Testimonianze della cultura di Bonnannaro nella Grotta di "Sisaia"

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di Mario Sances

Per noi uomini del XX° secolo, frutto della società dei consumi, tutti protesi verso il raggiungimento di forme di benessere sempre più sofisticate, è molto difficile immaginare, trovandoci di fronte ad una landa deserta, circoscritta da pareti quasi strapiombanti, costellata di anfratti, forre, voragini e di antri giganteschi che spalancano gli ingressi dei loro tortuosi meandri sulla vallata sottostante, la fervente attività umana, che fu spettacolo abituale, alcune migliaia di anni fa, per colui che avesse avuto la possibilità di potersi avventurare fra gli impervi picchi che costituiscono le ultime propaggini del Supramonte di Oliena e Dorgali.

Per un imprevedibile capriccio della natura, giganteschi ammassi calcarei si sono dischiusi a formare, e nello stesso tempo quasi a proteggere, la stupenda valle di Lanaitto.
La comparsa dell’uomo nell’isola ha strappato questa valle al regno incontrastato della fauna selvaggia, e data la particolare conformazione naturale della zona essa dovette apparire quale supremo coronamento di ogni aspettativa agli occhi dei primi esploratori neolitici, che vi giunsero dopo un lungo e, possiamo ragionevolmente supporlo, periglioso peregrinare, dalle coste non lontane, nello svolgimento forse di un inconscio programma di colonizzazione di un’isola deserta, completamente a disposizione di quegli arditi che fossero riusciti a superare i rischi e i pericoli, per quei tempi inenarrabili, derivanti da una traversata marittima affrontata per raggiungere le coste della Sardegna.E che questa valla fu per millenni un’alacre officina di attività umane, lo dimostrano le tracce evidenti che l’uomo vi ha lasciato durante il suo lungo cammino nel tempo.

Neolitici, Eneolitici, Nuragici, Punici e Romani, pur lottando contro una natura particolarmente aspra ed avara, vi hanno trovato sicuro rifugio e gli elementi essenziali per lo svolgersi della loro parca esistenza.
E le grotte, particolarmente abbondanti nella zona, oltre che luogo di abitazione furono, per i pumi nuclei di stanziamento umano, preziosissime riserve idriche, santuari rispondenti alle esigenze dei loro culti naturistici, e, come vedremo, anche ultima dimora.
Uno studio particolareggiato della valle di Lanaittu, dal punto di vista delle vicende umane che la interessarono, per quanto importantissimo e particolarmente ricco di notizie sulla storia delle popolazioni sarde preistoriche, esula decisamente da quanto una rivista, in poche pagine, possa permettersi di trattare.
Ci limiteremo pertanto all’esame di un singolo ritrovamento effettuato dal «Gruppo Grotte Nuorese», nel corso di una spedizione speleologica tendente all’esplorazione di quella che in seguito è stata denominata «Grotta di Sisaia».

La «Grotta di Sisaia» è situata in territorio del Comune di Dorgali, in Provincia di Nuoro (Foglio 208 della Carta d’Italia dell’l.G.M.I., IV, S.O. Monte Oddeu), nella parte sud-orientale della valle di Lanaitto, ove il Monte Tiscali posto a chiusura naturale della valle stessa, segna, con le ultime pendici di Monte Gurturgios, l’inizio del canale di Doloverre.



Proprio in prossimità dell’imbocco di quest’ultimo, in una parete rialzata di diversi metri rispetto al piano della valle, si apre l’ingresso della grotta in questione.
La base di una rientranza, che interrompe la quasi verticalità della parete, forma con quest’ultima un piccolo terrazzo su cui si affacciano gli ingressi della cavità.
Uno stretto cunicolo, ma abbastanza alto ed agevole, si diparte dall’ingresso di sinistra, prosegue per circa sette metri e va poi allargandosi in un antro di più vaste dimensioni (Tav. I).
A sinistra sul fondo, alcune colonne stalagmitiche, di dimensioni notevoli, hanno formato con le
pareti della caverna una serie di cunicoli e strettoie.
Sulla destra, la sala, che raggiunge una larghezza totale di circa 15 metri, si fa meno agevole e ripiega di nuovo verso l’esterno.
Un secondo cunicolo, infatti, lungo circa 12 metri, parallelo al precedente ma riconduce fuori.
Da una delle strettoie della parte sinistra della grotta, (Tav. I, fra il punto 3 e il punto 4), provengono i resti scheletrici umani ed corredo funerario, oggetto del ritrovamento.

I resti umani sono rappresentati dallo scheletro completo di un individuo adulto.

Ad un primo sommario esame apparve subito evidente che queste ossa appartennero ad una donna, che subì, nel corso della sua esistenza, numerosi traumi e fratture.
   
Il corredo funebre è composto da due recipienti di ceramica contenenti avanzi di pasto, da una piccola macina di granito e dai tizzoni residui di un piccolo focolare.

L’esame antropologico completo, attualmente curato da un valente studioso, potrà fornirci, in futuro, preziosissime notizie intorno a questa nostra antica progenitrice, quali l’età, la statura, la conformazione fisica, la natura delle lesioni riscontrate, ecc.

I reperti ceramici sono:
1) Tegame a fondo piatto con il bordo superiore dell’orlo a tratti leggermente appiattito.
La superficie esterna, di colore grigio-nerastro, grossolamente lisciata, non presenta alcuna traccia di decorazione.

Due anse ad anello, contrapposte, si dipartono dal fondo e vanno a cadere sulla parte superiore della parete, quasi in prossimità dell’orlo.
Poco meno dei due terzi del bordo superiore sono mancanti o profondamente sbrecciati, non tanto per effetto di rotture quanto per disgregazione dell’impasto stesso il quale si presenta grossolano ma compatto e contiene numerosi inclusi silicei.

