gr. poros (lat. portasi) «passaggio», «guado», «apertura», «foro».

f-: Lat. foro (-as) «bucare»; fornix «volta», «arco», «sentiero coperto».

ph-: Gr. pholeós NT «caverna», «antro»; phréar (lat. fervere, got bruniteti) « fonte », « pozzo », NT « baratro ».

v-: Lat. vorago (voto) « baratro », « abisso ».

t-: Gr. trógle « cavità », « caverna » (sardo-Nuoro - trocu « fosso », « dirupo »).

th : thólos «volta», «casa a volta» (cfr. got. dal-, ted. Tal-, slavo dól «valle»); thdlassa (rad. dhala « approfondire ») « mare ».

Illustrare il nesso semantico fra valle e monte, e fra concavo e convesso, non mi sem­bra necessario. Una cupola è tale vista daH’interno e vista dall’esterno. E’ il concetto, in­somma. dello spazio limitato vistq di qua e di là dal limite. Ma nel corso di sviluppo di una lingua la parola che indicava i due aspetti della stessa cosa a volte si sdoppia e si diversifica per ragioni di chiarezza; a volte prevale per un solo significato perchè nell’altro è stata sostituita da un termine nuovo. Così in italiano gola (in ogni senso) è un vuoto, mentre in piemontese sussiste gola nel senso di « bitorzolo »; la gota è un canale, il gorgo una voragine, mentre nelle lingue slave gòra è un monte, (però grlo « gola »). Talvolta i due significati restano legati alla stessa parola come nel seguente caso attestato dall’antica toponomastica greca: Gargaph'm (cfr. gr. górgyra, a.i. gàrgaras) era una fonte presso il Citeronc. Gàrgaron (anche pi. Gargara) era la vetta meridionale del M. Ida (m. 1800 cir­ca); Tilphoùssa, fonte sacra ad Apollo in Beozia, Ttlphosaion, monte della Beozia. Esempi analoghi possono essere: il latino altus che vale tanto « alto » quanto « profondo »; il sardo narra (13) che significa « cumulo », « grande mucchio » (di legna, di sacchi, etc.) e « vora­gine ». E si pensi ancora, per questa coincidenza degli opposti, al gr. demos « forte », « terribile », e deilós « vile », entrambi connessi con déido « temo ». Cfr. l’ital. pauroso con valore ora attivo ora passivo. Etc.

Tuttavia la connessione logica, anzi psicologica, fra termini di opposta significazione non è sempre data da un motivo tanto semplice e così comprensibile come in « monte- valle ». Spesso una parola viene ad assumere significazioni parziali rispetto all’uso origi­nario. Così il lat. fulgur poteva originariamente suonare « forza divina, terrificante, che viene dall’alto, dal monte (~gur\»-, in un secondo tempo, con riferimento al solo aspetto luminoso del fenomeno, si ebbe fui geo (fulgor, etc.) «rifulgo»; poi ancora, con riferi­mento allo splendore rossigno del lampo (e dell’oro), il colore fulvus « giallastro », « biondo ».

In moltissimi altri casi non si riesce a seguire l’evoluzione semantica di una parola, e sebbene sia possibile collegarla ad altre, l’etimologia resta « incerta » o « misteriosa ».

Per l’identità originale del fonema indeuropeo significante « valle » e « monte », oltre che le analogie morfologiche dei due fenomeni, ritengo che non poco abbia influito la coincidenza delle impressioni che suscitano le alte cime e gli abissi profondi: orrore, vertigine, raccapriccio.

