Sifone della Candela

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di Elisabetta Amatori (tratto da Gruttas e Nurras 2018)

‘Perché lo fai?’ ‘Per il piacere della scoperta.’
Non è vero, ma si fa prima a rispondere così, come quando ci viene chiesto ‘Come stai?’ e rispondiamo ‘Bene’ anche quando bene non stiamo.
Una sorta di bugia collettiva.

È tanto che Maurizio vuole controllare quel sifone a Su Bentu, siamo stati lì a fare un rilievo poco meno di dieci anni fa. Lungo, tetro, profondo e cheto, così lo ricordo. ‘Mi accompagni da Toddy, a Gonone?’, gita fuori porta vista mare, nuove conoscenze e probabile pizza: ‘Certo.’ Aspettiamo il ritardo di Toddy al porto, speleologi e speleosub hanno in comune ben più della radice della parola: passione e tempo relativo. Un armadio dalla stretta di mano forte e dagli occhi puliti ci mostra il carico delle bombole e il suo entusiasmo. Rientriamo a Nuoro con il bottino di una promessa, ma senza pizza.

Di lì a qualche settimana l’appuntamento al Rifugio Picave. È in ritardo, lo aspettiamo indossando le tute. È in ritardo, lo aspettiamo mangiando panini con mortadella. È in ritardo, ci avviciniamo al rifugio Sa Oche. È lì e dice che siamo in ritardo. I punti in comune tra speleologi e speleosub aumentano: scarsa capacità comunicativa. Finalmente entriamo, sono l’ultima della fila e ho paura di perdermi il momento dell’immersione, sento che è una giornata importante. La sabbia della Grande Cengia, allestita a campo base, è più umida della terribile panedda di Ozieri con speck che ingoio a fatica. Sala Piredda, Querce Nere, Quarto ventosissimo Vento, Sala della Candela e infine sifone. Toddy indossa la muta con più facilità di quanto io indossi i jeans, controlla il materiale, tubi, valvole, bombole, orologio, secondo orologio, sagolino, di nuovo l’orologio. È un rito, penso, vorrei che stessimo tutti in silenzio e ho l’impressione di essere di troppo.


Si spruzza l’acqua fredda sul viso, sputa sulla maschera, la indossa, prova l’erogatore e con forte accento tedesco nasale dice: ‘Io torno. Sicuramente torno.’ Sarà che ispira fiducia, sarà che so che è un professionista, ma mi tranquillizza. Gli voglio già bene. Si immerge. Il led che ha legato al polso restituisce un turchese cristallino. Sparisce. Mi distacco e immagino di essere, non dico lui, ma accanto a lui, sotto la superficie dell’acqua sotto la superficie terrestre. Immagino il silenzio, il rumore dell’aria tirata a forza, il battito del cuore, le bolle che cercano la superficie, ammesso che ci sia. Dopo quindici minuti riemerge, il sifone chiude. Lo accompagnamo poco più avanti e si immerge nuovamente.

Penso al coraggio, alla solitudine, al rischio, alla potente sensazione di conoscere esattamente lo spazio che si occupa nel mondo e nel tempo. Riemerge dopo sei ore. Iniziano dei racconti al sapore di dizionario, coniugati all’infinito. Cibo frugale e seduti in cerchio, come uomini che questa grotta l’hanno vista in fasce, aspettiamo che passi la notte, ma qui è sempre notte.
Pochi giorni dopo guardo il video dell’immersione: tra il fiato spezzato che dà sempre l’effetto missione spaziale e le bolle si distingue un forte ‘Yu-uuuh!!’ di fronte ad un nuovo ramo.
‘Perché lo fai?’ ‘Per il piacere di esplorare, di toccare le pareti ancora umide dai fondali di preistorici mari, di sentire la mancanza della luce e del colore delle foglie e di fare tutto questo con l’immeritato privilegio di essere tra amici.’

Da grande voglio fare l’astrospeleosub.