Dimensioni: altezza cm. 6,7; diametri: al fondo cm. 15, all’orlo cm. 22.

2) Recipiente tronco-conico, d’impasto simile al precedente. La superficie esterna, come quella interna, si presenta lisciata con maggiore accuratezza del tegame precedente ed appare completamente priva di decorazione.
La colorazione, per effetto della diversa esposizione al calore durante la cottura, è nettamente distinta in due parti: grigio-nerastra da un lato e bruno-rossastra dall’altro.
Da quest’ultima parte la superficie levigata è quasi completamente caduta, e, pertanto, rimane esposto l’impasto sottostante, ricco di inclusi silicei.
La parete, particolarmente spessa al fondo, va gradatamente assottigliandosi in prossimità dell’orlo, il quale, nelle parti restanti, è arrotondato e leggermente svasato all’infuori.
Al centro della parete si trovano i due attacchi residui di una grossa ansa, mancante nella quasi totalità e quindi difficilmente identificabile tipologicamente.

Dimensioni: altezza cm. 14,5; diametri: al fondo cm. 10, all’orlo cm. 16.

La sepoltura, all’atto del ritrovamento, appariva ricoperta soltanto da un sottile strato di polvere finissima che, data la natura particolarmente asciutta di quella parte della grotta, vi deve essere stata depositata per effetto delle correnti d’aria generate dai due ingressi della cavità.
Soltanto alcune parti dello scheletro affioravano in superficie, e furono appunto queste ad attirare l’attenzione e l’interesse dei primi esploratori di questa caverna.

Rimosso con precauzione lo strato di polvere, apparve in tutta la sua commovente semplicità la sepoltura.
Un letto di frasche era stato accuratamente predisposto prima della deposizione. Lo scheletro vi giaceva in posizione rannicchiata, con le mani quasi all’altezza del viso. Accanto al capo, i due recipienti di ceramica colmi di cibo. Un po' più in basso, all’altezza del bacino, la macina di granito e i tizzoni semicombusti di un focolare.

Le ossa disposte in successione anatomica, la totale assenza di altri elementi non facenti parte della sepoltura anche nei restanti ambienti della grotta, l’appartenenza dei due reperti ceramici alla cultura di Bunnànnaro, dimostrano chiaramente che ci si trova di fronte ad una deposizione originaria, con elementi puri, tipici della cultura suddetta.

E per la prima volta, per quanto se ne sa, nell’ambito di questa cultura, è possibile avere il quadro completo di una deposizione, con la correlazione esatta fra i resti scheletrici e gli oggetti del corredo e con la posizione di questi ultimi rispetto alle singole parti del corpo del defunto.
Considerando poi lo sviluppo generale della cultura di Bunnànnaro, la cui diffusione è limitata soltanto a certe zone (Sassarese e Logudoro nel Nord, Cagliaritano nel Sud) e che diventa tipica soltanto nel Sud-Ovest della Sardegna (Sulcis-Iglesiente) (G. Lilliu - «La Civiltà dei Sardi»), ci si rende conto facilmente dell’importanza di questo ritrovamento, effettuato in una zona in cui le testimonianze di questa cultura compaiono in maniera esigua e sempre nel contesto di altre manifestazioni culturali.

Ma tutto ciò è ora compito degli studiosi che vorranno interessarsi a questa sepoltura. E sarà utile, in avvenire, quando l’esame antropologico sarà completato, avere i dati fisico-somatici, oltre che del singolo individuo sepolto a « Sisaia », anche quelli relativi, in generale, alle genti di «Bunnànnaro».

Considerando quindi gli elementi culturali per ora a disposizione, finché uno studio approfondito non ne rivelerà degli altri, non si può che far coincidere la datazione di questa sepoltura con l’arco di tempo in cui si sviluppa la cultura di Bunnànnaro, cioè tra il 1600 e il 1200 a. C.

Ma ciò che colpisce in particolare in questa tomba è la sua austera semplicità.

Alla linearità ed asciuttezza delle forme ceramiche, prive di alcuna decorazione, tipiche della cultura di appartenenza, si affianca una essenzialità mistica del culto dei defunti che rispecchia fedelmente la stessa vita quotidiana di quelle genti.

Oltre la morte c’è un’altra vita, e non può essere che simile a quella già trascorsa. Il giaciglio di frasche, forse ricoperto di pelli, è lo stesso che la defunta aveva a disposizione nella caverna-abitazione; la macina è la stessa che ha lungamente simbolo quindi del lavoro svolto in vita, ma da riutilizzare in quella nuova come i resti del focolare a cui tuttavia si possono anche attribuire significati magico-religiosi connessi con la cerimonia funebre, a noi purtroppo sconosciuta.

Ciò che la grotta di « Sisaia » ci ha restituito non ha certamente il fasto, la ricchezza e la grandiosità delle imponenti sepolture di altre Civiltà mediterranee coeve, quali le tombe dei sovrani della fine della XVIII°  Dinastia egiziana e quelle degli Atridi a Micene, ma ha in sè un fascino particolare che quelle non hanno.

Queste ultime, infatti, segnano l’apoteosi di Civiltà giunte al culmine, ma lasciano intravedere i sintomi di una decadenza ormai alle porte.

Quella di « Sisaia », pur nella sua austera povertà materiale, appare ricca di quei fermenti spirituali e culturali tipici delle popolazioni della cultura di Bunnànnaro, fermenti che, unitamente a quelli di culture precedenti e successive, daranno un apporto determinante alla nascita di una splendida civiltà: la Civiltà dei Nuraghi, una Civiltà severa nelle forme e nei contenuti, ma runica vera Civiltà esclusivamente sarda fino ai giorni nostri.

Mario Sanges