Si veda ora quanto le seguenti citazioni (soprattutto dal latino e dal greco), relative al senso di « altura, cumulo, colle, collina, monte, montagna », siano foneticamente affini a quelle relative, per il senso, a « valle, etc. » :

Lat. cacumen (cfr. nota 8, e)) « vetta »; caelum «cielo » (volta, altezza, rotondità; cfr. gr. \otlos« cavo »); calculus « pietruzza »; callum « protuberanza »; collis (*cello, excello) «colle»; columen «sommità»; culmen «cima»; culmus «stelo» (cfr. gr. palarne «can­na»; etc.); cumulus «cumulo»; curvus « incurvato cavo-profondo » e «gonfio-turgido»; dorsum « dorso » (parte elevata del corpo dell’animale; gibbosità del terreno, di scoglio,

di montagna: cresta, vetta); gemma (gemmare; sardo ghemere « germogliare » della vite); globus « sfera », «mucchio»; glomus «gomitolo»; tumor (tumulti!, turgidus) «gonfio­re», «tumulo»; turni «torre»; verruca «verruca», «porro»; vertex (già citato come « vortice », « gorgo ») « vertice », « cima », « altura ». Come ipotesi particolare aggiungo *haltus (per altus) « alto », « grande », « nutrito », che trascinerebbe alvus « cavità », « basso \entre » (dove si è alimentati) in *halvus (si ripensi al got. inalbo « utero ») e sta­bilirebbe una parentela fra alere (da *halere) « alimentare », « nutrire » e halare « alitare » nel senso di « soffiare dal profondo, dall’interno dello stomaco », senso che già sembra avere halitus « soffio », « respiro » ma anche « fetore », « esalazione » (14). E in tema di ipotesi, deciso ormai a non risparmiarmi, propongo anche Alpes da un antico *Halpes (o *Galpes o *Balpes (15)), considerando che la trascrizione latina del celtico alb(alp) «alto monte » fu assai tardiva e la gutturale (o labiale) si era già indebolita, come forse in Allobroges da *Gallobroges. So bene che per Alpes si richiama albus « bianco », ma que­sto non fa che spostare il problema consigliando l’ipotesi di *halbus (16).

Gr. bolbós « bulbo », « cipolla »; bounós (parola cirenaica secondo Gemoll) « collina », «altura»; bólos «zolla di terra», «sfera», «palla»; gongyle (a.i. gali «sfera»; ingl. kale «cavolo») « cavol-rapa »; góngylos «rotondo» (góny «ginocchio»); gounós «colli­na», «altura»; de(i)rds (lat. dorsum) «giogo di monte»; dei ré (a.i. gii va «collo», «nuca») «collo», «gola»; thi(n)s «mucchio», «cumulo»; thomós «cumulo»; ba^me (lat. culmus; a.a.t. halam, ted. Halm) « canna », « stelo » (analogamente tutte le voci, numerosissime, che significano « ramo », « bastone », etc.); \éras « corno » (intenderei « che sta in alto », e poi « forte », « duro ». Cfr. lat. cornu, cerebrum, got. haurn)-, pltno «inclinare» (lat. clivus, got. hlains «collina»); cónos «cono»; tràchelos «collo», «cer­vice »; tylos « porro », « callo », « gobba »; phdlanx (cfr. a.a.t. balco, ted. Bai peri « trave ») « pezzo rotondo di legno », « cilindro », « nodo » (articolazione delle dita) (cfr. anche gr. phallós « palo », « membro virile »; a.ir. ball « membrum »); chóma « tumulo », « collina ». Ingl. hi II « collina ». Ted. Berg « monte ». Slavo gòra « monte », ecc.

Alcuni significati di cui alla lettera F del mio schema semantico (« orrido, selvaggio, pauroso, coraggioso, forte, mostro ») sono abbondantemente documentati. Richiamerò qui soltanto alcuni nomi mitologici che si possono inquadrare secondo l’antico fonema di cui ho fatto parola, e che semanticamente partecipano degli attribuiti di « orribilità, mostruo­sità, forza (17), oscurità». Tali sono i favolosi mostri greci Caronte, Cerbero, Gerione, Tartaro, Scilla, Cariddi, Chimera, Gorgone, Sfinge, Idra, Giganti, Centauri, etc.; alcune divinità più o meno sotterranee come Cerere, Demetra, Proserpina, Plutone, Vulcano e altri.

