La speleologia al servizio dell'Agricoltura

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di Giancarlo Carta (1974)

La grotta «Su Bentu» ha sempre rappresentato per il Gruppo Grotte Nuorese uno dei punti di forza, sia per quel che riguarda l'interesse espressamente carsico-speleologico, che per le possibilità economico-turistiche insite in questo immenso complesso carsico.

Già nel 1952 si era completata l’esplorazione della prima parte della grotta, e se ne era valutata l’importanza come bacino idrico per i suoi naturali collegamenti con la connuente grotta “Sa Oche”. L’esistenza di un sifone di collegamento tra le due grotte, in un primo tempo solo ipotizzata, era stata resa evidente scientificamente da una prova con la fluoresceina. Mancava solo di concretizzarla con una prova subacquea, per avere tutti i dati necessari sia per realizzare un disegno organico, come planimetria, che per poter svolgere seriamente e con concretezza un completo studio idrologico. Alcuni tentativi di immersione fatti con attrezzature non del tutto idonee in condizioni particolarmente difficoltose a causa dei detriti che intasavano il sifone e conclusisi nel 1960 con un percorso di 62 metri, fecero chiaramente intendere che la possibilità di successo dipendeva esclusivamente da condizioni particolari di agibilità in dipendenza del materiale trasportato dalle frequenti piene.

Dopo ben 12 anni, in collegamento con un gruppo di tedeschi specialisti in speleologia subacquea, una squadra del G.G.N., nel 1972, riusciva infine a superare, dopo ben 120 metri di sifone, questo ostacolo, contribuendo in modo determinante a rilanciare gli studi idrogeologici del complesso. Secondo queste ultime risultanze, collegate ai risultati di studi stratigrafici prodotti durante vari anni, il bacino, molto ampio e facente parte di una falda molto estesa, ha mostrato di possedere una portata considerevole.

La nuova esigenza, quella di prelevare tale riserva d'acqua per l’irrigazione della vigna sperimentale situata nella vallata di Lanaittu, si è presentata come un problema difficile da risolvere praticamente.

A Sa Oche non era possibile piazzare alcuna attrezzatura fissa, quali tubi, pompe ed ancoraggi, a causa delle frequenti piene che avrebbero distrutto ogni cosa. A “Su Bentu” la difficoltà era ancora maggiore, sia per la distanza che per la complessità del percorso. Nelle zone carsiche non esiste scorrimento esterno d'acqua, e non esiste neppure la possibilità di ricercarla con pozzi o trivellazioni, in quanto questa sfugge attraverso le molteplici fessurazioni esistenti in questo tipo di roccia. In tali condizioni, pur essendo quello della vallata di Lanaittu un terreno particolarmente adatto alla coltura della vite, la produzione del vigna era fortemente limitata dalla siccità. Con alcuni interventi di irrigazione, da effettuarsi verso la metà del mese di agosto, con un quantitativo d'acqua di circa 50.000 metri cubi, la produzione dell'uva verrebbe quasi raddoppiata.

In questa prospettiva, sono stati intensificate le ricerche e gli studi geologici sia all'interno che all’esterno delle due grotte; e questi sforzi sono stati premiati dal ritrovamento di una voragine di circa 60 metri di profondità, situata a pochi metri dall’ingresso di “Su Bentu” e comunicante direttamente con l’ultimo lago di «Sa Oche». Questa voragine, battezzata “Su Benticheddu”, era completamente ostruita da detriti legnosi e pietrosi accumulatisi in una strettoia sino a formare un pavimento che si pensava fosse la sua base. Intravista una fessura, una squadra del G.G.N. riusciva a disostruirla e a renderla agibile in una giornata di paziente lavoro. Dopo tanti rilievi, prove, disegni e schizzi più o meno ipotetici, si poteva ora considerare praticamente risolto il problema della cattura di queste acque; potendosi utilizzare, seguendo la voragine, un sistema di tubi rigidi e semirigidi posti in verticale e protetti dal pericolo di asportazione o danneggiamento durante le piene invernali.

Restava solo da accertare la capacità del bacino idrico. Per tre giorni consecutivi, il 10, 11 e 12 Febbraio, una squadra di 15 componenti del G.G.N. e di alcuni tecnici dell'Ispettorato Agrario, dopo aver attentamente studiato i problemi a tavolino, si reca a “Lanaittu” per una prima prova. La decisione è presa in quel periodo in considerazione delle scarse piogge precipitate e dal basso livello del sifone, paragonabile realisticamente alla situazione presumibile di agosto.