Le metafore di cui alla lettera G (« testa, cranio; capo, uomo forte, coraggioso, caro-a-dio, eroe, sacerdote, indovino»), oltre che in vari nomi comuni (gr. ìpranion; russo golovà «testa»; etc.), mi pare che si possano foneticamente e semanticamente ritrovare in alcuni nomi propri di persona come Ciro (cfr. gr. byros « forte », « audace »), Dardano (figlio di Zeus, capostipite dei Dardanidi), Calcante (collegato, sì, al gr. balchiino « sono turbato profondamente», ma nel senso che il verbo deriva dal nome), Ercole (18), Cin- getorige, Vercingetorige, Brenno, Druido (19) (cfr. anche Tingi. King; sass. Kunig, sved. Konung, dan. Konge, Ted. Kònig). Nè posso qui tacere il mio assenso a coloro che spie­gano Roma (Romolo, Remo, Romani) con un accostamento al gr. róme « forza », « ga- gliardia » (ma trattandosi di un nome di città intenderei « fortezza ». Cfr. Caelius Moni «il colle Celio»; etc.); senonchè suppongo la caduta di una originaria cons. muta iniziale (cfr. nota 9)). Per il passaggio da « capo-eroe » a « sacerdote-indovino » non ritengo vi siano difficoltà, considerando che ancora nei poemi omerici (cfr. Odissea, 1. 3°, il sacrifizio di una giovenca nella reggia di Nestore) il re presiede a cerimonie religiose ed è egli stesso sommo sacerdote. In un secondo tempo, forse dopo lunghi anni di pace, il potere religioso sarà andato distinto da quello politico-militare. Il sacerdote insomma, secondo questa tesi, sarebbe un re decaduto dall’attribuito di « valoroso », « forte in guerra ».

La maggior parte dei nomi dei popoli indeuropei sembrano partecipare per collegamento fonetico, allo stesso attributo di « coraggiosi », « irruenti », « forti in guerra » : Blan- novii, Britanni, Belgi, Cantabri, Carnuti, Caturigi, Celti, Cenatensi, Cimbri, Condrusi, Eburoni, Eburovici, Galli, Garumni, Germani, Greci, Graioceli, Grudii, Iberi (20); Ha- rudi Helvezii, Redoni, Segontiaci, Sequani, Sugambri, Tarbelli, Trinobanti, Tulingi, Vangioni, Viromandi, etc., per dire soltanto di popolazioni stabilitesi in occidente.

Potrei citare ora una lunga sfilza di nomi geografici indicanti fiumi (come Don, Donez, Danubio, Rodano, Dardas, Duero, Drava, Dyras, Drina, Gange, Gyndes, Gari- gliano, Garonna, Granico, Brongo, Karcaso, Karso, Karpi...) o fonti (come Bandusia, Dirce, Tilfussa...) o monti (come Gargano, Citerone, Cillene, Pelio, Pindo, Tauro...) (21), o città e regioni (come Colchide, Frigia, Colofone, Corinto, Cordova, Cuma, Palegam- brio, Pergamo, Tolofone, Farsalo...); ma lo ritengo superfluo. Ognuno può vedere da sè col semplice sussidio di un Atlante Geografico (Europa e parte dell’Asia) e di un buon dizionario latino o greco. Annoto però l’affinità fonetica e l’identità semantica dei seguenti nomi comuni (toponimi in origine) indicanti «fortezza», «altura», «castello»: gr. pòlis, pyrgos-, germ. borg- (burg-\ cfr. berg «monte»); celt. -dununr, lat. tur ris, (ca-n- strutti?), ìurbs. E passo finalmente ai toponimi sardi.

La radice gol (gor) nel caso particolare dei citati Golgo (22), Golonìo, Ispinigòli, Gorròpu, Gologòne (23), considerato che stanno chiaramente ad indicare fenomeni carsici (« vqragine » i primi tre, « burrone » il quarto, « fonte » il quinto), mi pare evidente che abbia il generico valore semantico di «valle»; ma nella medesima regione (Dorgàli-Oliè- na) si ha Gollèi, un altipiano basaltico non lontano dalla sorgente Gologòne; e in terri­torio di Lòculi il Monte Gollèi Lupu. Ancora: M. Gùlei (Lula), M. Gùlana (Olzài), M. Filiguri (Ollolài), etc. Il che dimostra ancora una volta l’originale identità fonetica di « monte » e « valle ».

Quanto la radice sia diffusa in tutta l’isola si veda dal seguente, forse incompleto, elenco di paesi dati senza ordine alfabetico. Prov. di Nuoro; Nùgoro (:= Nuoro), Lùgula (=2 Lula), Garteddi (= Galtellì) (24), Irgòli, Dorgàli, Siniscòla, Gonòne, Garofài, Borti- gàli (25), Donigàlla (di Lotzorài), Noragùgume, Sórgono, Macumèle, Laconi. Prov. di Cagliari; Gonnos-no (G. -montàngia, G. -codina, G. -tramàzza, G. -fanàdiga), Gonnèsa (25) Goni, Maracalagònis, Mògoro, Donigàla-Fenughèdu, Donigàla-Seùrgus, Dònori. Nella Sar­degna nord occidentale si ha la forma b-l, b-r-, bn-, nei seguenti nomi propri di villaggio: Bànari, Benethuthi, Bìrori, Bolòtana, Bono, Bonnànnaro, Bonòrva, Bòrore, Bortigiàdas, Bortigàli, Borùtta, Bui tèi, Bulzi, Burgos (27); ma anche nel sud: Boronèddu, Bonàrcado, Narbolìa, Baràtili, Barràli, etc.

Nei seguenti toponimi si noti l’alternarsi delle consonanti mute secondo lo schema «lab. -(- 1. ^ dent. T 1. $ gutt. -j- 1. »: nuraghe Gorròpis (Siniscòla); Dogolài, Cogoli, m. Borroddài (Bitti); r.ne Golorigòvo, f.na Gupunnìo, r. Calamàu (una conca), rio Ghisi- nighidòla, f.na Ilidòrti, n.ghe Ispotholòi, r. Toloitài, r, Caramulòe (Ollolài); guado Talaigòre, f. Talòro (localmente Dalòlo), r. Gorgoniài, r. Lochèle, r. Sologùn- noro, m. Bodoliài, valle Durulèa, valle Dillozzo, pozzo Loghènnere (Olzài); n.ghe Gàrula, f.na Lògula (Ottàna); valle Dorgolitònno, v. Codalài, m. Usighìne, m. Dorgodòri, m. Go- nàri, m. Veragùnnoro, ponte Sedìgana, f.na Galìu, f.na Isigolèo, f.na Dorghìo, f.na Logo- niài, f.na Gunnìo (Sarùle); m. Donnalàu, m. Modoloèo, m. Bardunòli, n.ghe Madalèi, f.na Gariunèle (Fonni); m. Donnòro, m. Ledòrti (Ovòdda); m. Locòrra, m. Ovortolài, m. Ted- dadòri, reg.ne Olamìdda, n.ghe Noghèli, n.ghe Istelàthe, n.ghe Talaighè (Gavòi); m. Sùr- goro (Talana); f. Grollòri, campo Donanìgoro, passo Gòri, v. Doronè, v. Dolonèrre, m. Do- ronè, m. (e vorag.) Tìscali (Dorgàli).

Per la straordinaria frequenza si pensi che i nomi qui sotto riportati sono stati tra­scritti dal solo Quadrante I del F° 207 della Carta d’Italia I.G.M., 1:50.000, certamente incompleta degli effettivi toponimi, come io stesso ho controllato per alcune regioni: Punta Irigùri, n.ghe Gaddaroniài, n.ghe Thorcodòssile, v. Murguliài, f. Tudùle, v. Dogo- ne, reg. Toroddài, v. Filicòre, r. Formogùla, ponte (sul fiume) Norghèri, r. Loghèrri, v. Birrinurài, m. Gortène, m. Gurtiànnaro, f. Bolòriga, m. Birìddi, m. Gorìnnaro, v. Luguriè, f. Nogurthùle, m. Orgòi, m. Goriàna, reg. Bortalèo (a Nuoro; la stessa suona Gorta- lèo a Oràni), m. Lughèlis, reg. Dule, m. Orgolàsi, reg. Goddarè, m. Lisorgòni, n.ghe Dole,