Ci si divide in tre squadre. La prima ha il compito di portare sino al sifone una elettropompa da 10 CV (con una portata di 7.51. sec.) e 380 m. di manichette; la seconda deve tenere sotto costante controllo il gruppo elettrogeno di 50 KWA; la terza deve controllare l’effettiva quantità d'acqua che la pompa riesce a convogliare all'esterno. Si gonfiano i canotti, 4, con Claudio che apre la strada. Tonino e Piero sguazzano subito a mezza gamba nel primo laghetto, anticipando il bagno completo che, vero similmente, non tarderà ad arrivare. Paolo carica il suo canotto con le manichette dei Vigili del Fuoco e comincia a pagaiare verso il sifone, seguito da Tonino e Elio che si incaricano del trasporto dell'elettro pompa.

Al solito, l'umore è allegro. Si naviga con estrema cautela, limitando al massimo i movimenti per non sbilanciare i canotti il cui bordo sfiora pericolosamente il pelo dell’acqua. Si cerca «in punta di piedi », per cosi dire, di evitare il naufragio, tra le battute e i frizzi di quelli che lo hanno già subito.

Al laghetto terminale si inizia il lavoro di aggancio delle manichette, mentre dall'alto, attraverso “Su Benticheddu” a arriva il cavo elettrico collegato al gruppo elettrogeno. Qualche piccolo intoppo dell'erogazione della corrente costringe Tonino a dar saggio delle sue qualità di meccanico: smonta, riaggiusta e rimonta il gruppo elettrogeno a tempo di record.

II lavoro si svolge con sincronismo di tempi. Inizia a calare la notte quando tutto e pronto per la prova. E' pronto anche il campo per il bivacco, dove Remundu e Renzo preparano la cena, che si onora frettolosamente in piedi intorno al fuoco per asciugare un poco gli indumenti e le scarpe bagnate. Qualche buon bicchiere di vino di Oliena fa da meritato conforto prima della ripresa delle attività.

Infine, mentre Bruno si appresta a dare corrente, io, Claudio, Elio e Paolo accompagniamo il tecnico per un ultimo controllo alla pompa. La corrente arriva regolarmente, la pompa gira perfettamente, e lutto il materiale (manichette, agganci, moschettoni e corde,) è a posto, pronto per il collaudo. Si esce da «Sa Oche» mascherando l'ansia per l'esito di questo primo tentativo (non si può restare dentro perché è troppo difficoltosa l'uscita quando le manichette sono gonfie d'acqua). Ci si riunisce tutti all'estremità della manichetta, dove si trova un grosso bidone e un conta litri: sembra di essere in una zona petrolifera durante la messa in opera del primo pozzo.

Bruno stabilisce il contatto. Un attimo di silenzio, poi, l’arrivo della prima acqua è salutato da un urlo di esultanza. Si balla e si canta, in un'esplosione spontanea di gioia per il coronamento di tanto ricerche e di tante fatiche. La notte è lunga, ma ancor più lunghi sono i festeggiamenti. Le prime prove danno una quantità d'acqua di 7,5 litri al secondo come previsto. Tutto è regolare, il morale è alle stelle. La prova prosegue per altri due giorni; viene interrotta solo per controllare periodicamente il livello dell'acqua nel sifone. Alla fine si tirano le somme e si analizzano i risultati: la pompa ha funzionato per 40 ore circa, portando fuori oltre 1000 metri cubi d'acqua, mentre il livello del sifone si è abbassato di soli 30 centimetri, con un veloce ripristino del livello iniziale.

I calcoli e le teorie si dimostrano esatte, anche se i dati sono parziali, con grande soddisfazione di tutti quelli che tanto tempo hanno dedicato a queste ricerche e tanto hanno lottato per la valorizzazione di queste acque. Una ulteriore prova verrà fatta in luglio-agosto con una pompa più potente; dopo di che si appronteranno le installazioni definitive e fisse direttamente dalla voragine.

Come in tanti altri casi, anche stavolta la speleologia ha dimostrato di essere una scienza non fine a se stessa; ma di avere grandi possibilità pratiche di impulso ad attività economiche (agricoltura, acquedotti, irrigazione e turismo) di estrema importanza per la popolazione di queste zone.