m.    Ghirghìnnari, n.ghe Bidùni (cfr. i villaggi Budòni e Bidonìo), r. Budurrài, f. Gorgo- rigài, m. Nurgòlo, m. Sórgono, m. Lugurìo, m. Danòri, m. Durunulèu, m. Galigarthài,

n.      ghe Tertìlo, m. Gurtèi (cfr. Buitèi, villaggio in una regione in cui regolarmente, in casi analoghi, gr-b, r=l; del resto in Barbagia si dice Burthèi); colle Biscollài, n.ghe Ugolìo, r. Logurùle, n.ghe Tigolobòe, r. Bonàno (frequente altrove), r. Birèi (spesso altrove), n.ghe Orgòru, r. Drullòi, r. Trumùghine, r. Laghinènnero, r. Ledànnoro, r. Orogùlu, f.na Mu- thigunìle, n.ghe Tròthula, n.ghe Toròto, n.ghe Naghèli, r. Bodoliài, canton. Donnacòri. f. e v. Nurdòle.

Ora, anche a non voler accogliere totalmente la mia tesi relativa all’alternanza delle consonanti mute in presenza di liquide e nasali, anche a non voler prendere in uguale considerazione tutti i miei toponimi, ma soltanto le basi del tipo gor-, gur-, gar-, gol-, gul-, gal-, goti-, guti-, gan-, dor-, dar-, dur-, etc. (come più evidentemente collegate — questo non si vorrà negare — alle voci indeuropee da me più sopra riportate) con valore alter­namente idronimico e oronimico, resterebbe tuttavia dimostrato, spero, che la toponoma­stica sarda conserva un considerevolissimo numero di toponimi di origine indeuropea (non greco-latina di tempi storici).

E se ne possono trarre interessanti conclusioni: la Sardegna prenuragica fu intensa­mente e lungamente popolata da popolazioni indeuropee, e le sopraggiunte genti medi- terranee, se pure non ne assorbirono parzialmente la lingua (28), appresero dai predeces­sori e ci tramandarono moltissimi toponimi, salvo tautologie, variazioni, deformazioni, infissi e suffissi propri del loro parlare. L’eventuale obiezione che già altrove i « Nuragici » avessero avuto con lingue indeuropee così profondi contatti da importare poi nell’isola tutta la varia e variabile gamma di parole con cui vennero chiamati i monti, i fiumi, le sorgenti, le valli, etc., incontrerebbe più di una vivace contestazione.

II passaggio di popolazioni prenuragiche è attestato anzitutto dalla presenza in Sar­degna di monumenti arcaici come il menhir, il cromlech, il dolmen, tanto diffusi in Europa, e sicuramente estranei alla civiltà nuragica.

Lo strano monumento a tronco di piramide venuto in luce in seguito ai recenti scavi di Monte d’Accoddi (Sassari) (29) starebbe ancora ad indicare che altri popoli, non « me­diterranei », occuparono la Sardegna in epoca più remota di quella eneolitica-nuragica.

Anche l’evidente tautologia bilingue di certi toponimi, che non hanno facile riscontro fuori dell’isola, sembra confermare il mio asserto. Essendo infatti universalmente accet­tata come nuragica la base... nur- (nutra, nuraghe e in qualche parte della Sardegna « notale » (30)), che si deve indentere, come ho detto più sopra, sia « colle, monte, etc. » sia « fosso, voragine, etc. », il toponimo Nurdòle (valle e piccolo fiume presso Nuoro) dovrebbe spiegarsi Nur-dole = valle-valle; Nùgoro (Nuoro) Nu(r)-goro — collina-collina (o fonte-fonte, o conca-conca, a seconda dell’aspetto particolare del luogo che fu origina­riamente preso in considerazione); Nudòrra (voragine sul M. Albo, Lula) Nu(r)-dorra = voragine-voragine. Analogamente i già citati toponimi: Nurgòlo, Norghèri, Birrinurài, Norguttùli, Noragùgume, e altri eventuali. (Il fenomeno si verifica in tempi nostri: i pastori di Lula danno alle voragini il nome generico di «tumbas»; e dunque, per esem­pio, « Sa tumba ’e Nudòrra »; e quando noi ripetiamo « voragine Sa tumba ’e Nudòrra », con molta probabilità stiamo dicendo « voragine-voragine-voragine-voragine »...).

Ricordo, per terminare, le parole con cui l’illustre antropologo G. Sergi chiudeva l’esame dei crani dell’ipogeo di Anghelu Ruju: « La Sardegna neolitica, prima delle immi­grazioni della nuova stirpe a carattere cefalico uniforme, deve avere avuto una popolazione della stessa origine e dello stesso tipo di quella del continente italiano e, in generale, del­l’Europa neolitica» (31). La quale asserzione vorrei aver confermato attraverso questo frettoloso esame linguistico; tanto frettoloso che sento il bisogno di promettere un ulte­riore e più pacato studio sull’argomento (32).

 

 

 

NOTE

(*) Questo c l’inadeguato titolo con cui annunziai la mia comunicazione al Congresso. Ormai lo conservo soltanto per non ingenerare confusione; ma dovrei dire (per esempio): « Basi oro-idroni- miche indeuropee nella Sardegna prenuragica ».

(1)    Ho parlato brevemente di questa voragine sotto il titolo di « Cratere Vecchio » in Rasse­gna Speleologica Italiana, ottobre 1955, p. 148, c in Atti del VI Congr. It. di Speleologia, Trieste

1954-

(1 bis) L. M. Wagner, La lingua Sarda, pp. 282-283; ma v. anche B. Terracini, Gli studi lin­guistici della Sardegna, pp. 13-14 dell’estratto c V. Bertoldi in Zcitschnft jiir romanische Philologie, LVII, p. 152*

(2)  Gli esempi, per la maggiore evidenza, sono stati tratti dal gruppo semantico che interessa questa comunicazione.

(3)  Sarebbe molto interessante uno studio comparativo di altre lingue (non indeuropee) per do­cumentare un’eventuale analogia di sviluppo in connessione a tali esperienze che furono e sono co­muni a tutti i popoli.

(4)  Sembrerebbe che la natura stessa abbia insegnato all’uomo le prime parole; la fantasia sem­pre piu viva e continuamente sollecitata ha fatto il resto.

(5)  Si legga la c (c la g) latina sempre dura. L’addolcimento di questa consonante davanti alle vocali e, i è assai tardo.

(6)      B-A, DEI, alla voce carcerel.

(7)    In B-A, DEI si legge: « ... la          voce latina è passata    nel germanico    e nel celtico insulare ».

Se      il passaggio non risulta storicamente                                        dimostrato, a me pare        più            attendibile                supporre un’origine più

antica, indeuropea, di questa parola anche nel celtico e nel germanico.

(7 bis) Considero      molto probabile che la   voce orgòsa,    raccolta dal Wagner (La Lingua Sarda,

p. 289; in Orgòsolo col      significato di «terreno  umido », sia    derivata   da (g)orgòsa, c si debba perciò

allineare con gorgòdde, gorga, ctc.

(8)  Assai frequentemente: a) La consonante muta si ripete in seconda sede: gur-g(es); b) Si ripete tutta la sillaba: gar-gar(as); c) Si ripete con apofonia: gor-gyr(a), car-cer; d) Si ha la dissimi­lazione della muta: gr. par-d(acos) «molle», «bagnato», gr. dcf-pli(ys) (got. b,al-h{o) ) «utero»; e) Sembra che si abbia un raddoppiamento (come nel verbo latino, greco, etc.) oppure e .semplice- mente caduta la consonante liquida nella prima sillaba: Sardo (Ollolài, Mamujàda) thu-thurigu (un toponimo ristretto a regioni paludose, guadi, etc.), gr. bo-thros «cavità», «buco».

(9)  L’esemplificazione  si potrebbe estendere alle liquide     e     alle nasali iniziali che non infre­quentemente s’incontrano in    luogo delle                mute: gr. hlotrós «alto»,                      «eccelso», a. i. murdhàn «testa»;

gr. rót/ios «strepito (delle onde)», a. a. t. stredan «rumoreggiare», tcd. Strudel «vortice»; lat. la­crima « lacrima », gr. dàcryma; etc.

(10)Francese gouffre «abisso» dall’it. golfo è dato come probabile da O. Bloch, Dict. étymol. de la langue fran^aise.

(11)      E’ vero che in arabo si ha Italia nel senso di «luogo riparato», «castello», «fortezza»;

ma il passaggio dall’arabo non è storicamente dimostrato più di quanto sia possibile documentare l’inverso,        un passaggio, cioè, in arabo      da lingue di popolazioni indeuropee,                            con le quali —                                e non

ci sono dubbi     a questo   proposito —    gli Arabi ebbero rapporti fin da tempi molto        antichi.      In se­

condo luogo potrebbe trattarsi di una casuale omofonia, come opina B*A, DEI.

(12)Cfr. sardo (Olzài) gorroQu «fosso», «luogo incassato e poco ventilato»; il citato topo­nimo Gorròpu è un burrone.

(13)     Già   notato da                         B. R. Motzo,                       Studi Sardi,    anno I, fase. I, p. 117, 3.

(14)     Per   la caduta  di h iniziale    cfr. halica     meno frequente di altea     «spelta»  (come cibo e

come bevanda); lat. Hercynia (sii va), gr. Orl(ynia (Caes., De B. G., VI, 24, 2); lat. Hi beri, gr. Iberes (senza lo spirito aspro).

(15) Se è facile la caduta dell’/; (cfr. nota prec.), la taduta di una labiale è specialmente comprensibile quando un’altra labiale è ripetuta poco più avanti. In sardo (Bitti) barba è diventato ’arba. Etc.

(16)Per il gr. Albiòn « Britannia » paese bianco... Ma perchè bianco?) valgano le stesse con­siderazioni. Cfr. il lat. galba, che sarebbe derivato dal celtico, nel senso di « addome » (praepinguis), semanticamente accostabile a «grosso», «grande» e quindi «alto». E ricordo ancora l’a. a t. Inalbo «utero» (e «feto» che è un altro punto di vista di «addome»!). Vedasi più avanti l’esame dei nomi di popoli, collegati, a mio avviso, con queste radici nel senso di «forti», «terribili», «audaci».

(17)    Per «forza» esiste in ogni lingua indeuropea una gamma interminabile di voci che partecipano della radice kt\kta, \ar, etc.).

(18)  Per la diffusione del nome cfr. Tacito, Ger., 3, dove si legge che i Germani « fuisse apud cos et Herculem memorant, primunlque omnium virorum fortium ituri in proelia canunt ». La pos­sibile connessione di « Ercole » con (selva) Ercinia, sembra escludere una arbitraria identificazione latina di Ercole con i germanici eroi e dei della guerra « Thunar », « Thor », « Donar ».

(19)   Cfr. fr. (dal celt.) dm «forte», «vigoroso»; gr. drys «quercia», ma probabilmente, in origine, « dura », « forte ».

(20)    Mescolare gli Iberi ai popoli indeuropei (già, però, si ebbero i Celtiberi) può sembrare una grave eresia; ma per me, foneticamente, la parola è connessa con la stessa radice oro-idroni- mica di cui vado parlando. Cfr. Hiber « f. Ebro », Tibcr, Tibur, etc. D’altra parte può darsi che le popolazioni mediterranee che vanno sotto questo nome abbiano occupato la Spagna dopo i « veri » Iberi, e da questi, appunto abbiano preso il nome. Esem/pi analoghi sono tutt’altro che rari.

(21)    Nel rinunziare alle citazion tengo a dissentire con la diffusa opinione che i m. Balcani debbano il loro nome al turco ballati « catena di monti ». Dirci che il toponimo è prettamente... balcanico (Cfr. russo balka «valle»). I Turchi, piuttosto, avranno mutuato la parola dagli Slavi europei oppure durante il loro lungo viaggio attraverso l’Asia. Molte parole del resto attestano con­tatti indeuropei con popolazioni asiatiche di lingua diversa: turco gol « lago » mongolo gol « fiume », arabo ghor « depressione (del suolo) », teli « collina ». Quanto al Par. gabal (pi. gibul) « monte », che tanto spesso viene chiamato in causa per etimologie toponomastiche, si noti il got. giòia e il tedesco Gicbcl « sommità » (Cfr. a. a. t. gebal « cranio », gr. !{ephalc, maced. l{eb(a)le, « testa ».)

(22)   Si trova in Pausania (8, 5, 2) Golgói, città di Cipro; Golgos, mitico re della precedente, in Teocrito (15, 100). Oso richiamare anche il Golgothà dei Vangeli ih greco (non ostante la sua derivazione dall’ebraico gulgoléth), poiché la traduzione latina ci dà Calvario (cfr. lat. calva, russo golovà « testa ») che confermerebbe l’interpretazione « luogo del cranio » (tópos crantou), cioè « al­tura » secondo il citato rapporto metaforico fra «monte» e «testa».

(23)    Anche questa parola sembra risentire di un impulso onomatopeico.

(24)    L’inesatta trascrizione di questi e di altri toponimi, ormai passata agli atti pubblici e ai timbri postali, è dovuta alla negligenza dei funzionari nei secoli XVIII e XIX.

(25)    Cfr. Burdigala, città della Gallia.

(26)    Nel caso particolare          di Gonnos e di Gonnèsa è strano che non sia stata rilevata         dal

Wagner c dal Terracini la perfetta identità fonetica con i toponimi greci Gonnos, città della Tes­saglia presso il Peneo (0/ Gónnoi «gli abitanti di Gonnos», Polib., 18, io), Gonno-kóndylos, pure in Tessaglia, e Gonóessa, città dell’Acaia orientale (Iliade, 2, 537).

(27)    Non so se sia accertata l’origine medievale del               villaggio e del suo nome che, secondo

una facile    etimologia corrente,  sarebbe la traduzione sarda        dell’it. borgo. Ho i miei dubbi.

(28)    Come sembrerebbero  attestare alcuni « relitti »...     indeuropei sopravvissuti anche  alla  so-

vraposizione del latino: gorròjjtt (Olzai), già citato, campidanese garròpu « gorgo » etc., gurntngòne (Ollolài) « ambiente angusto e chiuso », aggòrru (Nuoro, etc.) « recinto », « chiuso del bestiame » (me- taforicamentte « prigione »), gttroni (camp.), corrispondente al barbaricino, barone « bubbone ».

(29)    Esiste certamente una comunicazione ufficiale della Sovrintendenza ai Monumenti di Ca­gliari: ma io non conosco che la segnalazione di G. Marongiu in Bulletin de la Sociéte Prehistorique Francaise, dicembre 1955, pp. 518-521.

(30)   B. R. Motzo, Studi Sardi, anno I, fase. I, p. 116.

(31)    G. Sergi, Europa, p. 282. (Edit. Bocca, 1908).

(32)    Personalmente dal Prof. A. C. Blanc, il quale ha studiato or è poco il litorale del Golfo

d’Orosèi (ma non mi consta che ne abbia ancora pubblicato i risultati), ho appreso che in Sardegna, contrariamente a quanto ritenevano fin’ora gli archeologi, egli ha trovato indubitabili tracce dell’uo­mo paleolitico. Anche questa importante scoperta dunque convalida indirettamente la mia tesi. Se infatti la Sardegna fu raggiunta daU’uomo in età paleolitica, a maggior ragione dobbiamo ritenere che non sia stata esclusa dalle successive migrazioni delle irrequiete tribù neolitiche indeuropee.

 

 

 
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